Roma – Si è tenuta ieri a Palazzo della Cancelleria, vicino a Campo de’ Fiori, l’Assemblea 2016 dell’associazione Rete Imprese Italia (Rappresentanza E Territorio). Un parterre d’alto rango che non sfigurava certo con gli affreschi del Vasari nell’Aula magna, per quest’associazione nata il 10 maggio 2010, da un patto tra Casartigiani, Cna, Confartigianato, Confcommercio e Confesercenti.

Presenti imprenditori e rappresentanti istituzionali e sociali, tra cui il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, Linda Lanzillotta (Pd, vice pres. Senato), il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Tommaso Nannicini. Ci sono Guglielmo Epifani (Pd, presid. Commissione Attività Produttive, Commercio e Turismo), Bruno Tabacci (Centro Democratico) e Anna Cinzia Bonfrisco (Conservatori e Riformisti), come il presidente del Censis, Giuseppe De Rita e i sindacalisti Carmelo Barbagallo (segr. gen. Uil) e Susanna Camusso (segr. gen. Cgil).

Sotto l’emblema marmoreo di papa Paolo III Farnese, sul palco col presidente di Rete Imprese Italia e Confesercenti, Massimo Vivoli, i presidenti delle altre associazioni: Giacomo Basso (Casartigiani), Daniele Vaccarino (Cna), Giorgio Merletti (Confartigianato). In vece di Carlo Sangalli (Confcommercio), il vice presidente Renato Borghi. Dopo il video messaggio di saluto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è stato presentato il rapporto “Globali e digitali, le Pmi dopo la crisi”, prodotto da Ref Ricerche e illustrato da Fedele De Novellis. Ma nonostante l’incremento di 375 mila posti di lavoro tra il 2011 e il 2015 nelle micro imprese (quelle con meno di 10 addetti), non è stata una panoramica edulcorante sulle Pmi, perché la realtà dei numeri dice che la crisi non è finita.

«Se fosse continuato il trend economico pre-crisi, oggi il Pil sarebbe superiore del 15% – dice De Novellis mostrando i grafici –, avremmo guadagnato 230 miliardi di euro in più, con benefici per imprese e famiglie». Ma più della caduta della domanda in Italia, sono fisco, burocrazia, eccesso di norme e accesso al credito, a soffocare queste imprese. Una morsa dalla quale solo quelle più forti sono sopravvissute e se non si tiene conto dei rapidi mutamenti strutturali, tecnologici e le sfide imposte dalla globalizzazione, il rilancio non ci sarà.

«Il nostro è un mondo vivo, composto da milioni di micro piccole e medie imprese, fortemente legato al territorio di appartenenza», ha detto il presidente Massimo Vivoli, ricordando come «Negli ultimi 12 mesi hanno chiuso ogni giorno oltre 390 imprese, schiacciate tra un mercato interno in stallo e l’aumento del prelievo fiscale, il crollo del credito e l’incremento del peso di adempimenti inutili e costosi». E domanda a sé stesso, ma ancor prima al governo: «Le Pmi possono ancora considerarsi il cuore dell’economia italiana?». Perché «Non si può ignorare che il 90% dell’occupazione in Italia sia distribuito in aziende con meno di 250 addetti e che nell’ export operano 180.000 imprese italiane al di sotto dei 50 dipendenti».

Rete Imprese Italia chiede l’applicazione totale dello “Statuto delle Imprese” (Legge 180 /2011), di tagliare la pressione fiscale su cittadini e imprese, la detraibilità delle spese per l’adeguamento alle nuove normative. Chiede l’apertura del credito al sistema delle imprese e l’impegno del governo per una più efficace armonizzazione con le normative europee. Chiedono meno burocrazia, di fare una sorta di “Jobs Act” per favorire le Pmi e gli imprenditori per una “digitalizzazione di massa” e per sviluppare i processi d’internazionalizzazione. «Magari pensando anche a un sistema di voucher o crediti formativi che gli imprenditori potrebbero utilizzare per questo scopo».

Ma pensa a come aumentare il tasso di sopravvivenza delle nuove imprese, come aiutarle a consolidarsi, sia con un piano di riduzione delle imposte per i primi anni di vita, che con contributi, anche a fondo perduto, per le spese generali di avvio. Ma principalmente, riducendo i ritardi di pagamento della Pubblica amministrazione.

«Abbiamo di fronte un percorso complesso ma al quale non possiamo rinunciare e siamo convinti che queste proposte potrebbero dare un impulso decisivo alle micro, piccole e medie imprese e a tutta l’economia italiana», ha concluso Vivoli.

Compare sul palco il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Tommaso Nannicini e scompaiono dalla terza fila di destra Barbagallo e Camusso, dando all’oratore lo spunto per una ironica considerazione, sulle accuse che il governo Renzi si sottrarrebbe al confronto.
«Faccio il politico da troppo poco tempo per fare le lodi delle Pmi – dice subito – ma per fare ripartire l’impresa dobbiamo affrontare una grossa sfida, adattandoci al cambiamento con aggiustamenti strutturali». Mentre snocciola quanto fatto dal governo, in risposta al presidente Vivoli, d’improvviso si blocca e guarda verso la destra della sala. Si saprà poi che è stato solo un lieve malore a una hostess, ma a passi rapidi la vice presidente di Rete imprese Italia, Donatella Prampolini Manzini si è rapidamente avviata sul posto. Di ritorno, scherzando col cronista, dice: «sono anche diplomata Infermiera Professionale».

Chiude l’assemblea 2016 il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, che con voce roca dice che «Questo paese un’idea positiva d’impresa fino in fondo, non l’ha mai maturata» e riferendosi ai “furbetti del Jobs Act”, ribadisce che «Le imprese che non rispettano le regole e le leggi vanno punite, perché vanno prima di tutto contro chi è onesto e viene messo fuori del mercato». E per dare la caccia alle imprese disoneste, annuncia la nascita dell’Ispettorato nazionale del lavoro, unificando gli ispettorati di Asl, Inps e Inail.
Sulla crisi in atto dice che «ha colpito solo alcuni pezzi di società» e fa un mea culpa: «Forse dovevamo prima difendere le Pmi piuttosto che aiutarle dopo».

Ma va diritto al problema dei contrasti coi sindacati e l’opposizione: «Non continuerò a mettere la polvere sotto il tappeto. Dobbiamo guardare negli occhi i problemi e affrontarli, sentendo le associazioni che rappresentano le imprese e i lavoratori, perché quando chiude un’azienda si perdono posti di lavoro e per sempre. Una conoscenza e un sapere che non si ricostruisce in tre giorni e per questo l’impresa, col suo significato, il valore, il ruolo va messa al centro dell’attenzione del Paese. Gli italiani devono voler più bene alle loro imprese, perché sono loro a produrre il lavoro». Ha poca voce, ma parla a lungo. «L’Italia ha dei potenziali incredibili e la domanda che mi faccio sempre è come cavolo abbiamo fatto a finire così? Dov’è che abbiamo sbagliato?». «Sarebbe una lista lunga – dice – ma se questi potenziali sono usati bene, ci possono consentire di essere un paese all’avanguardia in Europa e il governo sta cercando di costruire le condizioni, a cominciare dalla riforma del mercato del lavoro, che è cominciato ad andare a regime, con risultati molto positivi». Non ci sta a sentirsi dire che 400 mila posti di lavoro non sono significativi. «Nel 2013 ne abbiamo persi 250 mila di posti di lavoro e tra questo e guadagnarne 150 mila in più, è come stare a guardare la piscina o stare a mollo. L’umidità è più o meno relativamente quella ma c’è differenza se stare sul bordo o essere dentro».

Parla delle tante ipotesi di lavoro per sbloccare il paese, di politiche attive, dell’alternanza scuola-lavoro, dell’apprendistato in alternanza. Fa esempi su come i giovani apprendisti, con la loro esperienza sulle nuove tecnologie, abbiano contribuito a far rinascere le piccole aziende, ma ha più di qualche dubbio sul rapporto costi/benefici sociali tra lavoro e innovazione. L’esempio è quello dei posti persi in Alitalia coi check in on line. «Ma l’innovazione non si fermerà ai check in on line e non si può andare avanti coi prepensionamenti o con una cassa integrazione fino a 10 anni» dice Poletti.

«Noi abbiamo detto per anni che difendevamo il lavoro, ma con quelli che abbiamo mandato in prepensionamento, abbiamo difeso il lavoro? No! Perché il lavoro è un pezzo fondamentale della vita di una persona, della sua dignità. Una società che sia degna di questo nome, si deve preoccupare che ognuno abbia un lavoro», dice. Spiega come questo sarà un cambiamento permanente e fa una metafora per rappresentare le imprese prima del 2008 e quelle dopo. «Le prime possiamo rappresentarle come “pedoni” che si muovevano con le proprie gambe. Ogni tanto si fermavano. Poi ripartivano. Adesso è un’impresa “ciclista”, permanentemente in movimento se vuole stare in equilibrio. Capaci di cambiare in corsa rispetto al cambiamento. Una cultura d’impresa che guarda al futuro e non al passato. Il governo dovrà porre le condizioni per produrre più opportunità, tagliando le rendite, premiando chi affronta la sfida e penalizzando chi danneggia la collettività con comportamenti sleali».

A margine dell’assemblea, si riacutizza la polemica sul Jobs Act e sollecitati dai cronisti mentre vanno via, i sindacalisti lanciano strali contro il governo. «Una legge senza vincoli e regole, costruita male e servita solo a dare una distribuzione di risorse a pioggia, senza produrre vera occupazione – dice la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso -, con una grossa sperequazione tra le risorse spese e gli effetti sull’economia, su cui si deve rimettere mano». Il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, ribadisce «Avevamo parlato di riciclaggio di posti di lavoro, ma più che di ripresa occupazionale si doveva parlare di presa per i fondelli, come hanno dimostrato i fatti».

Sui 400 mila posti di lavoro nuovi di cui aveva parlato Poletti, Barbagallo parla di beffa sui posti di lavoro a tutela crescente: «Quel posto a tempo indeterminato – dice – deriva da un incentivo drogato e ci devono spiegare quali sono le tutele».

Maurizio Ceccaioni,
corrispondente da Roma
Newsfood.com