MALVASIAS, PER 700 ANNI IL VINO DELLA REPUBBLICA SERENISSIMA

 

 

UN NOME, UNA STORIA, UN VINO SE NE PARLA A VENEZIA  

 

Il prossimo 25 maggio a Venezia, presso il salone dell’Ateneo, si terrà un importante convegno-incontro sui vini Malvasia partendo proprio dalla storia originaria, secoli orsono, quando la viticoltura era poco considerata, la ampelografia non era nota, mentre era importante il vino, il commercio, la vendita, il consumo. All’epoca in cui il vino era anche moneta, era alimento, era energia per il lavoro, era motore di benessere, di sviluppo.

Tutte queste cose sono state negli ultimi anni ben raccontate, e dimostrate dal prof Giovanni Garoglio, dal prof Ulderico Bernardi di Venezia, dal prof Mario Fregoni dal prof Antonio Calò. Per secoli, si parla dei primi due secoli del secondo millennio della nostra storia cristiana, la produzione di vino, e soprattutto di vini bianchi così apprezzati all’epoca e soprattutto dolci ed aromatici, erano soprattutto prodotti nel bacino orientale del Mediterraneo dove Venezia, la Serenissima Repubblica, già era padrona dei mari e dei principali porti.

Tutte le mercanzie viaggiavano quasi solamente sulle galee veneziane dall’est all’ovest. Gran parte di questa storia viene rappresentata e raccolta nei diversi libri enciclopedici, come usava allora, realizzati proprio nelle rinomate stamperie veneziane dal 1450 al 1600 con i modelli Gutenberg, quando appunto Venezia era la capitale mondiale dei libri sull’alimentazione, l’agricoltura, l’enologia, i primi grandi testi che raccontano fatti e realtà dell’epoca moderna.

Per circa 700 anni, uno dei vini bianchi più richiesti e più pagati dai commercianti veneziani,  era il vino “malvasias”. Emblematico il disegno della locandina allegata che riprende una stampa inserita in uno dei vecchi libri enciclopedici e si vede un porto con le viti discendenti verso il mare, una delle prime locandine promozionali del vino Malvasia risalenti a alcuni secoli fa. Il tutto per dare una origine geografica a un vino che non era sicuramente prodotto sulle sponde meridionali della Grecia come farebbe pensare il nome, mentre l’origine del nome risale al porto di Monenvasia, da dove le galee veneziane partivano cariche di vino bianco proveniente da svariati territori del Mediterraneo Orientale.

Nelle cisterne sottoterra costruite nei magazzini sulle banchine del porto avveniva la creazione del vino “Malvasia”, un mix di varie partite, che poi prendevano vie del mare diverse, fra cui sicuramente la Laguna di Venezia. E’ evidente che il mito “viticolo” accompagnava la vendita e il commercio del vino. Era affascinante bere una “ombra” di vin sotto il campanile il piazza San Marco a Venezia decantando le vigne di origine, inesistenti, perché erano sparse in tanti territori, fra cui l’Egitto, la Siria, la Fenicia, la Turchia, le isole Greche dell’Egeo.

Sempre un mix di vini differenti, ma tutti bianchi e tutti assai dolci. L’incontro tecnico di Venezia punterà su questa grande operazione di marketing di 800 anni fa che ha fatto la fortuna di tante famiglie di commercianti veneziani,  dando potere, sicuramente eleggendo almeno due Dogi delle Repubblica. Potere delle “malvasias”, ma  inteso come una coralità di vini dolci.

La Malvasia del Prof Mario Fregoni

Prof Mario Fregoni a Vinitaly 2016

Come dice oggi il prof Mario Fregoni, sicuramente oggi sarebbero vini imbevibili.  Ma ciò non toglie che la storia, la passione, le leggende parlino anche di “viti” di malvasias intendendo piante di viti ignote, immaginarie a cui si voleva dare un nome e una identità. E’ il caso di pensare a un Leonardo da Vinci che si fa portare piante di viti dai Colli Piacentini che potrebbero essere di una uva bianca che ricorda e richiama forse l’uva Malvasia.

Cronache storiche vogliono la regina Cornaro, veneziana nipote di un Doge regnante sull’isola di Creta e regina di Asolo, regalasse all’amica Beatrice d’Este una galea veneziana carica di piante da frutto, esotiche e da fiore proveniente da Creta come regalo di nozze con Ludovico il Moro alla fine del 1500 (da qui il viale alberato di Milano), fra cui anche molte pianti di vite di “… uva bianca dolcissima e odoratissima”.

Per non parlare poi della scelta, più recente,  delle “malvasias” come uno dei vini ideali per la Santa Messa, purchè coltivati seconde regole naturali strettissime. Ma come ci insegna il prof Fregoni il vitigno Malvasia in natura, almeno a quei tempi non esisteva. E’ stato catalogato e descritto per primo, con qualche errore, dal noto Gallesio autore delle prime grandi tavole ampelografiche. La ricerca scientifica in viti-enologia degli ultimi anni sta dando grandi risultati in termini di introduzione di nuovi modelli in funzione delle diversità ambientali e culturali in atto, e non solo, come spiega e anticipa il più recente libro del prof Fregoni su “Le viti native americane e asiatiche” in cui si descrive come e perché esistono ibridi, portainnesti e ibridi varietali e come tali se sono utili o  non utili con l’attuale sistema climatico, edito da le Città del Vino.

Quindi conoscere la storia e l’ampelografia può essere fondamentale nella promozione di un vino. Come scrive il prof Fregoni, oggi in Italia esistono  17 Malvasie, spesso con nessuna parentela evidente, tra le quali la Malvasia di Candia del Lazio, non imparentata con la Malvasia di Candia aromatica di Parma e Piacenza. La piú piccola come estensione é la Malvasia Rosa, nata proprio a Piacenza. Il prof Fregoni sostiene anche che la forte concentrazione varietale, che ha sacrificato anche il vitigno autoctono di Malvasia, porta a una perdita della biodiversitá. Da 30.000 ettari di Malvasie all’inizio del secolo scorso dopo la Fillossera, oggi in Italia ci sono solo 9000 ettari coltivati, e sono in continuo calo. Il vino sembra che non incontri il consumatore.

Ma è vero? Oppure il consumatore si aspetta un vino diverso? In Cina per esempio, una certa Malvasia, piace. Anche a Londra, ma è totalmente diversa, sembra un altro vino. Che fare allora? Il Ducato di Parma e Piacenza è uno dei “genius loci” italiani della produzione della Malvasia di Candia aromatica, con circa 1000 ettari, dove può avere un ruolo. Ma si devono fare scelte decisive e drastiche su produzione e tipologia, puntando a una unica Doc più grande, anche se in regioni differenti, come è stato fatto per il Cava o per il Prosecco.  Oggi la produzione è strettamente connessa al consumo e alla identità originaria per cui una scelta tipologica e una “credibilità” identificata può essere un grande motore di rilancio.

Giampietro Comolli
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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
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