2017: difficile fare previsioni ottimistiche su export e consumi interni

2017: difficile fare previsioni ottimistiche su export e consumi interni

BOLLICINE 2017?  ANCORA CRESCITA MONDIALE, MA BISOGNA FARE QUALCOSA PER MERCATO INTERNO
di Giampietro Comolli

Il 2016 manda un segnale a tutto l’agroalimentare italiano: fra rafforzamento dollaro, brexit, difficoltà consumi, chiusura mercati diventa difficile confermare nel 2020 i 50 mld di euro di export nazionale.

Un previsto calo dei volumi export aggregato del 1,1% per i vini, accentuato al 2,1% per tranquilli e sfusi, pari a meno 90.000 ettolitri esportati appare un forte campanello se non di allarme, almeno di grande attenzione. Tiene il food in generale, ma meno del previsto, questo è l’exit-pool che si deduce dai vari articoli apparsi sui giornali e quotidiani mondiali.

Il traguardo dei 5,5 mld/euro di valore export a fine anno per il vino italiano è fattibile (forse!), ma non si rafforza come sperato sull’onda per esempio di expo Milano2015… come molti avevano gridato e sperato. L’ipotesi base è di un trend in crescita per i soli vini spumanti, ma non proprio in linea con le aspettative: + 18% in volumi e + 7% in valore rispetto al 2015.

Restano vivi alcuni dubbi, come per esempio i grandi mercati di Cina e Russia, i segnali dagli Stati Uniti, le attese a risposti nel Regno unito, la non apertura di nuovi mercati (il 75% di tutto l’export è concentrato nel 20% dei paesi). Un altro punto importante è come gestire la concentrazione nella esportazione. L’export del vino della Francia è più diffuso e distribuito che quello italiano.

Il 60% dell’export italiano è concentrato in 6 paesi; il 60% del vino Francese è distribuito in 14 paesi. La causa non è solo dovuta alla normale lentezza degli ordini in attesa dei listini, ma ad una politica involutiva pericolosa. C’è bisogno di capire i diversi mercati e paesi, dare al vino una nuova veste, fare azioni di lungo periodo, impostare una strategia macroeconomica e di promozione concentrata e mirata. Occorre ritornare con altri sistemi alle politiche pubblico-privati della fine anni ’80 e tutto anni ‘90. Urge una strategia politica diversificata per il vino italiano all’export.

In prospettiva 2017, solo il Prosecco Spumante Dop da una certa garanzia che continuerà, magari rallentando un po’, la crescita se non ci sono grossi impedimenti dalla Brexit, dal super dollaro e dal rinnovo dei blocchi verso la Russia.

Per la prima volta, in Francia, il ProseccoDoc è la prima bollicina importata.

Per l’Italia, il mercato francese è al sesto posto nell’ordine. Il Prosecco fa meglio in Francia che lo Champagne in Italia. Ma il vino italiano ha bisogno urgente di cambiare. Troppa staticità. Troppa salvaguardia dello status quo.

In Francia e Spagna tutte le grandi denominazioni hanno cambiato e stanno cambiando statuti,  regolamenti, strategie. C’è concentrazione, cambi di sistemi commerciali, incentivazione al commercio e meno alla promozione di vendita, più azioni mirate sul consumatore, più dettagliate operazioni di superamento barriere e format in paesi nuovi.

Sempre Francia, Spagna, Australia, Cile e anche la California (grande produttore)  stanno investendo riducendo molto le spese strumentali, strutturali, attrezzature e incrementando infrastrutture logistiche, rapporti e contratti fra cantine. Meno attenzione ai premi, più riduzione dei costi fissi, dei doppioni, delle superficialità: le grandi cantine si concentrano ancora di più.

Forte riduzione dell’uso di agenti e agenzie commerciali, più rappresentanze all’estero, più punti vendita, più servizi porta a porta, più vendite diretta dall’azienda via web e in azienda. In UK circa 9 su 10 bottiglie superpregiate del mondo  sono vendute dal web.  Non c’è bisogno solo di un testo unico delle regole del vino,  ma di una nuova visione come è stata fatta nel 1998-1999 rifondando una nuova Federdoc.

Forse l’ultima rivoluzione del vino italiano che ha portato alla crescita dei consorzi di tutela, alla importanza della interprofessione, alla creazione di un sistema nazionale di certificazione-tracciabilità al servizio del valore d’impresa e dell’etichetta certificata. Peccato solo l’errore di ingordigia nel volersi accaparrare anche l’amministrazione totale. Che poi è stato cambiato ma i consorzi hanno visto ridurre funzioni e compiti.

A circa 20 anni occorre ridurre le Doc o meglio, fare aggregazione almeno delle funzioni delegate in grandi consorzi. Salvaguardare l’autonomia identitaria e tecnica locale, ma riduzione costi fissi e aumento costi variabili in funzione degli obiettivi e dei risultati raggiunti con un forte turnover di dirigenti. Il solo Export non risolve il problema delle migliaia di piccole cantine italiane.

 

Giampietro Comolli

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