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Suinicoltura: la Cia denuncia una situazione al limite del collasso

Consumi: dalle tavole degli italiani rischiano di scomparire prosciutti e salami Dop

I mangimi hanno fatto registrare impennate vertiginose, con picchi di aumenti anche del 50 per cento. Mentre i prezzi alla produzione sono scesi dell’8 per cento. E intanto siamo invasi da prodotti provenienti dall’estero che in molti casi vengono spacciati per “made in Italy”

© CIA.it - Pubblicata il 06/05/2008

 
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I prosciutti e i salami Dop italiani (Parma, San Daniele, Toscano, Coppa Piacentina, Salame Brianza, Salamedi Varzi, Salamini italiani alla cacciatora, Sopressa Vicentina) rischiano di scomparire in breve tempo dalle tavole italiane.

Davanti ad una crescita record dei costi di produzione (in particolare dei mangimi) e a prezzi non più remunerativi (appena 1,15 euro al chilo contro cifre ben superiori per le produzioni che vengono dall’estero), gli allevatori suinicoli del nostro Paese sono scesi sul piede di guerra e stanno attuando uno sciopero (insieme ai maiali non viene consegnata la certificazione di qualità prevista dal disciplinare della denominazione protetta) che, di fatto, impedisce che vengano prodotte le prestigiose specialità della nostra gastronomia, apprezzate non soltanto in Italia, ma in tutto il mondo, visto che anche la Cina ha aperto le sue frontiere. La denuncia viene dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori fortemente preoccupata per le pesanti difficoltà che incontrano gli allevatori e per una situazione che, giorno dopo giorno, assume una dimensione sempre più grave, con conseguenze devastanti per un comparto, quello della suinicoltura, che rappresenta un emblema del «made in Italy».

Solo nel 2007 -ricorda la Cia, che dà pieno sostegno alla protesta dei suinicoltori- il prezzo medio dei suini è diminuito dell’8 per cento rispetto al 2006, mentre il costo dei cereali e dei semi oleosi indispensabili per l’allevamento ha fatto registrare impennate vertiginose: il mais nazionale è cresciuto del 33,6 per cento, l’orzo estero del 44,6 per cento, la farina di soia estera del 30,7 per cento, la crusca di frumento tenero del 55 per cento. Non solo. Gli stessi consumi domestici di carne suina fresca, secondo i dati del Panel Ismea-ACNielsen, sono scesi, sempre nello scorso anno, del 4,6 per cento e quelli di salumi dell’1,1 per cento (meno 0,6 per cento quelli Dop).

La legittima protesta dei suinicoltori italiani -sostiene la Cia- ha come scopo principale quello di denunciare un quadro ormai al limite del collasso. Gli allevatori sono allo stremo e non possono più operare in queste particolari condizioni, con i redditi che, proprio per i crescenti e inarrestabili costi di produzione e per i prezzi praticamente al ribasso, in poco tempo si sono dimezzati. Sono, quindi, nell’impossibilità di proseguire la produzione di suini pesanti, stante un prezzo di mercato che non li differenzia dal prodotto leggero da macelleria e soprattutto da quelli esteri che sono meglio pagati. Dunque, una protesta tesa a salvare il sistema delle produzioni suinicole italiane di qualità che, altrimenti rischiano, di uscire dal mercato e di non avere più materie prime per le Dop dei prosciutti.

L’importanza del settore suinicolo italiano -sottolinea la Cia- viene da numeri che sono significativi. Sono oltre 100 mila le aziende, con oltre 9 milioni di capi suini. Il valore al consumo della carne suina è di 1,2 miliardi, quello dei salumi di 3,6 miliardi (460 milioni per le Dop). Solo nello sorso anno sono stati prodotti 9 milioni 900 mila prosciutti di Parma, mentre quelli di San Daniele sono stati circa 2 milioni e 700 mila.
Un settore che, oltretutto, deve fare i conti con una vera e propria invasione di prodotti che provengono dall’estero. Nel 2007 -rileva la Cia- sono arrivate più di 60 milioni di cosce fresche di suini che vengono stagionate nel nostro Paese e che rischiano di essere spacciate come un prodotto «made in Italy» o «nostrano», con un danno pesante per gli allevatori nazionali che già sono in ginocchio.

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