Continua la protesta nell’ex Birmania, nonostante gli spari sulla folla, i rastrellamenti nella notte all’interno di monasteri buddisti e scuole, le minacce di dure ripercussioni, i morti,
l’oscuramento di internet, il coprifuoco, una repressione violenta e sanguinosa, la gente non si ferma e per l’undicesimo giorno consecutivo continua a manifestare contro l’operato della giunta
militare e contro la dittatura.

Ma dal Myanmar in questo momento arrivano informazioni confuse. Quello che è certo è che il coprifuoco è durato per 12 ore (fino alle 6 di questa mattina), ma ora la gente
è tornata nelle strade della capitale Yangon nonostante la città sia ormai in stato d’assedio: negozi e uffici sbarrati, ovunque soldati con il mitra spianato, migliaia di
militari che isolava e pattugliano i punti nevralgici la città (avvolgendo anche la pagoda di Sule con il filo spinato).

I manifestanti, tuttavia, non si sono fermati: pare che fossero diecimila a sfilare, fino a quando i soldati non hanno ricominciato a sparare e a lanciare lacrimogeni.
Questo il contesto in cui si inserisce la notizia data dal il sito di esuli birmani “Mizzima News” per cui sarebbe in atto una sorta di “dissidio tra generali” ed il comandante delle forze
militari, Hla Htey Win, sarebbe stato arrestato dai soldati che non intendevano rispettare l’ordine di sparare sulla folla.
Sempre secondo le notizie di “Mizzima News” (che non sono ancora state confermate), inoltre, aerei carichi di soldati e truppe terrestri si starebbero muovendo verso la capitale del Paese, ma
“non è chiaro se le truppe stiano marciando come rinforzi o per opporsi alle truppe che a Yangon hanno sparato sui monaci”.

Nel frattempo si moltiplicano le voci sul reale numero delle vittime della repressione che, secondo testimoni, sarebbe decisamente superiore a quello dichiarato dalle fonti del regime. In
particolare l’ambasciatore australiano in Myanmar, Bob Davis, ha reso noto che, a fronte dei dieci morti dichiarati dalla giunta militare, testimoni oculari hanno visto “rimuovere ieri dal
teatro delle manifestazioni nel centro di Rangoon un numero di cadaveri significativamente superiore”, equivalente a “parecchie volte il multiplo” di quelle “riconosciute dalle
autorità”.
Anche testimoni europei presenti sul posto hanno spiegato all’Ansa che “le famiglie birmane che hanno subito perdite vengono minacciate dai militari affinché dichiarino che i loro
congiunti sono morti per cause naturali e non durante le manifestazioni”.