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Nuove proposte per tutelare l'origine

OCM vino: audizione al Senato con Città del Vino

Obbligo di imbottigliamento in zona, proprietà intellettuale delle denominazioni, gestione del Catasto viticolo e limitazioni in etichetta sull'uso dei nomi dei vitigni autoctoni e storici. Queste le proposte di Città del Vino per non annacquare il sistema della qualità con le nuove denominazioni Dop e Igp previste dalla riforma dell'Ocm

© CITTADELVINO.com - Pubblicata il 23/10/2007

 
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Un duro colpo al sistema della qualità del vino italiano e al suo legame con il territorio se non si rafforza l'origine, questa la posizione che Città del Vino ha esposto durante l'audizione di oggi pomeriggio al Senato sulla riforma dell'Ocm in merito all'istituzione di Dop e Igp.

Secondo le Città del Vino se la nuova Ocm sarà mantenuta così come è stata prospettata, compresa la liberalizzazione dei diritti d'impianto, sono necessarie alcune regole di salvaguardia per rafforzare il ruolo delle denominazioni e valorizzare gli sforzi fatti da generazioni di imprenditori e amministratori pubblici per la promozione della qualità e del legame del vino con il territorio di origine. Questi i punti irrinunciabili, secondo l'Associazione, per rafforzare il sistema delle denominazioni di origine nell'ambito della nuova riforma. Primo: l'indicazione dell'obbligo di imbottigliamento in zona (se le uve sono prodotte esclusivamente nell’area della denominazione devono essere vinificate e imbottigliate nei confini stabiliti dal disciplinare). Secondo: la proprietà intellettuale della denominazione deve rimanere patrimonio collettivo del territorio. Terzo: il mantenimento del Catasto Viticolo e la gestione in capo ai Comuni. Quarto: l'estensione della protezione della denominazione anche al vitigno autoctono o storico. Che così non potrà essere riportato in etichetta per denominare un vino a indicazione geografica o da tavola.

La riforma, con l'adeguamento del settore vino alla Pac, prevede infatti una «banalizzazione» della piramide della qualità, riducendola a tre soli livelli: vini da tavola, indicazioni geografiche protette (Igp) e denominazioni di origine protette (Dop). E' il punto più controverso del nuovo regolamento comunitario, quello che più banalizza il rapporto vino/territorio, sostiene Città del Vino. L'unica differenza sostanziale tra Dop e Igp sarebbe sulla provenienza delle uve: al 100% dall'area di produzione del vino nel primo caso, all'85% dall'area di produzione nel secondo. Considerato che anche sui vini da tavola si potranno indicare in etichetta annata e vitigno, e considerando l'opportunità di poter riconoscere anche denominazioni extra Ue, «si profila un duro colpo alla qualità del vino e al suo legame territoriale», ribadiscono le Città del Vino. «E visto che il riconoscimento e la protezione delle denominazioni e indicazioni geografiche faranno capo alla Comunità Europea - avverte il presidente di Città del Vino, Valentino Valentini - centinaia di territori del vino rischiano di subire uno scippo della proprietà intellettuale delle singole denominazioni, che oggi sono parte integrante del patrimonio collettivo di una determinata area. Con la liberalizzazione degli impianti e l'abolizione del catasto viticolo gli effetti della riforma potrebbero essere devastanti per il sistema della qualità».

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