Alimentare
Slow food Editore
No Farm, no food
John Irving
© SLOWFOOD.it - Pubblicata il 23.05.07
Non si può sapere tutto nella vita. Fino a un paio di anni fa, la mia conoscenza delle pratiche agricole del Kentucky era limitata al ricordo di una barzelletta. L’avevo sentita raccontare da un comico presso un music hall di Blackpool, “la Rimini del nord”, dove andavo in ferie da bambino …
«Un contadino del Kentucky va in vacanza in Australia, dove
incontra un “collega” del posto. L’australiano, con una punta di
orgoglio, gli fa vedere un enorme campo di grano. “Mah! Noi nel
Kentucky, abbiamo campi di grano almeno due volte più grandi di
questo!”. Girando per la fattoria, il contadino australiano gli
fa vedere una mandria di mucche. L’uomo del Kentucky non è per
nulla impressionato. “Mah! Da noi ci sono buoi enormi, molto più
grossi di queste bestioline qui!”. I due stanno per salutarsi
quando l’americano vede un branco di canguri che attraversa un
prato zompando. “Cosa sono quelli?” chiede, attonito. “Ma
come?!” risponde l’australiano con finta incredulità. “Non avete
le cavallette nel Kentucky?”»
… poi, per motivi professionali, ho dovuto occuparmi di Wendell
Berry, e ho imparato tante altre cose. Ho saputo, per esempio,
che l’agricoltura kentuckyana non è solo mania di grandezza. Al
contrario, è anche pudor rusticus.
Ritorno al Kentucky
Dopo anni di studio e di viaggi, Wendell Berry è tornato nel
natio Kentucky a condurre una piccola fattoria, la Lane’s
Landing Farm, dove, con la moglie, coltiva verdure, alleva
pecore e si scalda col legname raccolto nei boschi. Ammiratore
degli Amish, utilizza animali da tiro per lavorare i campi: «…
le fattorie degli Amish che si affidano all’energia dei cavalli
[funzionano] bene non perché – o non solo perché – i cavalli
abbiano un alto rendimento energetico, ma perché sono creature
viventi e quindi si inseriscono armoniosamente in un modello di
rapporti che sono necessariamente biologici e che mettono in
corrispondenza ecosistema e raccolto, campo e agricoltore» (“Le
persone, la terra e la comunità”).
Non solo: adopera esclusivamente metodi biologici di
concimazione e di disinfestazione dai parassiti, e non possiede
né telefono né computer per non spendere soldi in attrezzature
“costose”. Forse, era più facile comunicare con Mark Twain,
nell’Ottocento.
Oltre a fare il Cincinnato, Berry scrive originali poesie, saggi
e romanzi che esaltano le virtù della vita agricola e denunciano
le depredazioni dell’economia industriale. Lo fa in modo
prolifico, a mano – a matita addirittura –, con la moglie che
gli fa da dattilografa alla tastiera di una macchina da scrivere
Standard, acquistata nuova di zecca nel… 1956. La tecnologia
prevede l’eliminazione di modelli obsoleti e l’acquisto di
quelli di ultima generazione, ma a Berry l’idea non piace.
«Sembra ancora nuova» dice, riferendosi alla macchina da
scrivere, non alla moglie. Non ha nessuna intenzione, comunque,
di buttare via né l’una né l’altra. A chi gli imputa di vivere,
con una certa civetteria, fuori dal mondo e dal tempo, Berry
controbatte secco che «è il nostro sistema e funziona». In un
recente volume, ha raccolto i passaggi dei Vangeli che servono
da fondamento per la sua fede e il suo amore per la pace e per
la giustizia. Non è un tipo che fa morire dal ridere, insomma.
La natura e la successione locale delle generazioni
Gran parte dell’oeuvre di Berry rientra in una certa tradizione
“verde” della letteratura americana: quella di Henry David
Thoreau e Ralph Waldo Emerson, per intenderci. Ma esistono delle
divergenze. Nel suo capolavoro, Walden, ovvero la vita nei
boschi, Thoreau cerca di ritrovare se stesso attraverso un
rapporto intimo con la natura: «Mi sono rifugiato nei boschi
perché volevo vivere in modo consapevole, affrontare solo i
fatti essenziali della vita». Se, per lui, la natura è una casa,
per Berry è una cattedrale: «La natura più esemplare è quella
del terreno di superficie. È realmente somigliante a Cristo
nella sua passività e beneficenza, nell’energia penetrante che
emana dalla sua pacatezza». Berry si fa ingoiare: «Mi vedevo
come un frutto della terra al pari degli altri animali e piante
autoctone». Thoreau, invece, se la gode: «Mangerei un topo
fritto di gusto, se fosse necessario». Pensare che era
vegetariano.
In Thoreau, il selvatico e l’umano si mescolano. Avvistando una
marmotta, dice di essere «fortemente tentato di divorarla
cruda», solo che «non avevo fame». Roditore per roditore, il
tono di Berry è più pio che mai: «Questa mattina, mentre
scrivevo, ho percepito la presenza di uno scoiattolo che si
crogiolava al sole su un alto ramo di un olmo davanti alla
finestra. La notte era stata gelida e ora tornava il tepore. È
rimasto lì a lungo, scaldandosi e pulendosi. Non era forse in
pace? In quel momento la vita non gli sorrideva forse?».
Per Berry, ogni bacca, ogni ghianda, ogni fiorellino sono
simbolo di qualcosa di “spirituale”: «Imbattendomi in un fungo
che spunta da un cuscinetto di verde muschio tra le grosse
radici di una quercia, il sole e la rugiada ancora lì a
braccetto, ho sentito che la mia mente rimpiccioliva
irresistibilmente per abitare quel luogo, lasciandomi lì fermo,
vuoto e attonito, come un ragazzino che dopo avere preso
un’arvicola se la vede scappare di mano».
A soli cinque chilometri di distanza da Lane’s Landing Farm
vivono il figlio e il fratello, che conducono una seconda
azienda agricola (la stessa che era appartenuta per molti anni
al padre e mentore di Berry). A 10 chilometri, la figlia e il
genero allevano mucche e gestiscono una piccola azienda
vinicola. Una famiglia intera con radici salde nella terra, in
quella terra. «La presenza della famiglia qui risale al
trisavolo di mia madre e al bisnonno di mio padre» scrive Berry
nel saggio autobiografico “La collina natìa”. «La storia della
mia famiglia è la storia della sua vita qui… Dato che sono
cresciuto sempre o quasi qui e qui ho fatto gran parte delle mie
esperienze più significative, per me il luogo e quella storia
sono inseparabili, e in un certo senso la mia stessa esistenza è
inseparabile da quella storia e da questo luogo». Ecco spiegato
il concetto di comunità rurale e «successione locale delle
generazioni», così centrale al pensiero berryano.
Il rinnovamento e la guerra
Tagliare le nostre radici è un modo per garantire il logoramento
e la morte della vita stessa. «Continuo a pensare al
rinnovamento delle comunità rurali … e sono convinto che
potrebbe essere l’inizio di un rinnovamento del nostro paese…».
L’esigenza di rinnovamento, afferma Berry, nasce dalla crisi del
mondo contemporaneo, scaturita dalla distruzione sistematica
delle comunità, e della terra, dell’aria e dell’acqua, insieme
fonti di vita e basi dell’economia. «Provate a immaginare
un’economia senza terra fertile o acqua potabile o aria
respirabile. L’idea che si possa costruire un’economia forte
fatta di moneta o di obbligazioni e titoli sopra un paesaggio
degradato è ridicola». L’erosione del suolo, la contaminazione e
lo spreco delle risorse idriche, l’inquinamento dell’aria, la
deforestazione, l’estinzione delle specie, la distruzione delle
comunità locali, l’omologazione o la decimazione delle culture
autoctone sono tutti segni della grave crisi che affligge il
pianeta per colpa nostra.
Berry va anche oltre: «Finché il sistema mondiale continuerà a
creare conflitti, mettendoci gli uni contro gli altri, noi
popoli del sud saremo costretti ad abbandonare le nostre colture
tradizionali, ad abbandonare i campi per lavorare in miniera, a
prostituirci, a vendere i nostri figli e i nostri reni». Forse
esagera, ma non si può dire che non sia coerente. Definito dal
New York Times come «il profeta dell’America rurale», e da più
parti bollato come conservatore, se non reazionario, ha avuto il
coraggio di dichiararsi contro la guerra in Iraq. Anzi, contro
la guerra in generale. È inevitabile, sostiene, che la guerra
perpetri violenze contro gli innocenti, e, nella fattispecie,
«continuiamo a punire il popolo sconfitto dell’Iraq e i propri
figli». Quando argomenta che, per sradicare il terrorismo,
occorre capirne le cause, il suo non è certamente un discorso da
“neo-con”.
È la storia che è sbagliata, forse? «Siamo partiti dall’idea che
ciò che andava bene per noi andasse bene per il mondo, che
nasceva a sua volta dall’idea ancor più stolta di poter capire
con certezza che cosa fosse bene per noi. Abbiamo reso reali i
rischi insiti in quest’idea facendo del nostro orgoglio
personale e dell’avidità i criteri in base a cui rapportarci al
mondo – con un danno incalcolabile per il mondo e per ogni suo
essere vivente. Oggi, quando forse è troppo tardi, questo grave
errore è diventato chiaro. Non è solo la nostra creatività – la
capacità di vivere – a essere soffocata da questi arroganti
assunti, ma la creazione stessa».
No, la colpa è tutta nostra: «Abbiamo sbagliato. Dobbiamo
cambiare vita affinché sia possibile vivere in base all’assunto
opposto, che ciò che è bene per il mondo è bene per noi…
Dobbiamo imparare a collaborare con i suoi processi e a
rispettare i suoi limiti. Ancora più importante è imparare a
riconoscere che la creazione è gravida di mistero; non la
capiremo mai fino in fondo. Dobbiamo disfarci dell’arroganza e
avere soggezione. Dobbiamo ritrovare il senso della maestà della
creazione e la capacità di inchinarci in sua presenza. Non ho
dubbi sul fatto che la nostra specie potrà restare al mondo solo
a condizione di essere umile e rispettosa davanti ad esso».
Ovvero, sbagliando s’impara.
Mangiare è un atto agricolo
Quello che lega Slow Food a Berry è il celebre aforisma
«Mangiare è un atto agricolo». Si tratta di un concetto preso in
prestito da un altro illustre “compagno di viaggio” del
movimento. «Si potrebbe partire dall’illuminante principio
enunciato da Sir Albert Howard in The Soil and Health (Il suolo
e la salute), ossia considerare “l’intera questione della salute
del suolo, della pianta, dell’animale e dell’uomo un unico
grande soggetto”. Chi consuma cibo deve cioè rendersi conto che
l’atto di mangiare ha luogo inevitabilmente nel mondo, che è
inevitabilmente un atto agricolo e che il modo in cui mangiamo
determina in misura considerevole il modo in cui si usa il
mondo. È una maniera semplice di descrivere un rapporto che è
indicibilmente complesso. Mangiare in modo responsabile
significa capire e ratificare, nella misura del possibile,
questo rapporto complesso». Si tratta di una formula che, unendo
terra e tavola, si sposa bene con una delle ultime proposte
teoriche di Carlo Petrini: “consumatore = coproduttore”.
Scegliendo il nostro cibo quotidiano, infatti, siamo in grado,
se vogliamo, di scegliere un tipo di agricoltura in grado di
salvare il pianeta. Il consumatore medio da cliente distratto
può diventare acquirente consapevole di cibo… «buono, pulito e
giusto». «No Farms, No Food» (niente fattorie, niente cibo) ho
letto sul cappellino da baseball di un ragazzo americano tra il
pubblico di Terra Madre. Tra mille slogan d’effetto, è questo,
forse, il più efficace di tutti. Uno slogan che piacerebbe
certamente a Wendell Berry, il “poeta-contadino”.
Slow Food Editore ha pubblicato un’antologia dei testi di
Wendell Berry, intitolata La risurrezione della rosa.
Potete leggere in anteprima e commentare gli articoli delle
riviste Slow e Slowfood sul blog chiacchiere di vino e cucina.
John Irving
www.slowfood.it
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