– Il 2006 ha registrato un aumento della produzione alimentare del 1,5% (calcolato a parità di giornate lavorative, scorporato l’effetto caduta della produzione saccarifera
legato alla OCM). In pratica il trend si avvicinato a quello 2005 ( 1,7%).

– Il trend dell’industria alimentare è stato inferiore a quello registrato dalla produzione dell’industria nel suo complesso a parità di giornate lavorative ( 2,4%). E’ il destino
delle produzioni anticicliche come quella alimentare: solide e pigre nel rallentare, quando gli altri settori cedono, ma lente anche nell’accelerare.

– L’export 2006 del settore ha raggiunto i 16,8 miliardi di euro, con un 10,8% in valuta, che mostra una sensibile accelerazione, grazie alla ripresa dei mercati internazionali,
rispetto al 2,7% dell’anno precedente. L’industria alimentare nazionale, tuttavia, con una incidenza export/fatturato del 15%, continua a inseguire la proiezione export-oriented media europea,
che supera il 18%.

– Questi dati congiunturali si inseriscono in un contesto strutturale e di cicli di lungo periodo complesso. Il Paese sta uscendo solo ora dalla fase di stagnazione più lunga del
dopoguerra. I cicli di crescita si sono modificati. A cominciare da quello che vedeva lunghe fasi di espansione alternate e brevi periodi recessivi.

– I ritardi strutturali del Paese, in termini di infrastrutture, di energia, di innovazione e ricerca, di costi ed efficienza dei servizi, pesano. Così in Italia la ripresa
internazionale “attecchisce” in modo ridotto. Anche se l’ultimo trimestre dell’anno ha consentito inaspettatamente di ritoccare in su le stime di crescita dell’export e del PIL, rimane un gap
di quasi un punto tra il tasso di crescita del nostro sistema e quello medio della Comunità.

– Nel quadro strutturale in cui opera il settore mantiene un peso enorme la PAC. Essa ha recato forti cambiamenti, a cominciare dall’introduzione su larga scala del principio del
disaccoppiamento totale degli aiuti. Il precedente legame degli aiuti, orientato sui livelli di produzione e sui prezzi, si è fortemente allentato e in molti casi è scomparso, a
vantaggio di un sistema di sostegno al solo “reddito” agricolo. Ne è derivata flessibilità operativa da parte degli agricoltori, comunque protetti sulla base dei redditi
convenzionali stabiliti dalla Commissione. E ne è derivata libertà di lievitazione dei prezzi dei prodotti agricoli, che possono seguire liberamente le logiche di mercato.

– Sono imminenti nuove OCM, come quella che introdurrà il disaccoppiamento totale degli aiuti anche nel settore del pomodoro. Il comparto è preoccupato. E’ ben noto che il
pomodoro ha una logistica estremamente rigida, che non sopporta movimentazioni lunghe e magazzino. Il disaccoppiamento totale del comparto non dovrà creare cadute produttive quindi da
parte degli agricoltori nazionali, come è avvenuto per il frumento. Mentre i molitori e i pastai si sono potuti rivolgere all’import, in sostituzione della perdita di produzione legata
al disaccoppiamento totale, i trasformatori del pomodoro, che rappresentano uno dei comparti più export oriented del “food and drink” nazionale, sono totalmente impossibilitati a farlo.

– Occorre fare scelte coerenti, capendo l’evoluzione del mercato in un ottica di filiera che premi l’efficienza di ogni segmento. Non è stato esemplare, in questo senso, lottare
duramente a Bruxelles, negli anni scorsi, per ottenere il disaccoppiamento parziale in sede di nuova PAC, e poi, dopo averlo avuto, non applicarlo.

– Il termine di validità della PAC attuale è previsto al 2013. Non è così lontano. Ed è molto più vicina la possibilità che la stessa PAC
subisca modifiche “in itinere” a breve, se il negoziato WTO, come sembra, dopo il rilancio in atto, si concluda a fine 2007 o inizio 2008. In questo caso, il nuovo WTO imporrà
presto modifiche sostanziali nei tre pilastri del negoziato: sostegno all’export, sostegno interno, accesso al mercato, con conseguenze rilevanti per i riferimenti operativi della filiera
agroalimentare.

– A seguito degli intuibili compromessi finali del negoziato WTO, caleranno rapidamente così le restituzioni all’export, si ridurranno gli aiuti ad alcuni comparti, per i nuovi
tetti che saranno imposti ad alcuni sostegni PAC, verranno abbassate, probabilmente di oltre il 50% medio, le tariffe daziarie. Insomma, l’agricoltura nazionale sarà sempre più in
mare aperto. Come dice il titolo del Convegno, la “fortezza” Europa sta abbassando i ponti levatoi e si sta confrontando sempre più col mercato globale.

– Sarà necessario perciò mantenere clausole di salvaguardia di possibile freno e blocco delle importazioni per i settori produttivi. Occorrerà in sostanza “filtrare”
i rischi, legati alle maggiori importazioni, di impatto economico-sociale più pesante: quelli che causano costi socio-economici troppo elevati e possono mettere a repentaglio la loro
stessa sopravvivenza.

– Questi rischi imporranno misure strutturali idonee a migliorare le caratteristiche dimensionali e qualitative dell’agricoltura nazionale. Ma queste misure dovranno far fronte, con
scelte strategiche lungimiranti, non solo alla crescita della competizione commerciale, ma anche a un nuovo fattore di rischio strutturale. Le proiezioni della scienza indicano che questo nuovo
rischio si collega ai cambiamenti climatici previsti nei prossimi decenni.

– Il rischio è che la fascia mediterranea dell’agricoltura europea si trovi a fronteggiare emergenze idriche, conseguenti alla riduzione delle piogge e l’elevazione stabile della
temperatura. Non a caso la DG 12 a Bruxelles sta affrontando queste tematiche. E non a caso il Comitato permanente di ricerca agricola del Mipaaf sta lavorando per aiutare la Commissione a
identificare modelli di previsione adatti a predisporre tempestive scelte di investimento.

– L’industria alimentare italiana ha bisogno perciò, più che mai, di operare in una filiera organica ed equilibrata, con forti input di innovazione, ricerca e aggiornamento
tecnologico
. L’industria non insegue scorciatoie commerciali, non può disancorarsi dal legame (oggi prossimo al 70% dei suoi approvvigionamenti), con una produzione
agricola nazionale forte e affidante,
in termini di quantità e di qualità.

– La filiera deve avviarsi verso alleanze strategiche di filiera in chiave imprenditoriale, di efficienza e convenienza reciproca, guardando lontano, al di là dell’esperienza
difficile degli accordi interprofessionali, degli schemi, dei riferimenti esterni e dei sostegni articolati della stessa PAC. La OCM unica di cui si discute e che sarà destinata nel
prossimo decennio a raccogliere l’eredità della PAC attuale tratteggia semplificazioni e stimoli in questo senso.

– L’agricoltura europea – crediamo – è in condizioni di superare le criticità che si profilano all’orizzonte. Quella continentale non dovrà rinunciare a mantenere una forte
presenza della produzione di materie prime agricole di base in Europa. L’agricoltura italiana dovrà valorizzare le sue caratteristiche nel target della qualità.

– Le nuove scommesse costituite dalle bioenergie andranno affrontate con grande prudenza. Alcuni esperti affermano che, in prospettiva lunga, il 20% del terreno agricolo europeo potrebbe
essere dedicato alle bioenergie. Il futuro dirà se queste proiezioni sono veritiere. Comunque, occorrerà evitare pericolosi “strabismi” di offerta e tensioni di prezzo sul fronte
alimentare, oltre che tensioni sugli standard di qualità.

– Intanto, il mercato alimentare interno mostra fenomeni importanti. Il 2006 ha recato un calo in quantità del ‘0,9%. Il 2004 e il 2005 avevano già visto, rispettivamente,
un calo del ‘1,1% e un recupero “simbolico” del 0,1% . In pratica, i consumi alimentari domestici 2006 sono stati quasi due punti “sotto” quelli di tre anni prima.

– La capacità di acquisto delle famiglie ha perso colpi, minata dalla lunga stagnazione del Paese, solo adesso alla svolta. Ma essa è stata pressata in gran parte dalle
dinamiche di prezzo delle tariffe, dei servizi non liberalizzati, oltre che dalle nuove priorità connesse ai nuovi stili di vita.

L’alimentare sta facendo da “ammortizzatore” di spesa delle distorsioni del sistema. E’ una spia significativa delle perduranti inefficienze di un sistema che drena liquidità in
settori privilegiati. Così il mercato alimentare stagna, mentre aumenta il peso dell’alimentare stesso all’interno della spesa degli italiani. Sono sintomi apparentemente contradditori,
che significano in sostanza squilibrio e impoverimento di larga parte del sistema.

– Il peso dell’alimentare sulla spesa degli italiani, in particolare, è risalito nel 2006 a quota 17,3%, con un guadagno di 1,1 punti sul 2005. La risalita del peso
dell’alimentare all’interno della spesa complessiva è un segnale eloquente, che conferma la fatica sostanziale del consumatore italiano nel quadrare i bilanci. L’alimentare trasformato
ha raggiunto un peso del 14,3%, dopo il 13,3% del 2005.

– E’ chiaro, in conclusione, che, in presenza della stagnazione profonda del mercato interno, gli spazi di espansione del settore sono legati ai mercati internazionali e alla sua
capacità di competere. Occorrono perciò sforzi rinnovati – si ribadisce – in chiave di produttività, di ricerca e innovazione, di sostegno promozionale, lungo tutta la
filiera.

– Occorrerà apprestare maggiori difese dalla concorrenza scorretta, rappresentata dalla contraffazione e dagli ostacoli pretestuosi, non tariffari, agli scambi. In questo senso,
purtroppo, le notizie sul rilancio in atto del negoziato WTO non delineano novità e aperture interessanti sull’allargamento auspicato ad altri settori del registro ginevrino dei prodotti
alcolici a denominazione di origine. Del resto, lo stesso allargamento del registro, da solo, non basta: esso dovrà prevedere misure concrete di penalizzazione per gli operatori
scorretti.

– Gran parte della competizione avverrà ancora, in gran parte, sia per l’industria che per l’agricoltura nazionale, sui mercati maturi. Su quelli nordamericani, che stanno dando
grosse soddisfazioni, su quelli dei nuovi membri della Comunità a 27, su quelli dell’est europeo. A breve, gli spazi sui grandi mercati emergenti non sono ancora importanti. Su di essi
bisogna lavorare a fondo per le scommesse di lungo periodo. Ma la loro capacità di assorbimento è ancora modesta per prodotti di elevato valore aggiunto come i nostri. In questi
mercati non si innescano ancora in modo importante le “scoperte” della nostra cucina: quelle, intendiamo, recate da veicoli fondamentali come i flussi turistici consistenti nel nostro paese, e
come le catene di ristorazione all’estero.

– La filiera, insomma, deve migliorare la sua produttività con un occhio realistico ai mercati. Gli scenari al 2015 del settore, tracciati da uno studio Ismea-Federalimentare, che
la Federazione intende aggiornare con un nuovo sforzo di monitoraggio e di analisi, non sono ottimisti. Il margine lordo delle aziende, specie se piccole e di prima trasformazione, è
destinato a scendere. Col rischio molto concreto di emarginare parti non trascurabili di intere aree e comparti produttivi.

– Fra i numerosi impegni di Federalimentare a sostegno dell’industria, c’è perciò anche l’avvio di nuove iniziative fieristiche. L’inaugurazione, il 13 aprile prossimo, di
Cibus Roma 2007 è una iniziativa promozionale nuova, in un ambiente fieristico tutto nuovo, baricentrico nel Paese, che completa Cibus Parma e punta alla valorizzazione del “food
and drink” nazionale: specialmente quello centro-meridionale e a vocazione mediterranea.

– Bisogna lavorare insieme per progredire insieme. La filiera, con le nuove scommesse che incombono, ha una chance importante: la nuova fase di ritrovato sviluppo e bassa inflazione
attraversata dal Paese: due elementi che sembravano, entrambi, perduti.

– Il Paese e la filiera agroalimentare devono sfruttare a fondo la congiuntura attuale. Essa va utilizzata per incrementare gli sforzi di efficienza attuati durante la fase di bassa
crescita, in direzione di migliori target di produttività e competitività. Il rischio, concreto e non allarmistico, se questi sforzi non avranno successo, è il
declassamento e la riduzione del potenziale produttivo dell’agro-alimentare del Paese.

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