Ha lasciato la Birmania Ibrahim Gambari, l’inviato delle Nazioni Unite che ha incontrato il capo della giunta militare (il generale Than Shwe) e che ha ottenuto due brevi colloqui con il capo
dell’opposizione e premio nobel Aung San Suu Kyi, costretto da 12 anni agli arresti domiciliari.

L’inviato del Consiglio di sicurezza dell’Onu ha concluso la sua missione ufficiale ed il tentativo di mediazione con le autorità militari che da 45 anni tengono sotto controllo il Paese
e che stanno portando avanti una sanguinosa repressione della rivolta della popolazione guidata dai monaci buddisti.

Al momento, tuttavia, non si sa nulla dell’esito della missione di Gambari né del colloquio che questi ha avuto con il generale a capo del regime.
Nell’ex Birmania, intanto, si cercano di contare le vittime della repressione e dei rastrellamenti: le cifre ufficiali parlano di 10 morti, ma secondo il Governo australiano il bilancio
ufficiale è “una vera esagerazione per difetto”. “Pensiamo – ha spiegato il ministro degli esteri, Alexander Downer – che il numero sia sostanzialmente superiore. Possono essere multipli
di 10 o anche di più”.

Secondo fonti birmane e delle Nazioni unite sarebbero circa 1700 le persone arrestate (di cui 500 monaci buddisti e 200 donne) e rinchiuse in un campus universitario nell’ex capitale Rangoon.
Da quanto trapelato si è appreso che i monaci sarebbero stati raggruppati all’interno di un’unica stanza senza finestre e costretti a spogliarsi, ma molti starebbero rifiutando il cibo.

Intanto, nel corso di un intervento alle Nazioni Unite, il ministro degli Affari Esteri birmano U Nyan Win ha sottolineato che quanto accaduto nei giorni scorsi ai manifestanti è
responsabilità di “opportunisti politici” appoggiati da “Paesi forti” ed ha avvertito l’ONU che l’imposizione di sanzioni non sarebbe la soluzione, poiché servirebbe soltanto a
gettare benzina sul fuoco.