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© SALONEDELVINO.it - Pubblicata il 25/10/2007
Che ci piaccia o no il vino made in Italy rischia di diventare troppo caro per
gli italiani, a spiegarlo sono gli andamenti economici globali e la differenza di
potere di acquisto tra i consumatori dei diversi Paesi; le bottiglie top
della nostra produzione sembrano sempre più destinate ai
mercati internazionali, mentre si assottiglia
il cosiddetto “ceto medio del vino” e le fasce basse di mercato
sono ora più permeabili che non in passato alle produzioni che arrivano dal Nuovo
Mondo. Si parla anche di questo al Salone del Vino di Torino (26-29 ottobre),
rassegna destinata ad operatori ed enoappassionati.
E’ l’effetto più pericoloso del Super-euro che, se potrebbe frenare in
parte il nostro export, rischia di farci diventare importatori di vino. Un fenomeno
che già si affaccia nell’agroalimentare di qualità e pone interrogativi pressanti
al nostro sistema agricolo. Un dato particolarmente significativo è quello dell’olio
extravergine di oliva: abbiamo esportato per 1,3 miliardi di valore e per circa
2,3 milioni di quintali in quantità, ma abbiamo importato quasi 5 milioni di quintali
in quantità, per un controvalore di circa un miliardo. I produttori di vino più
accorti già intravedono questo scenario e corrono ai ripari. Alcuni – i gruppi più
consistenti – cominciano a progettare una possibile delocalizzazione
delle produzioni di base, gli altri puntano su una forte divaricazione
della gamma: da una parte il vino destinato a solcare i mercati
mondiali, dall’altro quello destinato al mercato interno. A dire che le cose stanno
andando in questa direzione sono proprio i dati dell’export. A un’analisi più attenta
la conferma viene anche dalla diversità della dinamica salariale nelle diverse economie
e di crescita dei volumi complessivi del Pil.
Di questi scenari si discuterà al Salone del Vino, dove non a caso protagonisti
sono i vini quotidiani (attraverso la guida di Slow Food) e i vini da vitigni autoctoni,
che possono essere la risposta alla scomparsa dei vini del cosiddetto “ceto medio”.
Si va verso una sorta di autarchia vinicola per cercare di contenere
i prezzi, accorciando la filiera distributiva e servendo i mercati di prossimità
con produzioni locali. Le bottiglie che stanno nella fascia 10-35 euro sono quelle
che sentono maggiormente la contrazione dei consumi, mentre per i top wines - la
cui produzione peraltro è ridotta nelle quantità - non si intravedono flessioni,
né sul mercato interno, sempre più selettivo, né sul mercato internazionale, che
è invece in sostenuta espansione.
Vediamo in dettaglio cosa sta accadendo. Gli scenari dell’export
ci dicono che il vino italiano tira. Ma è soprattutto il vino che rientra nel “made
in Italy” quello che fa immagine, quello che è determinato da grandissimi
vini, ad avere tassi sostenuti di crescita. Il caso Brunello
ormai è noto a tutti: 1 bottiglia su 4 del vino di Montalcino è venduta negli Usa,
quasi 2 su 4 vanno all’estero. Nel complesso dell’agroalimentare i cosiddetti magnifici
dieci del “made in Italy” rappresentano il 59% delle nostre esportazioni. E fin
qui tutti dati positivi, ma se si va a guardare la bilancia commerciale dell’agroalimentare
si scopre che l’Italia è deficitaria . Esportiamo alta qualità, importiamo beni
di largo consumo e materie prime. E questo trend si va rafforzando. Basti considerare
che - dati AC Nielsen su un panel di 9 mila famiglie - nei primi 7 mesi del 2007
gli italiani hanno ridotto i consumi alimentari dell’ 1,8% e la maggiore contrazione
si è avuta nel comparto delle bevande alcoliche (meno 6,8% in volumi e meno 3% in
valore). A fronte di una spesa che in valore è rimasta costante (circa 26,5 miliardi
di euro) i tagli più consistenti si sono avuti nell’aggregato delle bevande alcoliche,
dove il grosso del mercato è dato dal vino ed è concentrato per quanto attiene i
consumi domestici nella fascia fino a 3 euro.
In sostanza significa che gli italiani hanno sempre meno soldi
da spendere e che si orientano su prodotti di basso prezzo, tendendo
a tagliare i beni non strettamente necessari. E’ in questa fase che concorrenti
come gli australiani (il 75% del loro vino viene venduto all’estero), cileni (l’80%
del loro vino è esportato) e spagnoli cercano di inserirsi per conquistare le fasce
basse del nostro mercato domestico, giudicato finora impermeabile, visto che quasi
9 litri di vino su 10 consumati in Italia sono italiani. A vantaggio di australiani
e cileni c’è ora anche il cambio. Per contro, il vino italiano di grande qualità
continua ad ottenere straordinarie performances sui mercati internazionali. Il
Super-euro può avere esiti negativi sul mercato statunitense e in generale
sull’area dollaro. Ma è un effetto che può essere più che compensato dai mercati
emergenti e da quelli tradizionali europei. Giova ricordare infatti che il potere
di acquisto degli italiani è oggi più basso di quello dei tedeschi (rapporto 1 a
1,3), di quello degli austriaci, di quello degli svizzeri (1 a 1,2), di quello degli
inglesi (rapporto 1,35) e che nel resto del mondo alcune economie stanno crescendo
a tassi compresi tra il 6 e l’8% (Filippine, Thailandia, Corea del Sud, India, Russia),
per non dire dei record dei cinesi.
Probabilmente oggi i clienti dei top wines italiani stanno nel mondo e assai
meno in Italia, e i clienti per il “ceto medio del vino” non ci sono più
in Italia, dove il mercato appare decisamente divaricato: la grande massa del consumo
è nella fascia bassa e la quota residuale è allocata tra le “bottiglie-mito”. E
ad avvertire che il mercato si sta così orientando sono anche i piccoli produttori.
Basti citare un’indagine della Coldiretti toscana, da cui si ricava che il “sentiment”
è ormai consolidato: i nostri concorrenti pensino a fare bassa qualità, il vino
cinese non ci preoccupa perché loro punteranno alla quantità, a noi tocca aggredire
la fascia alta di mercato. Queste sono le voci del Chianti che pensa al consumo
alto del vino. Un mercato che è però sempre meno ospitato nei nostri confini nazionali.
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Il vino made in Italy è troppo caro per gli italiani? - SALONEDELVINO.it