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Meno costi e prezzi adeguati per ridare certezze agli allevatori

Consumi: un patto di filiera per salvare i prosciutti e i salami Dop “made in Italy” dall’assalto del “suino straniero”

Ormai -avverte la Cia- tre prodotti di maiale su quattro vengono dall’estero. Il settore è al collasso. Lo “sciopero” è finalizzato a richiamare l’attenzione sulla nostra suinicoltura di qualità che rischia di soccombere

© CIA.it - Pubblicata il 20/05/2008

 
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Un patto di filiera per difendere e valorizzare la qualità dei prosciutti e salami «made in Italy» dall’assalto del «suino straniero» che ogni anno invade le nostre tavole con milioni di prodotti, la proposta viene dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori nel giorno del confronto interprofessionale a Reggio Emilia per cercare di dare una risposta esauriente alla protesta della quasi totalità degli allevatori che producono per le Dop.

Una mobilitazione per redditi più equi e contro costi di produzione che rischiano praticamente di mettere fuori mercato le nostre produzioni di pregio (16 «gioielli» a denominazione protetta).

Questo patto, secondo la Cia, potrebbe rappresentare una chiave di volta per dare reale sostegno ai salumi prestigiosi (prosciutti di Parma, di San Daniele e Toscano, e salami della tradizione italiana come il Salame di Brianza, il Salame di Varzi, i Salamini alla cacciatora) del nostro Paese che, oggi, rischiano di scomparire a causa delle grandi difficoltà che incontrano gli allevatori alle prese con costi sempre più proibitivi e con l’invadenza di prodotti esteri (875 mila tonnellate per un valore di oltre 1 miliardo e 700 milioni di euro l’import del 2007, con oltre 60 milioni di cosce fresche di maiale). Basti pensare -avverte la Cia- che nello scorso anno il prezzo medio dei suini è diminuito dell’8 per cento rispetto al 2006, mentre il costo dei cereali e dei semi oleosi indispensabili per l’allevamento ha fatto registrare impennate vertiginose: il mais nazionale è cresciuto del 33,6 per cento, l’orzo estero del 44,6 per cento, la farina di soia estera del 30,7 per cento, la crusca di frumento tenero del 55 per cento.

Lo «sciopero» degli allevatori (insieme ai maiali non viene consegnata la certificazione di qualità prevista dal disciplinare della denominazione prodotta) è teso a sollecitare l’attenzione verso i loro gravi problemi. Siamo, infatti, in presenza di un quadro ormai al limite del collasso.
Gli allevatori -ricorda la Cia- sono allo stremo e non possono più operare in queste particolari condizioni, con i redditi che, proprio per i crescenti e inarrestabili costi di produzione e per i prezzi praticamente al ribasso, in poco tempo si sono dimezzati. Sono, quindi, nell’impossibilità di proseguire la produzione di suini pesanti, stante un prezzo di mercato che non li differenzia dal prodotto leggero da macelleria e, soprattutto, da quelli esteri che sono meglio pagati.
Ormai -conclude la Cia- tre prosciutti (cotti e crudi) su quattro sono stranieri. E con nomi di fantasia si cerca anche di confondere il consumatore spacciandoli per «made in Italy»: «prosciutto del contadino», «prosciutto nostrano», «prosciutto di montagna», «dolce di Langhirano».

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