Batterio killer, il precendente americano degli spinaci

Batterio killer, il precendente americano degli spinaci

Paura, sconcerto e diffidenza: il caso del batteri killer, Escherichia Coli sta attraversando l’Europa, facendo crollare le vendite di ortaggi e mettendo a dura prova i sistemi sanitari del
Vecchio Continente.

Per quanto estrema, la vicenda ha un precedente oltreoceano, nella vicenda USA degli spinaci contaminati.

Tutto inizia nell’autunno 2006, quando un epidemia non identificata attraversa il Paese: in un primo tempo si focalizza negli Stati Meridionali, poi colpisce più duramente quelli del
Nord-Est.

Gli investigatori governativi si misero al lavoro, guidati dalle dottoresse Donna Porter e Sarah Lister, rispettivamente biologa ed epidemiologa, ed il loro team del Ministero della Salute. C

ome nell’Europa di oggi, il il colpevole fu individuato in una forma di E. Coli (O157:H7), capace di provocare la sindrome emolitico-uremica, un collasso renale irreversibile. Forse più
importante, il fatto che partite di spinaci contaminati fossero il veicolo di trasmissioni.

Nel novembre 2006, Washington rende pubblico un rapporto della situazione, testimonianza dell’impegno federale (e della pressione dell’opinione pubblica).

Il testo, opera del Servizio delle Ricerche del Congresso, offriva un rendiconto del primo mese di allarme-spinaci: “Gli Stati interessati sono 26, con 3 morti, 199 persone ricoverate in
ospedale, di cui 31 ammalate ai reni in modo irreversibile. Gli investigatori sono stati in grado di localizzare l’origine dell’epidemia infettiva in diverse fattorie della Salinas Valley in
California”.

Spazio anche alle contromisure degli enti del settore: “Partendo dal 14 settembre la FDA (agenzia di governo per il cibo e le medicine) e il Cdc (Centro per il controllo delle malattie) quasi
ogni giorno hanno diffuso comunicazioni ufficiali sullo stato delle indagini, informando la gente sul numero dei colpiti, sugli Stati con casi confermati, sui richiami dal mercato delle
confezioni di spinaci, sulle azioni degli enti interessati e sui consigli ai consumatori relativi agli spinaci”.

Il rapporto federale non servì ad evitare il panico: di fronte al calo verticale delle vendite, aziende come Natural Selection Foods, River Ranch Fresh Foods e Rlb Food Distribution,
ritirano i prodotti in blocco per rassicurare (inutilmente i consumatori).

A dicembre, E. Coli ritorna a colpire.

Scoppia un’epidemia tra i frequentatori dei ristoranti Taco Bell, nel New Jersey, New York, Delaware e Pennsylvania, e dei Taco John’s in Minnesota e Iowa: in totale, 156 contagiati. In base ai
test medici, stesso problema ( sindrome emolitico-uremica), colpevole incerto. Gli studiosi indicarono come potenziale veicolo prima le cipolle verdi, poi (più probabilmente) la lattuga.
In ogni caso, Taco Bell cedette alla paura e sacrificò le cipolle, togliendole dai menù.

Cipolle o spinaci, la grande paura del 2006 ha spinto attori pubblici e privati a potenziare i sistemi di prevenzione e difese.

Nel 2007, il Ministero dell’Agricoltura aumenta i fondi per la ricerca. 5,5 miliardi di dollari vengono così destinati sia ai laboratori interni che ai collaboratori
dell’Università della California. Obiettivo, scoprire da dove il batterio venga, come faccia a resistere nelle piante, cosa provochi l’epidemia. Gli scienziati sono ancora al lavoro,
esaminando potenziali fattori di rischio come la trasmissione di malattie animali all’uomo, le consuetudini di lavoro agricolo, gli effetti sull’uomo di alcune specie di flora e fauna.

Lo stesso anno, sotto il controllo del Dipartimento Cibo e Agricoltura della California, fu approvato un protocollo LGMA (accordo di mercato tra gli operatori in verdure dalle foglie verdi) che
obbliga a seguire determinate misure nella produzione e confezionamento dei vegetali.

Matteo Clerici

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