In agricoltura, prezzi bassi favoriscono l’acquisto della merce. Tuttavia, acquistando certi prodotti troppo economici si diventa complici dello sfruttamento e del caporalato.

Dopo la strage di Foggia, 16 braccianti morti in un incidente stradale, il Comitato di Slow Food decide di denunciare la situazione del settore. E non vengono usati mezzi termini: “Una mattanza intollerabile, che avviene ormai in modo palese. Lo Stato deve mettere al centro delle proprie politiche la tutela dei lavoratori, spesso migranti regolari in Italia alla ricerca di opportunità lavorative e di un futuro migliore per sé e per la propria famiglia. Lo sfruttamento dei braccianti agricoli è un fenomeno noto a tutti”.

I dati, raccolti dall’Osservatorio Placido Rizzotto, sono impressionanti.

Il rapporto “Agromafie e caporalato” parla di 400.000 braccianti nella sola raccolta dei pomodori, di cui 100.000 lavorano in condizioni “Di ricatto lavorativo e vivono in condizioni disumane”.

Queste persone lavorano dalle 8 alle 12 ore al giorno, con una paga media di 3 euro l’ora, senza rispetto per la salute o per la sicurezza sul lavoro. Spesso vivono sul posto, in baraccopoli illegali prive della minima sicurezza,

I caporali sono colpevoli, ma per Slow Food la responsabilità ultima è della grande distribuzione organizzata. Sfruttando il loro strapotere economico, le grandi aziende possono commercializzare i loro alimenti ad un prezzo inferiore al costo di produzione. Per non lavorare in perdita (e salvare le proprie aziende) i piccoli imprenditori, perdenti del sistema, si rifanno sull’ultima anello della filiera, i braccianti. Da qui, il salario misero, i lunghi orari di lavoro, i pericoli per la salute.

La soluzione di Slow Food è l’inserimento in etichetta dei prezzi in origine. Ogni prodotto dovrebbe indicare quanto è stato pagato il prodotto agricolo al contadino. L’associazione parla chiaro: “Facciamo appello a tutti i consumatori: quando andiamo ad acquistare i frutti della terra dobbiamo prestare la massima attenzione a non diventare complici di questo neo-schiavismo, evitando di scegliere le offerte al ribasso o marchi della grande distribuzione che praticano politiche dei prezzi aggressive e non etiche. Quando spendiamo i nostri soldi dobbiamo fare la differenza, privilegiando aziende e marchi che facciano della sostenibilità e dell’eticità un pilastro del proprio business. Il cibo deve essere un motore di cambiamento per la nostra società.

L’agricoltura, il cibo ed il caporalato (ed il lavoro giusto) saranno al centro di Terra Madre Salone del Gusto, la manifestazione che dal 20 al 24 settembre a Torino si svolgerà all’insegna dell’espressione #foodforchange, in cerca di un “cibo per il cambiamento” più equo per tutti.

Matteo Clerici