Per chi pensasse che si tratta di uno scherzo o di una di quelle leggende metropolitane che spesso si vanno raccontando, diciamo subito che non è così anche se, qualora fosse
stata approvata, la richiesta di permettere gli allevamenti di tigri a scopo commerciale probabilmente sarebbe diventata proprio una barzelletta. I delegati di 171 paesi alla quattordicesima
conferenza del CITES per il commercio delle specie minacciate ha rinnovato, infatti, il divieto perentorio di caccia alla tigre, nonostante la forte opposizione da parte dei cinesi, e ne ha
permesso l’ allevamento in cattività solo per motivi di conservazione.

Nessun allevamento legale di tigri, quindi, per sfruttarne carne, pelle e ossa, molto utilizzate nei prodotti della medicina cinese.

Secondo il WWF, si legge su http://www.ecoalfabeta.blogosfere.it/, investitori privi di scrupoli hanno realizzato diverse tiger farms in Cina; più di quattromila tigri sono
ospitate in strutture che per ora si presentano come parchi zoologici, ma che potrebbero diventare stabilimenti di produzione se l’allevamento commerciale dovesse diventare legale.

Se si dovesse approvare il commercio di prodotti “a base di tigre”, la crescita della domanda favorirebbe il bracconaggio e questo significherebbe sicuramente l’ estinzione del predatore che
più di ogni altro affascina il nostro immaginario. Al mondo ci sono solo 5000 tigri e tre sottospecie (la tigre di Giava, di Bali e del Caspio) si sono già estinte.
E la storia della carne di tigre? Non è solo una fantasia, dal momento che secondo il Taipei Times, alcuni funzionari del CITES hanno dimostrato attraverso analisi del DNA che nel
ristorante di una tiger farm in Cina si serve effettivamente carne di tigre.

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