Continua la rivolta in Birmania e continua la dura e sanguinosa repressione da parte del regime militare.

L’opposizione ha ora indetto lo sciopero generale “per paralizzare formalmente il Paese”, mentre le etnie shan, karen, mon e karenny (da sempre emarginate dal regime) sono scese in campo per
opporsi all’esercito.

Lo ha reso noto la responsabile della Cisl per i rapporti con le istituzione internazionali, Cecilia Brighi, che ha spiegato cosa sta succedendo in questo momento nell’ex Birmania: “A Rangoon,
nella zona di Insein, 2.000 persone stanno già manifestando e altre 1.500 si sono radunate nell’area dei centri commerciali” – ha affermato la Brighi, aggiungendo che “i rappresentanti
delle minoranze etniche che fanno parte del Consiglio delle organizzazioni democratiche si sono messi d’accordo con la dissidenza e hanno iniziato ad attaccare i battaglioni dell’esercito
regolare”. In questo modo l’esercito si trova a dover combattere su più fronti e, dunque, a disperdere le sue forze, mentre l’azione delle minoranze testimonia come la rivolta non si sia
placata (come vorrebbe far credere l’esercito).

Ma questa, in quarant’anni di oppressione, non è la prima rivolta sfociata in Myanmar: anche nel 1988, infatti, la popolazione è insorta e la manifestazione di indipendenza
è stata soffocata nel sangue. Secondo quanto dichiarato ad Adnkronos da Tayza Thuria (responsabile del sito di informazione Burmadigest.info e segretario generale della Lega Nazionale
per la Democrazia nel Regno Unito), nel 1988 la repressione della voce popolare è stata ancora più cruenta di quella messa in atto nelle ultime settimane perché grazie ad
internet è stato modificato il modo di diffondere le notizie e oggi il mondo intero osserva “in diretta” quanto accade nel Paese.

“Nel 1988 non avevamo la possibilità che abbiamo oggi – ha sottolineato Tayza Thuria – E questo permise alla giunta di reprimere le manifestazioni con una crudeltà e una violenza
sicuramente maggiore rispetto all’attuale”.

Ma il regime non accetta che il suo operato venga costantemente tenuto sotto i riflettori internazionali: per questo motivo sono stati chiusi diversi Internet cafè a Rangoon ed è
stato oscurato internet, motivando il blocco con “la rottura di un cavo sottomarino”.

Questo ha reso inevitabilmente più difficoltose le comunicazioni con il Paese: “Prima dell’intervento della giunta sulla rete informatica – ha spiegato Tayza Thuria – si riusciva a
ricevere foto e racconti in grande quantità dall’interno del Paese. Ora noi attivisti in esilio continuiamo a ricevere notizie e immagini tramite file sempre più leggeri che poi
diffondiamo via mail a tutti coloro sono interessati alla situazione nel nostro Paese”.

Resta ancora incerto il numero delle vittime della repressione e le associazioni umanitarie parlano di centinaia di morti e di migliaia di persone deportate nelle carceri birmane: “Almeno 85
dimostranti, oltre 1.000 monaci e tra i 300 e i 400 studenti e attivisti sono stati arrestati”, ha reso noto il segretario aggiunto dell’Associazione di assistenza ai detenuti politici, Bo Kyi,
ricordando che le condizioni nelle carceri sono terribili.

E questi numeri sono stati confermati anche dalla Commissione asiatica per i diritti dell’uomo, secondo la quale “la settimana scorsa almeno 700 monaci e 500 civili sono stati fermati e
rinchiusi in prigioni segrete”.