Allarme Censis: a tavola si mangia meno carne, pesce, frutta e verdura

Allarme Censis: a tavola si mangia meno carne, pesce, frutta e verdura

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Luigi Pio Scordamaglia, Presidente Federalimentare

Giorgio Calabrese – Nutrizionista 

Maurizio Martina, Ministro Mipaaf

Allarme Censis: a tavola si mangia meno carne, pesce, frutta e verdura

GLI ITALIANI A TAVOLA: COSA STA CAMBIANDO Il valore sociale dell’alimento carne e le nuove disuguaglianze
Mercoledì 26 ottobre – ore 10.00 Senato della Repubblica Palazzo Giustiniani – Sala Zuccari Via della Dogana Vecchia, 29 – Roma

Consumi alimentari ridotti a causa del minor potere di acquisto delle famiglie italiane. L’allarme Censis è per la salute degli italiani che, allontanandosi dalla Dieta Mediterranea, potrebbero avere seri problemi negli anni a venire.

Il valore sociale della carne e i rischi delle nuove disuguaglianze si notano subito tra i dati presentati a palazzo Giustiniani dal Censis. La ricerca, realizzata nei mesi di settembre e ottobre 2016, mostra le nuove disuguaglianze sociali a tavola con la riduzione del potere d’acquisto, in linea con il consumo di alimenti basilari per la dieta mediterranea, come carne, pesce, frutta e verdura

La-Piramide-Universale-Dieta-Mediterranea-MEDEAT-RESEARCH-UNISOB

La-Piramide-Universale-Dieta-Mediterranea-MEDEAT-RESEARCH-UNISOB

di Maurizio Ceccaioni
Roma – Presentati il 26 ottobre 2016 presso la Sala Zuccari di palazzo Giustiniani, i risultati di un’indagine Censis sulla crisi di alcune filiere del settore alimentare. L’occasione è stata il convegno “Gli italiani a tavola: cosa sta cambiando”, nel quale sono intervenuti:

Giorgio Calabrese, presidente Comitato nazionale Sicurezza alimentare del Ministero della Salute;
Roberto Moncalvo, presidente Coldiretti;
Massimiliano Dona, segretario generale Unione Nazionale Consumatori;
Marino Niola, antropologo Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli;

Luigi Scordamaglia, presidente Federalimentare;
Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis.
L’incontro è stato moderato dal giornalista Alessandro Cecchi Paone.

In apertura era previsto l’intervento del ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Maurizio Martina, ma per impegni istituzionali è slittato a fine mattinata.
La ricerca, effettuata dal Censis, ha preso in esame anche gli anni della crisi (2007-2015) e i principali trend in atto. Un dato su tutti: alimenti alla base della nostra dieta, come carne, pesce, frutta e verdura, oggi sono oggetto di tagli, più o meno significativi, da parte delle famiglie italiane.

Contrariamente a quanto si poteva pensare, la riduzione dei consumi dipendente in minima parte da alcune tendenze alimentari in atto legate a mode estemporanee, mentre si è dimostrata una correlazione più stretta tra diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie e quello dei consumi di questi alimenti basilari della dieta mediterranea. 
Da qui il concetto di “valore sociale dell’alimento carne” e le nuove disuguaglianze, ripreso nel sottotitolo della ricerca. Un tema ampiamente chiarito negli interventi, richiamato in apertura da Massimiliano Valerii, quando ha ricordato come nell’ultimo anno  gli italiani che mangiano meno carne sono stati 16,6 milioni; 10,6 milioni quelli che hanno ridotto il pesce; 3,6 e 3 milioni quelli che fanno a meno della giusta quantità di frutta e verdura.

infografica_defPiù di quello culturale, è il divario economico a fare la differenza tra meno abbienti e benestanti. Si vede nella riduzione dei consumi di carne (45,8% contro il 32%); nel pesce (35,8% contro il 12,6%); per  la verdura (15,9% contro il 4,4%) e la frutta (16,3% contro 2,6%). «Oggi, nell’Italia delle disuguaglianze, il buon cibo lo acquista solo chi può permetterselo», chiosa Valerii.

Consumatori italiani in difficoltà economiche, ma anche vittime di leggende metropolitane diffuse principalmente via web, che demonizzano prodotti come carne, uova, latte e formaggi, squilibrando gli apporti nutrizionali e mettendo seriamente a rischio la salute di molti italiani. Si è visto pure come questi vengono poi surrogati da altri prodotti artefatti e a basso contenuto nutrizionale e spesso di dubbia qualità, figli di un marketing alimentare che guarda più all’estetica che all’etica. Fattori che stanno determinando un progressivo allontanamento della popolazione da certi consumi alimentari e l’aumento di malattie come l’obesità e il diabete alimentare.

G. Calabrese - M. Dona

G. Calabrese – M. Dona

Sul piede di guerra il noto nutrizionista Giorgio Calabrese: «La progressiva sostituzione di alimenti naturali, come le proteine nobili della carne, i carboidrati e le vitamine, con prodotti sempre più surrogati chimici, nutrizionali e fruttetici, non fa il bene del consumatore». 
Il riferimento è in particolare ai prodotti a base di soia, come sostituto naturale della carne; o agli integratori alimentari e dolcificanti, in alternativa allo zucchero naturale. 
«L’alimentare deve rimanere appannaggio dell’alimentare e non dell’industria farmaceutica», dice ancora Calabrese. Condannando le speculazioni contro la carne a favore dei prodotti di soia, più che sospetti, pare siano certezze: «È un legume che non ci appartiene e il 26 ottobre 2015, quando l’Oms raccontò che la carne faceva venire il cancro, il valore della soia salì del 17% in borsa».

Sarà stato un caso, ma ricorda pure «la favoletta» che nel mondo si consuma troppa carne, «Non si dice invece che i consumi sono molto squilibrati, con aree che ne consumano troppa e altre troppo poca. Tra il consumo apparente e quello reale risulta che in Italia si mangi in media circa 200 grammi di carne bovina a settimana – precisa – , ma è meno della metà di quanto consigliato a livello internazionale».

Un campanello d’allarme sull’eccessivo consumo di fibre vegetali, importanti ma «Il nostro organismo ne può assorbire al massimo 30-35 grammi al giorno – dice Calabrese – per evitare il rischio di male assorbimento di sostanze come ferro o calcio per il formarsi di fitati e tannati». Calabrese polemizza vivacemente anche contro quelli che quotidianamente dicono cosa si deve mangiare e cosa no: «Su questi argomenti stanno parlando troppe persone che, o sanno poco o hanno interessi diversi – dice -. La medicina è medicina! Le altre sono argomentazioni filosofiche che poi portano alla commercializzazione di maggiori prodotti contro altri prodotti. A quel gioco non ci sto».

Una storia emblematica quella delle carni rosse, principalmente carni bovine, ma anche equine, suine e ovine. Così chiamate per il forte contenuto di mioglobina ed emoglobina, che le danno quella tipica colorazione. Sulle carni rosse, ritenute a ragione fonte primaria di proteine “nobili”, fondamentali per il nostro organismo, è piovuta una denuncia di probabile cancerogenicità dall’Oms (Organizzazione mondiale della sanità).
Ma circa un anno prima, il 14 settembre 2014 il professor Calabrese aveva risposto su Famiglia Cristiana, ben prima della denuncia ufficiale dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc), ritenendo che la correlazione tra cancro al colon e uso delle carni rosse e insaccati, associate poi alle categorie A2 e A1 (rischio medio e alto), era stata fatta in modo “empirico”, senza specificarne il livello di pericolosità. «La regola del buon senso – scriveva Calabrese – è quella che proponiamo ogni giorno ai pazienti. Due volte la settimana: pesce, carne bianca, carne rossa, uova e formaggi. Una volta la settimana insaccati. Raramente salsicce e wurstels. Tutto cucinato a basse o medie temperature».

Luigi Scordamaglia

Luigi Scordamaglia

Il presidente Federalimentare, Luigi Scordamaglia, veterinario e AD di Inalca (gruppo Cremonini) ha rilevato come «pericolosamente e negativamente gli italiani stanno cambiando il loro rapporto con il cibo. Mai come ora il mondo chiede i nostri prodotti e i nostri modelli; ed è frustrante, di fronte a una domanda globale in costante aumento, vedere che si gioca sempre sulla difensiva sul nostro mercato».

Nel suo intervento, il presidente Coldiretti Roberto Moncalvo ha ripreso il discorso dei prodotti a chilometro zero, ribadendo la genuinità dei loro prodotti di filiera: «Se ci sono cittadini di ogni condizione economica che scelgono di acquistare i prodotti nei nostri mercati di “Campagna amica”, capisco che si tratta di una scelta culturale prima che economica, perché lì non vedono quelle “distorsioni” che, ad esempio, trovano nella grande distribuzione».

M. Valerii- R. Moncalvo - G. Calabrese

M. Valerii- R. Moncalvo – G. Calabrese

«Marino Niola – dice Alessandro Cecchi Pavone – è “La dieta mediterranea fatta persona”». L’antropologo, che si autodefinisce “Profeta mai pentito della dieta mediterranea”, ha ricordato che il vero scopritore fu Ancel Keys, scienziato americano morto a 101 anni, che con la moglie Margaret Honey, morta a 97 anni, si stabilì nel 1964 nel Cilento, da lui ribattezzato il “Triangolo della Lunga vita”. Ha ribadito l’importanza di un’alimentazione bilanciata, con attenzione alla nostra tradizione, perché «Nel greco antico la parola “diaita” significa stile di vita e non perdere sette chili in sette giorni».

Alla piramide moderna della Dieta mediterranea, Marino Niola contrappone la sua Piramide Universale della Dieta Mediterranea elaborata dal gruppo di lavoro del MedEatResearch da lui diretto, a cui partecipa anche Carlo Petrini, di Slow Food. Alla base ci sono 7 comportamenti da seguire.
Se la “convivialità” fa consolidare i legami tra persone e popoli, la “tradizione” raccoglie un patrimonio culturale, stratificato nei secoli. Ma un posto di rilievo va alla “stagionalità”, che significa «Mangiare alimenti più saporiti e meno trattamenti per la conservazione». Va fatta una giusta dose di “Attività fisica”, ma è fondamentale fare le cose “Insieme”, come cucinare, per preservare, rinnovare e tramandare, l’uso del “vero cibo”, «Eredità millenaria raccolta nella dieta mediterranea».

Ma si deve cominciare presto: “A scuola”. «Solo una sana e consapevole conoscenza del cibo può favorire comportamenti virtuosi e gioiosi» che portino a “Zero sprechi”, «Perché in un mondo dove milioni di persone soffrono la fame, è un dovere morale evitare gli sprechi e fare arrivare il cibo a chi non l’ha».
«Seguire la Dieta Mediterranea – conclude Niola – non significa mangiare un pomodoro in piedi davanti ad un frigorifero, ma assumere uno stile di vita, antico ma moderno, fatto di tanti comportamenti che ruotano attorno alla tavola, con lo scopo di rinsaldare i legami sociali e il senso di solidarietà tra gli uomini e il loro ambiente. «Non a caso La dieta mediterranea è un bene da proteggere, perché questo è il paese dove Raffaello fa rima con culatello».

Del concetto di “food cultural” ha accennato Massimiliano Dona, rifacendosi a quanto già detto sui consumi alimentari di qualità che vedono al banco del mercato l’imprenditore e l’operaio. «Mangiar bene non è solo una questione di reddito, ma di cultura». Quella che spesso manca verso i condizionamenti della pubblicità, con un consumatore “polarizzato” «In giro per la città con queste mappe del tesoro che sono in volantini delle offerte».

«Meno puoi mangiare carne – è riportato nella ricerca – più ne dovrai ridurre il consumo: è questa la logica socialmente regressiva che riporta le lancette della nostra società indietro alla “tavola per ceti”, quando l’accesso alla carne era il segno di un raggiunto status di benessere». La storia ci racconta che dal 1950 ad oggi, con un maggiore benessere della popolazione e grazie ai benefici effetti della nostra dieta mediterranea, c’è stato un enorme miglioramento fisiologico nelle nuove generazioni e un aumento delle aspettative di vita degli italiani. Invertiamo questa tendenza negazionista.
Le proteine animali sono il cemento armato della struttura del nostro corpo, elementi indispensabili per resistere maggiormente alle sollecitazioni di decadimento negli anni.

Maurizio Ceccaioni
Corrispondente da Roma
Newsfood.com
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Redazione Newsfood.com

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