Con sentenza del 10 gennaio 2008, n. 278, la sezione lavoro della Suprema Corte di Cassazione ha chiarito che l’art. 2110 del codice civile, al secondo comma, dispone che l’imprenditore ha la
facoltà di recedere dal rapporto di lavoro in caso di assenza del lavoratore per la malattia protrattasi oltre il limite stabilito dalla legge o dal CCNL.

Per la Cassazione, poiché non si tratta di un licenziamento disciplinare, non è necessaria alcuna contestazione e non sono quindi applicabili le disposizioni di cui all’art. 7
dello Statuto dei. Lavoratori. Al contrario è sufficiente che sia stato superato il periodo di comporto e che tale circostanza sia invocata dal datore di lavoro a giustificazione del
recesso. Infatti non è richiesto che il datore di lavoro specifichi i giorni di assenza; a meno che il lavoratore non ne faccia richiesta ai sensi dell’art. 2 della legge n. 604 del
1966, che prevede il diritto di conoscere la motivazione del licenziamento.



Fatto e diritto

La Corte di Appello, riformando la decisione di primo grado, aveva dichiarato illegittimo il licenziamento intimato dalla società ad un dipendente per superamento del periodo di comporto
ed ordinato la reintegrazione del lavoratore, condannando la società al pagamento della retribuzione globale di fatto dal licenziamento alla reintegrazione nel posto di lavoro.

La Corte d’appello aveva ritenuto che la società avesse fatto riferimento, nella citata lettera, al comporto per sommatoria e, dato che non risultavano superati i 18 mesi di assenza nei
tre anni, il licenziamento era illegittimo.

Il “comporto” è quel periodo di tempo durante il quale il lavoratore ha diritto alla conservazione del posto nei periodi di sospensione lavorativa a causa di malattia o infortunio ed in
tale periodo opera il divieto di licenziamento. Esso può essere “comporto secco” (un unico periodo di malattia) e “comporto per sommatoria” (più periodi di malattia in un arco
temporale più o meno ampio).

Secondo la Corte d’Appello, non poteva considerarsi il diverso calcolo delle assenze con riferimento ai dodici mesi di comporto secco, sia perché le ragioni del licenziamento comunicate
sono immodificabili sia, comunque, perché nei dodici mesi precedenti la data della lettera non vi era stata una continua assenza per malattia. Per la malattia ininterrotta, l’anno si
sarebbe compiuto tre giorni dopo la lettera.

La società è allora ricorsa in cassazione.



La decisione della Corte di Cassazione

Per la Cassazione, tale licenziamento non è da considerarsi licenziamento disciplinare e, pertanto, non sono ad esso applicabili le disposizioni dell’art. 7 – Sanzioni disciplinari -
della legge n. 300 del 1970 (Statuto dei lavoratori).

Nel caso di specie, la Corte di Cassazione ha preso in esame il CCNL dei lavoratori addetti al settore elettrico secondo cui: “Nel caso di assenza per malattia regolarmente accertata e tale da
costituire impedimento alla prestazione di servizio, il lavoratore, non in prova, ha diritto alla conservazione del posto di lavoro per un periodo di 12 mesi. Si considera prosecuzione di
malattia quella che intervenga non oltre 30 giorni dalla cessazione della malattia precedente. Nel computo del predetto periodo di 12 mesi non si tiene conto delle assenze dovute a malattie
oncologiche, sclerosi multipla, distrofia muscolare, morbo di Cooley o a degenze ospedaliere”.

“Il diritto alla conservazione del posto viene comunque meno quando lavoratore, anche per effetto di una pluralità di episodi morbosi e indipendentemente dalla durata dei singoli
intervalli, raggiunga il limite di 18 mesi di assenza (32 mesi nel caso di malattie oncologiche, sclerosi multipla, distrofia muscolare, morbo di Cooley) entro l’arco massimo di 36 mesi
consecutivi. Nel computo dei predetti limiti non si tiene conto dei periodi di degenza ospedaliera”.

Nel caso in esame, la Corte d’appello aveva ritenuto illegittimo il licenziamento per mancato superamento dei diciotto mesi nei tre anni, interpretando la volontà dell’amministrazione di
far riferimento al periodo di comporto per sommatoria.

Per la Cassazione la Corte d’Appello aveva interpretato in modo errato la volontà dell’imprenditore di avvalersi del superamento del “comporto per sommatoria” e non del superamento del
“comporto secco”.

La Corte di Cassazione, infatti, ha ricordato che l’art. 2110 del codice civile, al secondo comma, prevede che l’imprenditore ha la facoltà di recedere dal rapporto di lavoro in caso di
assenza del lavoratore per malattia che si sia protratta oltre il limite stabilito dalla legge o dal CCNL e, poiché non si tratta di un licenziamento disciplinare, non è
necessaria alcuna contestazione e non sono quindi applicabili le disposizioni di cui all’art. 7 St. Lav., essendo solo sufficiente il superamento del periodo di comporto e che tale circostanza
sia invocata dal datore di lavoro a giustificazione del recesso.



Suprema Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza n. 278 del 10 gennaio
2008