agricoltura italiana
In "dirittura d'arrivo" il disegno di legge per il rafforzamento della competitività nel settore agroalimentare
DDL etichettatura: il circo Barnum dell'agricoltura italiana + (Aggiorn. del 3/2/2011)
Gli articoli che comportavano un onere per lo stato sono stati però stralciati per far marciare più rapidamente l'etichettatura d'origine obbligatoria
Pubblicato il 05/10/2010 alle 09:54

Giovedì 3 febbraio 2011 Aggiornamento della situazione.
Scrive, tra l'altro, Dario Dongo (Federalimentare):
"Proprio quando il Ministro delle Politiche Agricole si e' dichiarato pronto a tradurre in pratica la nuova legge sull'indicazione di origine dei prodotti
alimentari, e' giunta nella sua cassetta delle lettere un "invito a non procedere", da Bruxelles. Mittenti, i Commissari europeo per la Salute e Tutela del Consumatore John Dalli e per
l'Agricoltura Dacian Ciolos, i quali hanno firmato una lettera dai toni garbati e diplomatici, ma di contenuto chiaro:
1) si rammenta che lo scorso anno la Commissione europea aveva già intimato all'Italia di sospendere l'esame del disegno di legge in cui si prevedeva
l'indicazione obbligatoria in etichetta dell'origine dei prodotti alimentari
2) in barba alle prescrizioni comunitarie, il Parlamento italiano ha approvato il disegno di legge in questione
3) nel frattanto, è proseguito il dibattito europeo sulla proposta di regolamento UE per l'informazione al consumatore relativa ai prodotti alimentari.
...
4) L'Italia non puo' permettersi di adottare in questa materia regole ulteriori rispetto a quelle comuni."
(Alfredo Clerici)
"Staremo a vedere."
Così concudevamo, nel gennaio 2009, un nostro articolo (vedi Note Finali) col quale davamo notizia della comparsa del "DDL Zaia" (per il suo stato dell'arte, si veda l'Atto Camera 2260, nelle Note Finali).
Rieccoci qui, dopo un anno e mezzo di quasi silenzio, a riprendere il discorso, sollecitati dalla pioggia di comunicati annuncianti il via libera, da parte della Commissione agricoltura della Camera dei Deputati, al disegno di legge d'iniziativa governativa, contenente "disposizioni per il rafforzamento della competitività nel settore agroalimentare".
Vi è chi festeggia senza pudore, ma vi sono anche, fortunatamente, alcune voci critiche.
"E un importante passo in avanti per impedire di 'spacciare' come Made in Italy il prodotto proveniente dall'estero", così proclama il presidente di Coldiretti, Sergio Marini.
Si tratta di un argomento ormai usurato, oltre che facilmente contestabile.
Del rapporto tra "made in Italy" ed origine degli ingredienti ci siamo già ampiamente occupati [vedi l'articolo sull'IGP nelle Note Finali, dove è consultabile anche l'articolo di Roberto La Pira. Coldiretti confonde la qualità con l'origine. Made in Italy non è (sempre) sinonimo di buon prodotto)].
E ancora (citiamo da un articolo di Michela Lugli, apparso su AGRONOTIZIE del 28 settembre):
«...la Cia si dice perplessa nei confronti di un provvedimento che, secondo l'associazione, "lascia aperti alcuni problemi e rimanda a decreti attuativi che inevitabilmente allungano i tempi per una reale applicazione del provvedimento. Anche in questa occasione" prosegue Cia, "le tante promesse verso gli imprenditori agricoli sono rimaste tali. Le questioni vere dell'agricoltura non vengono affrontate e si rinviano a chissà quando misure di concreto sostegno di cui gli agricoltori proprio ora hanno assoluta necessità". … Poco convinta anche Confagricoltura che, apportando qualche critica ai concetti di 'materia prima prevalente' e 'ultima trasformazione sostanziale' contenuti nel testo del disegno legge, afferma di essere "a favore di un'etichettatura di origine trasparente e completa ma senza dimenticare di essere nel mercato unico.» Riteniamo essere facili profeti se affermiamo che, sull'interpretazione dei concetti di «Materia prima prevalente» e «ultima trasformazione sostanziale» correranno fiumi d'inchiostro.Tra le novità apportate al testo vi è quella relativa agli OGM:
"è obbligatorio, nei limiti e secondo le procedure di cui al presente articolo, riportare nell'etichettatura di tali prodotti, ..., in conformità alla normativa dell'Unione europea, l'eventuale utilizzazione di ingredienti in cui vi sia presenza di organismi geneticamente modificati in qualunque fase della catena alimentare, dal luogo di produzione iniziale fino al consumo finale." In questo caso, più che fiumi d'inchiostro, ci sentiamo di prevedere (ammesso che tale aggiunta rimanga nel testo definitivo) che questa prescrizione cadrà semplicemente nel vuoto. Certo, per chi volesse obbedire, gli strumenti non mancano.
Vi è, ad esempio, la possibilità di farsi certificare "OGM free" (fatti salvi i limiti di attendibilità di talune certificazioni), ma queste cose costano! Se poi non ci si vuole certificare, ancora più oneroso risulterebbe mettersi in condizione di dimostrare in proprio (con "evidenze oggettive", cioè piani di campionamento, analisi, valutazione dei fornitori, ecc. ecc.) l'assenza di OGM. Eppure, sebbene, da anni, come è noto, la "normativa dell'Unione europea" preveda che, se la componente Ogm supera la soglia dello 0,9%, la si deve segnalare sulle etichette delle confezioni, a qualcuno è mai capitato di leggere da qualche parte "contiene OGM"? Siamo sicuri di no e le ipotesi non possono che essere due.
La prima è che nessuno, in Italia, utilizzi ingredienti OGM (riteniamo utile segnalare, a questo proposito, un articolo, apparso tempo fa su Corriere della Sera.it, dal titolo Anche gli Ogm nella «dieta» di mucche, polli e maiali ed inserito nelle Note Finali). La seconda prevede la classificazione degli OSA (operatori settore alimentare) in tre categorie: - quelli che non dichiarano OGM perchè li cercano e non li trovano; - quelli che li cercano, li trovano, ma non li dichiarano; - quelli che manco li cercano. Secondo voi, quale ipotesi è quella giusta? E se nessuno rispetta la norma europea, perchè qualcuno dovrebbe rispettare quella italiana?
Quando il DDL arriverà in Gazzetta? A giudicare da quanto risulta dal Resoconto (vedi Note Finali) della XIV Commissione permanente (Politiche dell'Unione europea) che, nella seduta del 28 settembre si è occupata, tra l'altro, del nostro DDL è lecito prevedere tempi piuttosto lunghi: "...il Governo ha provveduto ad attivare la procedura di informazione, ai sensi delle direttive 98/34/CE e 2000/13/CE. Nell'ambito di tale procedura, sono pervenuti i pareri circostanziati di tre Stati membri (Spagna e Francia e Germania), ai sensi della direttiva 98/34/CE, nonché le osservazioni di Austria e della Commissione europea, che ha emesso anche un parere circostanziato, ai sensi dell'articolo 9, par. 2 della suddetta direttiva. Ciò, oltre a determinare la proroga dei termini di astensione obbligatoria dall'adozione del provvedimento notificato (ora fissati al 21 gennaio 2011), comporta l'obbligo per le Autorità italiane di riferire alla Commissione europea sul seguito che si intende dare al parere stesso. Appare quindi opportuno richiedere alla Commissione di merito di chiarire che l'entrata in vigore della disposizione di cui all'articolo 6 è subordinata alla conclusione della procedura di informazione attivata ai sensi delle direttive 98/34/CE e 2000/13/CE."
Per chiudere ci piace citare una riflessione di Alfonso Pascale, che ringraziamo per averci fornito lo spunto per il titolo di questo articolo: "mentre in Francia si approva una legge di 80 articoli che effettivamente rafforza la parte agricola nelle filiere, in Italia si sta per approvare una legge bluff sull'etichettatura, che non potrà applicarsi perché è materia di competenza europea. Ma il Circo Barnum dell'agricoltura italiana applaude soddisfatto." (tratto da www.teatro naturale.it n. 33, settembre 2010: Se l'etichettatura d'origine ha la priorità sull'agricoltura. Vedi testo integrale in Note Finali).
Alfredo Clerici
NOTE FINALI, per approfondire:
Origine dei prodotti in etichetta, l'Italia ci riprova
Atto Camera 2260
"Prodotti a marchio IGP": ufficialmente difendono il made in Italy, ma in pratica non è vero!
Anche gli Ogm nella «dieta» di mucche, polli e
maiali
Se l'etichettatura d'origine ha la priorità sull'agricoltura
Resoconto della XIV Commissione permanente (Politiche dell'Unione europea)
Staremo a vedere. Così concudevamo, nel gennaio 2009, un nostro articolo (vedi Note Finali) col quale davamo notizia della comparsa del DDL Zaia (per il suo stato dell'arte, si veda l'Atto Camera 2260, nelle Note Finali). Rieccoci qui, dopo un anno e mezzo di quasi silenzio, a riprendere il discorso, sollecitati dalla pioggia di comunicati annuncianti il via libera, da parte della Commissione agricoltura della Camera dei Deputati, al disegno di legge d'iniziativa governativa, contenente disposizioni per il rafforzamento della competitività nel settore agroalimentare. Vi è chi festeggia senza pudore, ma vi sono anche, fortunatamente, alcune voci critiche. E un importante passo in avanti per impedire di 'spacciare' come Made in Italy il prodotto proveniente dall'estero, così proclama il presidente di Coldiretti, Sergio Marini. Si tratta di un argomento ormai usurato, oltre che facilmente contestabile. Del rapporto tra made in Italy ed origine degli ingredienti ci siamo già ampiamente occupati [vedi l'articolo sull'IGP nelle Note Finali, dove è consultabile anche l'articolo di Roberto La Pira Coldiretti confonde la qualità con l'origine. Made in Italy non è (sempre) sinonimo di buon prodotto)]. E ancora (citiamo da un articolo di Michela Lugli, apparso su AGRONOTIZIE del 28 settembre): «...la Cia si dice perplessa nei confronti di un provvedimento che, secondo l'associazione, "lascia aperti alcuni problemi e rimanda a decreti attuativi che inevitabilmente allungano i tempi per una reale applicazione del provvedimento. Anche in questa occasione" prosegue Cia, "le tante promesse verso gli imprenditori agricoli sono rimaste tali. Le questioni vere dell'agricoltura non vengono affrontate e si rinviano a chissà quando misure di concreto sostegno di cui gli agricoltori proprio ora hanno assoluta necessità". … Poco convinta anche Confagricoltura che, apportando qualche critica ai concetti di 'materia prima prevalente' e 'ultima trasformazione sostanziale' contenuti nel testo del disegno legge, afferma di essere "a favore di un'etichettatura di origine trasparente e completa ma senza dimenticare di essere nel mercato unico.» Riteniamo essere facili profeti se affermiamo che, sull'interpretazione dei concetti di «Materia prima prevalente» e «ultima trasformazione sostanziale» correranno fiumi d'inchiostro. Tra le novità apportate al testo vi è quella relativa agli OGM: "è obbligatorio, nei limiti e secondo le procedure di cui al presente articolo, riportare nell'etichettatura di tali prodotti, ..., in conformità alla normativa dell'Unione europea, l'eventuale utilizzazione di ingredienti in cui vi sia presenza di organismi geneticamente modificati in qualunque fase della catena alimentare, dal luogo di produzione iniziale fino al consumo finale." In questo caso, più che fiumi d'inchiostro, ci sentiamo di prevedere (ammesso che tale aggiunta rimanga nel testo definitivo) che questa prescrizione cadrà semplicemente nel vuoto. Certo, per chi volesse obbedire, gli strumenti non mancano. Vi è, ad esempio, la possibilità di farsi certificare "OGM free" (fatti salvi i limiti di attendibilità di talune certificazioni), ma queste cose costano! Se poi non ci si vuole certificare, ancora più oneroso risulterebbe mettersi in condizione di dimostrare in proprio (con "evidenze oggettive", cioè piani di campionamento, analisi, valutazione dei fornitori, ecc. ecc.) l'assenza di OGM. Eppure, sebbene, da anni, come è noto, la " normativa dell'Unione europea" preveda che, se la componente Ogm supera la soglia dello 0,9%, la si deve segnalare sulle etichette delle confezioni, a qualcuno è mai capitato di leggere da qualche parte "contiene OGM"? Siamo sicuri di no e le ipotesi non possono che essere due. La prima è che nessuno, in Italia, utilizzi ingredienti OGM (riteniamo utile segnalare, a questo proposito, un articolo, apparso tempo fa su Corriere della Sera.it, dal titolo Anche gli Ogm nella «dieta» di mucche, polli e maiali ed inserito nelle Note Finali). La seconda prevede la classificazione degli OSA (operatori settore alimentare) in tre categorie: - quelli che non dichiarano OGM perchè li cercano e non li trovano; - quelli che li cercano, li trovano, ma non li dichiarano; - quelli che manco li cercano. Secondo voi, quale ipotesi è quella giusta? E se nessuno rispetta la norma europea, perchè qualcuno dovrebbe rispettare quella italiana? Quando il DDL arriverà in Gazzetta? A giudicare da quanto risulta dal Resoconto (vedi Note Finali) della XIV Commissione permanente (Politiche dell'Unione europea) che, nella seduta del 28 settembre si è occupata, tra l'altro, del nostro DDL è lecito prevedere tempi piuttosto lunghi: "...il Governo ha provveduto ad attivare la procedura di informazione, ai sensi delle direttive 98/34/CE e 2000/13/CE. Nell'ambito di tale procedura, sono pervenuti i pareri circostanziati di tre Stati membri (Spagna e Francia e Germania), ai sensi della direttiva 98/34/CE, nonché le osservazioni di Austria e della Commissione europea, che ha emesso anche un parere circostanziato, ai sensi dell'articolo 9, par. 2 della suddetta direttiva. Ciò, oltre a determinare la proroga dei termini di astensione obbligatoria dall'adozione del provvedimento notificato (ora fissati al 21 gennaio 2011), comporta l'obbligo per le Autorità italiane di riferire alla Commissione europea sul seguito che si intende dare al parere stesso. Appare quindi opportuno richiedere alla Commissione di merito di chiarire che l'entrata in vigore della disposizione di cui all'articolo 6 è subordinata alla conclusione della procedura di informazione attivata ai sensi delle direttive 98/34/CE e 2000/13/CE."
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Parimenti interessante l'articolo di Paolo Martinello (presidente di Altroconsumo): “Made in”: quando l’etichetta sa di protezionismo http://www.altroconsumo.it/20101022/made-in-quando-l-etichetta-sa-di-protezionismo-Attach_s291413.pdf
Segnalo l'illuminante articolo del presidente CIA (Confederazione Italiana Agricoltori) Piemonte, Roberto Ercole: VALORE E LIMITI DELLE LEGGI NAZIONALI SULL' ETICHETTATURA DEI PRODOTTI ALIMENTARI. ALLA UE SPETTA SEMPRE L'ULTIMA DECISIONE Il nostro Parlamento sta discutendo un disegno di legge sull'etichettatura e l'indicazione d'origine dei prodotti alimentari. Qual è il valore di questo disegno di legge e, soprattutto, è compatibile con con la regolamentazione comunitaria vigente o genererà un ennesimo contenzioso? Prima di rispondere a questa domanda è opportuno ripercorrere, seppur in breve, la storia della legislazione UE in materia di etichettatura. La direttiva 79/112/CEE del Consiglio, del 18 dicembre 1978, affrontò per la prima volta il problema del ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri concernenti l'etichettatura e la presentazione dei prodotti alimentari. Quella Direttiva fissava più che altro degli orientamenti. Il vero salto di qualità in tema di etichettatura L'Europa lo fece quando il mercato unico divenne operativo ed all'interno della Comunità furono aboliti tutti i controlli alle frontiere sulle merci. L’UE, ritenendo che le differenze tra le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri in materia di etichettatura potessero ostacolare la libera circolazione dei prodotti alimentari e potessero creare disparità nelle condizioni di concorrenza, adottò la direttiva 2000/13/CE che disciplinava in modo dettagliato l’etichettatura e la presentazione dei i prodotti alimentari immessi in commercio e destinati come tali al consumatore finale. In forza della Direttiva, tutte le competenze legislative, regolamentari o amministrative in materia di etichettatura dei prodotti alimentari confezionati furono devolute agli Organi comunitari. Solamente gli Organi comunitari, ad esempio, possono imporre di indicare in etichetta l'origine delle materie prime che compongono un determinato prodotto. Finora l'indicazione d'origine è stata resa obbligatoria per la carne bovina, il vino, frutta e verdura fresca, il miele, i prodotti biologici e il pesce e l'olio d'oliva. Gli Stati membri mantengono la facoltà di adottare indicazioni obbligatorie complementari per specifiche categorie di prodotti alimentari, ma solo allo scopo di proteggere la salute e la sicurezza pubblica, nonché la proprietà industriale e commerciale. La difesa del made in Italy non è tra gli scopi ammessi. Le leggi nazionali devono in ogni caso essere notificate alla Commissione, la quale può pronunciare pareri negativi. Un Stato membro che imponesse di indicare in etichetta, ad esempio, la provenienza della carne suina utilizzata per preparare i prosciutti è passibile di procedura d'infrazione. La UE, per mezzo della 2000/13/CE e delle successive modifiche ed integrazioni, ha di fatto tolto ogni spazio di manovra agli Stati nazionali. Ai singoli Stati membri non è consentito darsi regole "personalizzate" che contrastino con le norme UE. La Direttiva 2002/86/CE ha anche vietato, a partire dal 10 luglio 2003, gli scambi infracomunitari di prodotti non conformi alla direttiva 2000/13/CE. Per tutti questi motivi, Paolo De Castro, presidente della Commissione agricoltura del Parlamento Ue richiama continuamente il nostro Parlamento a non incaponirsi nel proporre e nell’approvare leggi sull’etichettatura. “In tema di etichettatura – ricorda De Castro - gli Stati membri dell’Ue non hanno nessuna facoltà, quindi tutte le norme approvate nei parlamenti nazionali in materia di etichettatura saranno regolarmente prese e messe nel cassetto”. ”Quando capiremo ciò – aggiunge De Castro – risparmieremo tempo e lavoreremo magari per cambiare quello che non ci piace nel dispositivo europeo”. ”Per l’etichettatura parliamo di norma, non di regolamento – aggiunge ancora De Castro – E’ come quando diciamo ‘mettiamo un dazio su tali importazioni’. Sono solo chiacchiere perché uno stato membro Ue non può mettere dazio. Tutta la materia commerciale è devoluta all’Europa”. La riprova di quanto afferma De Castro sta nel fatto che tutte le disposizioni in materia di etichettatura approvate dal Parlamento italiano, che non tenevano conto delle disposizioni europee, sono state cassate dalla Commissione. Ultima bocciatura in ordine di tempo quella del decreto ministeriale italiano che disciplinava l’etichettatura del latte sterilizzato a lunga conservazione, del latte UHT, del latte pastorizzato microfiltrato e del latte pastorizzato ad elevata temperatura, nonché dei prodotti lattiero-caseari, fortemente voluta dal Ministro Zaia, L’Europa funziona così e dobbiamo accettare le sue regole, a meno di non mettere in discussione la nostra appartenenza alla Comunità. Le battaglie che la Cia e le altre Organizzazioni agricole stanno conducendo, con forza e convinzione, per chiedere l'estensione dell'indicazione d'origine a tutti i prodotti agroalimentari - per obbligare cioè gli industriali e la distribuzione a vendere il latte indicando se è munto in Piemonte piuttosto che in Polonia o per per imporre che il formaggio si faccia con il latte e non con le polveri - hanno un interlocutore preciso: l'Unione Europea. La eventuale approvazione della legge sull'etichettatura che il nostro Parlamento sta discutendo avrebbe valore, ma solo di a titolo di progetto da sottoppore al vaglio dela UE. Paolo De Castro è invece tranchant: la legge nazionale è inutile. "Invece che perdere tempo in ambito nazionale– ha dichiarato De Casto -, l’Italia dovrebbe lavorare con i colleghi a Bruxelles perché la norma approvata a luglio scorso in plenaria dal Parlamento europeo che prevede l’etichettatura per i prodotti alimentari caratterizzati dalla materia prima venga portata in Consiglio e approvata in seconda lettura”. Il commissario Ue all’Agricoltura Dacian Ciolos ha fatto sapere che nel pacchetto legislativo sulla qualità che si presenterà in Parlamento Ue il prossimo 8 dicembre, sebbene la proposta non sia ancora ufficiale, ci sarà un passaggio che riguarda l’etichettatura dei prodotti alimentari. Si inizierà dal latte. Si prevede un atto delegato, poi lo studio di impatto, vale a dire la convenienza economica e di utilità per i consumatori, per capire se il gioco vale davvero la candela. ROBERTO ERCOLE – PRESIDENTE CIA PIEMONTE
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