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Conferenza cambiamentil climatici 2007
Conferenza Clima. La parola agli esperti
Gli interventi di Vincenzo Ferrara, Roberto Caracciolo e Filippo Giorgi
© MINAMBIENTE.it - Pubblicata il 12.09.07
Vincenzo Ferrara - Dirigente Enea, Consigliere del Ministro dell'Ambiente per il clima
"Quello che ancora manca è un criterio di equità in grado di soddisfare tutte
le diverse esigenze". Intanto però i cambiamenti climatici esistono ed i loro effetti
sono sempre più visibili. A parlare Vincenzo Ferrara, dirigente dell'Enea e consigliere
del Ministro dell'Ambiente per il clima. "Il Mediterraneo è sempre più caldo e mentre
in alcuni punti il suo livello aumenta, in altri diminuisce. In Pratica tutta l'Italia
è a rischio erosione, gli oceani emettono anidride carbonica anziché assorbirla
e l'urbanizzazione è aumentata del 60% in soli 10 anni. La disponibilità di acqua
si sta riducendo al contrario dei prelievi in continua crescita.
L'Italia va incontro sempre più velocemente a tali scenari che causano i danni maggiori
al turismo e all'agricoltura.
Dobbiamo adattarci a questi mutamenti mettendo in atto strategie realmente efficaci. Per costruire le basi su cui ottenere risultati concreti - spiega- prima di tutto occorre razionalizzare il territorio e adottare diversi piani nazionali come quello sulla ricerca sul clima e sulla difesa del suolo. Ancora oggi non esiste un piano nazionale sulla tutela delle coste e quello sul turismo diventa sempre più urgente. Le procedure di rilascio di VIA e VAS - spiega- devono essere in grado di valutare non solo l'impatto attualmente provocato, ma anche quello che comporterà o potrebbe comportare nei prossimi venti - trent'anni. Ferrara non manca infine di sottolineare l'importanza della formazione e dell'informazione che, abbandonata al sensazionalismo, attualmente non diffonde la reale consapevolezza sugli effetti dei cambiamenti climatici.
Roberto Caracciolo - Direttore Dipartimento Stato dell'Ambiente di Apat
"Il lungo cammino verso la Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici è stato
costellato da workshop preparatori, aventi come finalità l'individuazione di criticità
utili alla progettazione e all'approntamento delle strategie di azione", ha dichiarato
Roberto Caracciolo, direttore di Dipartimento dell'APAT. "Questi eventi - ha proseguito
- hanno impegnato varie realtà territoriali: le Agenzie regionali hanno dato un
importante contributo, mettendo insieme capacità e competenze e raccogliendo intorno
a un tavolo numerosi esperti."
Molteplici e significativi i temi dei workshop, scelti in funzione delle vulnerabilità
nel territorio italiano.
"Il problema della desertificazione è strettamente connesso ai cambiamenti climatici: questo il punto di partenza del workshop di Alghero, da cui è emerso che oltre il 50% del territorio nazionale è a rischio. Le zone interessate dalla desertificazione sono soprattutto al Sud - ha spiegato - e, in particolare, preoccupa la situazione di Sardegna, Puglia e Sicilia". È in quest'ultima regione che è stato, invece, organizzato l'evento dedicato all'ambiente marino e costiero. "L'Italia è immersa nel Mediterraneo, con i suoi 8300 km di coste, di cui ben 4000 di tipo sabbioso e probabilità di erosione di almeno 1500 km e perdita di suolo e spiagge. Il Mar Mediterraneo - è stata la riflessione di Caracciolo - ha sinora mantenuto un livello inalterato, ma le aspettative, secondo le stime dell'Ipcc, fanno pensare a un innalzamento di circa 38 cm nei prossimi anni. Sono ben 33 le pianure costiere a rischio e 4500 i km quadrati di coste a rischio allagamenti".
Crescono, si è appreso nel corso del workshop dedicato al rischio idrogeologico,
tenutosi a Napoli, i casi di piogge violente in archi temporali sempre più ravvicinati,
su un territorio arido che poco si presta alla dispersione, con conseguente intensificarsi
di frane e alluvioni.
Saint Vincent è stato lo scenario di un convegno incentrato sulle problematiche
che, in seguito all'acuirsi dei cambiamenti climatici, interessano gli ambienti
nivo - glaciali. "In Italia si trova oltre il 30% del territorio alpino - ha commentato
Caracciolo - le superfici glaciali si sono dimezzate, si assiste alla progressiva
perdita delle biodiversità e al significativo impatto di tipo economico su vari
settori, tra cui, in primis, il turismo".
Il workshop di Parma ha permesso di fare il punto sulla situazione del bacino
del Po: l'innalzamento delle temperature ha un impatto forte e preoccupante sull'area,
che copre ¼ della superficie nazionale. Si stima un'importante diminuzione della
portata del fiume Po, che nel luglio 2007 era a quota 391 metri cubi, contro i 1156
della media.
Un aspetto che richiede estrema attenzione è quello riguardante gli effetti sulla
salute umana dei cambiamenti climatici in corso: "Per ogni grado di temperatura
in più, si stima, esiste un'aspettativa di aumento del 3% di mortalità".
Quali gli scenari futuri ci aspettano, pertanto? "Una diminuzione dal 30 al 70%
dei ghiacciai entro il 2100, meno precipitazioni nevose, sempre più frequenti eventi
siccitosi che, pertanto, passerebbero da 1 ogni 100 a 1 ogni 50 anni. Entro il 2070,
la portata dei corsi d'acqua potrebbe diminuire di oltre l'80%".
Non poche le conseguenze anche sulle biodiversità, la cui conservazione risulta
essere sempre più indispensabile. "Nell'ultimo secolo - ha spiegato Caracciolo -
le specie vegetali si sono spostate verso quote più elevate ed è aumentata la durata
di crescita delle colture. Entro il 2080, si stima una perdita delle specie vegetali
montane del 62%, una diminuzione del 20% delle aree umide costiere, un calo della
produttività agricola europea e, in particolare, di legumi, girasoli e tuberi."
Filippo Giorgi - Vice Presidente Working Group 1 dell'Ipcc
Pochi margini di dubbio sull'esistenza del riscaldamento globale: e un contributo
assolutamente irrilevante dell'attività solare nell'aumento della temperatura. Lo
sottolinea, nella giornata iniziale della Conferenza nazionale Cambiamenti Climatici,
il vice presidente del Working Group 1 dell'IPCC, Filippo Giorgi. Che spiega come
"dalla Rivoluzione industriale ai giorni nostri i gas serra siano sempre andati
aumentando e oggi siano presenti in atmosfera alle massime concentrazioni". Fino
agli anni '70 la temperatura è rimasta stabile con l'eccezione di un'unica anomalia
climatica negli anni '20-'30, comunque non attribuibile ai gas serra, e i 50 anni
appena trascorsi sono stati i più caldi degli ultimi 350. "Gli scenari mostrano
come il Mediterraneo sia in assoluto la regione più vulnerabile al mutamento del
clima" assicura Giorgi.
Perché il clima cambia? "Per il contributo dei gas serra e per fattori naturali.
Rispetto a questi ultimi, in particolare, si è acceso un dibattito sui media relativamente
al ruolo delle radiazioni solari nell'aumento della temperatura". Tuttavia, per
l'esperto dell'IPCC "negli ultimi 50 anni il sole ha dato un contributo assolutamente
minoritario rispetto a quello dei gas serra".
Preoccupanti gli scenari delineati dagli esperti dell'IPCC: in una situazione di
'business-as-usual', cioè senza avviare azioni di mitigazione delle emissioni, la
quantità di CO2 triplicherà entro il 2100. Di quanti gradi centigradi aumenterà
la temperatura, invece, è un dato ancora molto incerto e il range di possibilità
varia da 1 a 6°. Per Filippo Giorgi "il climate change potrebbe determinare la scomparsa
della corrente del Golfo, l'effetto di ice-shelf nell'Antartide occidentale e lo
scioglimento della Groelandia".
"È realtà o fantascienza?", domanda retoricamente l'esperto. "Purtroppo è realtà.
Basta vedere cosa è accaduto nel febbraio-marzo del 2002 alla piattaforma di ghiaccio
Larsen B in Antartide, collassata improvvisamente insieme ai suoi 500 milioni di
tonnellate di ghiaccio".
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