Supplica a mia madre – Pier Paolo Pasolini 

È difficile dire con parole di figlio

ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,

ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere :

è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia 

Sei insostituibile.  

Per questo è dannata

alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo.   

Ho un’infinita fame

d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu

sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso

alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita

l’unica tinta, l’unica forma : ora è finita.

Sopravviviamo : ed è la confusione

di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico : non voler morire.

Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…



Preghiera alla madre – Umberto Saba

Madre che ho fatto soffrire

(cantava un merlo alla finestra,il giorno

abbassava, sì acuta era la pena

che morte a entrambi io mi invocavo)

madre ieri in tomba obliata, oggi rinata

presenza, che dal fondo dilaga quasi vena

d’ acqua, cui dura forza reprimeva,

e una mano le toglie abile o incauta

l’ impedimento;

presaga gioia io sento

il tuo ritorno, madre mia che ho fatto,

come un buon figlio amoroso, soffrire.

Pacificata in me ripeti antichi

moniti vani.

E il tuo soggiorno un verde

giardino io penso, ove con te riprendere

può a conversare l’ anima fanciulla,

inebriatasi del tuo mesto viso,

sì che l’ ali vi perda come al lume

una farfalla.

E’ un sogno

un mesto sogno; ed io lo so.

Ma giungere

vorrei dove sei giunta, entrare dove

tu sei entrata

-ho tanta gioia e tanta stanchezza!-

farmi, o madre,

come una macchia della terra nata,

che in sé la terra riassorbe ed annulla.


A mia madre – Eugenio Montale

Ora che il coro delle coturnici

ti blandisce dal sonno eterno, rotta

felice schiera in fuga verso i clivi

vendemmiati del Mesco, or che la lotta

dei viventi più infuria, se tu cedi

come un’ombra la spoglia

(e non è un’ombra,

o gentile, non è ciò che tu credi)

chi ti proteggerà? La strada sgombra

non è una via, solo due mani, un volto,

quelle mani, quel volto, il gesto di una

vita che non è un’altra ma se stessa,

solo questo ti pone nell’esilio

folto d’anime e voci in cui tu vivi.

E la domanda che tu lasci è anch’essa

un gesto tuo, all’ombra delle croci.


La madre – Giuseppe Ungaretti 

E il cuore quando d’ un ultimo battito

avrà fatto cadere il muro d’ ombra,

per condurmi, Madre, sino al Signore,

come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,

sarai una statua davanti all’ Eterno,

come già ti vedeva

quando eri ancora in vita. 

Alzerai tremante le vecchie braccia,

come quando spirasti

dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando mi avrai perdonato

ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’ avermi atteso tanto,

e avrai negli occhi un rapido sospiro. 

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Dall’ analisi delle poesie si può notare come il rapporto degli autori con i genitori, e in particolare con la madre, abbia influenzato il loro modo di scrivere e la loro poetica.

La poesia Consolazione è stata composta da Gabriele d’Annunzio nel 1891 e fa parte dell’opera Poema paradisiaco, composto da 54 poesie la cui struttura suggerisce un
percorso autobiografico. Questo testo è rivolto alla madre, cui il poeta immagina di fare visita. La madre pallida, il giardino incolto, ormai abbandonato a se stesso, le tende
scolorite, i fiori appassiti, sono tutti segni del lungo spazio di tempo trascorso nell’assenza del poeta; e inevitabilmente sono segni di morte. Tuttavia egli, in uno sforzo volontaristico
(rilevato dalle frequenti forme esortative), confida di poter rivivere il passato felice e consolare la madre grazie alla propria rassarenante presenza. Consolazione è particolarmente
rappresentativa del gusto del Poema paradisiaco, sia per i motivi tematici (il ritorno a casa del buon figlio pentito, la ricerca dell’innocenza nella casa dell’infanzia, la dolce e stanca
immagine materna) sia per l’ uso del registro basso e tendenzialmente prosastico, ma anche astutamente musicale. Ripetizioni a catena, anafore, simmetrie, monconi di discorso diretto, punti di
sospensione, parentesi: tutto ciò provoca un effetto di languore e rallentamento stilistico, adeguato a esprimere il nucleo tematico della sospirosa e stucchevole bontà.

Il testo di Saba, Preghiera alla madre, che appartiene alla sezione Cuor morituro. Qui il poeta si rivolge alla madre ormai morta, rievocando l’ angoscia dei propri anni adolescenziali e
soffermandosi sulla nuova prospettiva da cui ora egli si avvicina a lei, quasi desiderando di annullarsi nello stesso destino di morte, ricongiungendosi così alla madre.

Saba è particolarmente interessato al significato psicologico profondo rappresentato dalla figura della madre. In particolare, il recupero del ricordo della madre è sollecitato
dall’esperienza psicoanalitica intrapresa dall’ autore con Edoardo Weiss (cui si fa riferimento ai versi 11-12). Fra l’ altro il riaffiorare della figura materna alla coscienza del poeta
può compiersi perché ora vengono meno le ragioni di tensione e di senso di colpa che avevano caratterizzato il rapporto con lei. La rielaborazione del ricordo della madre
può essere dunque ora ragione di gioia (v. 13) e non di angoscia.

Per poter comprendere meglio Supplica a mia madre di Pier Paolo Pasolini è fondamentale conoscere la biografia del poeta e tener conto della sua personalità geniale che lo
portò a compiere una vita fuori dagli schemi. Sin dall’infanzia emerse in lui un attaccamento particolare alla madre, con la quale ebbe quasi un rapporto di simbiosi; nei confronti del
padre, tenente di fanteria, invece sorsero numerosi contrasti. La nascita del fratello Guido fu un avvenimento fondamentale nella sua crescita e proprio Guido ebbe un’influenza importantissima
nella vita di Pier Paolo: la sua morte durante la Seconda Guerra Mondiale gli causò un terribile shock dal quale rimase segnato per sempre e che lo avvicinò ulteriormente alla
madre. Furono forse episodi come questo a segnare la sua personalità e a provocare deviazioni a livello sessuale: fu accusato di abuso sessuale e di essere omosessuale, tali
accuse(fondate) costrinsero il PCI ad espellerlo dal partito. La sua morte avvenuta nel 1975 pare sia dovuta alla reazione violenta di un suo giovane amante che ,dopo essere stato respinto,
uccise il poeta e ne schiacciò il cadavere sotto l’automobile.

La poesia A mia madre è stata composta da Eugenio Montale nel 1942 ed inserita nella sezione Le Finisterre tratta da La bufera e altro.  In questo testo madre,
caratterizzata da una forte fede religiosa, ritiene che il corpo sia solo un’ ombra, l’ aspetto esteriore di una realtà più vera, quella dell’ anima e della sua immortalità,
e che perciò la morte sia la via che conduce ad una vita eterna diversa da quella terrena (v. 9). Il poeta invece pensa che la vita terrena non sia l’ ombra di un’altra vita, ma che essa
invece valga di per se stessa. Alla posizione trascendentale della madre egli ne contrappone una immanente, fondata sul valore terreno dell’esistenza. L’unica vita futura dei morti è nella
memoria dei vivi, e solo in essa la madre sopravvivrà.



Il tema della morte della madre è presente anche in una poesia di Giuseppe Ungaretti, La madre, del 1930, che Montale può aver tenuto presente (per
contrapporvisi più che per imitarla). Le differenze sono notevoli: Ungaretti vede la vita terrena come ombra e perciò condivide con la madre la fede religiosa che Montale invece
respinge. Inoltre la figura materna mostrata, nel testo ungarettiano, nei suoi gesti, che sono sì precisi ma anche patetici e atti a suscitare commozione: Ungaretti infatti vuole rendere
poeticamente l’emozione soggettiva provocata dalla morte della madre e dal ricordo di lei (si vede il particolare toccante dei 2 versi conclusivi); Montale invece programmaticamente tace
l’elemento emotivo e soggettivo, limitandosi a farlo intuire e mirando piuttosto a trasferirlo su un piano oggettivo ed emblematico. La poesia di Ungaretti tende al sacro (la stessa parola Madre
è scritta con la maiuscola) ed per questo priva di riferimenti concreti nella realtà naturale; quella di Montale è colma di animali, di particolari fisici e di oggetti (le
coturnici, i clivi vendemmiati del Mesco, quelle mani,quel volto, le croci del cimitero).