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Bloccate tutte le certificazioni. Un duro colpo per il "made in Italy"

Consumi: lo sciopero degli allevatori "taglia" prosciutti e salami Dop

La Cia sostiene la protesta che prenderà il via il prossimo 2 giugno. Produzioni come il Parma e il San Daniele rischiano di scomparire dalle nostre tavole. Il settore oppresso da costi onerosi, mentre i prezzi sono in discesa. E così gli allevatori per ogni suino perdono 40 chili di prodotto

© CIA.it - Pubblicata il 29.05.08

 

Ora i prosciutti e i salami Dop sono veramente a rischio, dal prossimo 2 giugno gli allevatori iniziano il blocco delle certificazioni per le denominazioni protette. Così i prosciutti di Parma, di San Daniele, il Toscano, la Coppa Piacentina, il Salame Brianza, il Salame di Varzi, i Salamini italiani alla cacciatora, la Sopressa Vicentina, possono, in breve tempo, scarseggiare nei supermercati e nei negozi specializzati e allontanarsi dalle tavole degli italiani.

Per non parlare poi delle difficoltà anche per l'export del «made in Italy», un campo dove questi prodotti occupano un posto di rilievo. E' quanto rileva la Cia-Confederazione italiana agricoltori in merito allo sciopero proclamato dagli allevatori che, di fatto, impedisce che vengano prodotte le prestigiose specialità della nostra gastronomia.

Davanti ad una crescita record dei costi di produzione (in particolare dei mangimi) e a prezzi non più remunerativi (appena 1,15 euro al chilo contro cifre ben superiori per le produzioni che vengono dall'estero), gli allevatori suinicoli del nostro Paese da tempo sono scesi sul piede di guerra e ora la protesta si fa concreta: da lunedì prossimo 2 giugno non verranno rilasciati i certificati unificati di conformità (Cuc) per i suini da macello ed i certificati intermedi (Ci) per i suinetti. Il che significa che non si possono produrre salumi Dop, il cui disciplinare richiede precisi e rigorosi adempimenti.

La Cia, che dà pieno sostegno alla protesta dei suinicoltori, sottolinea che nel 2007 il prezzo medio dei suini è diminuito dell'8 per cento rispetto al 2006, mentre il costo dei cereali e dei semi oleosi indispensabili per l'allevamento ha fatto registrare impennate vertiginose.
La legittima protesta dei suinicoltori italiani -sostiene la Cia- ha, quindi, come scopo principale quello di denunciare un quadro ormai al limite del collasso. Gli allevatori sono allo stremo e non possono più operare in queste particolari condizioni, con i redditi che, proprio per i crescenti e inarrestabili costi di produzione e per i prezzi praticamente al ribasso, in poco tempo si sono dimezzati.
Basta solo una cifra per capire le difficoltà del settore: con gli attuali costi e prezzi, per ogni suino gli allevatori perdono 40 chili di prodotto.

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