BREXIT E MARCHI DOP IGP – SALTA IL BANCO DEL COMMERCIO AGROALIMENTARE

BREXIT E MARCHI DOP IGP – SALTA IL BANCO DEL COMMERCIO AGROALIMENTARE

BREXIT E MARCHI DOP IGP

SALTA IL BANCO DEL COMMERCIO AGROALIMENTARE EUROPEO BASATO SUI MARCHI INTELLETTUALI COLLETTIVI A VANTAGGIO DEI BREVETTI

BREXIT, IL BELLO VIENE ORA
IL TIRA-MOLLA POLITICO ISTITUZIONALE E’ NULLA RISPETTO A TUTTI GLI ACCORDI COMMERCIALI INDUSTRIALI
LE PREMESSE DEL LEADER DEI  TORY  Boris Johnson NON AIUTANO E NON SEMPLIFICANO
SICURAMENTE UN “NODO” E’ L’AGROALIMENTARE PER LA DIVERSA BILANCIA DEI PAGAMENTI UE-UK
Il post 30 gennaio 2020 sembra tutto in salita, fra Europa e Regno Unito, con la Scozia a fare da pungolino, Trump a stendere verbalmente tappeti rossi, con lo Sinn Fein a Dublino e a Belfast a tirare la corda, con la McDonald  e Jerry Adams conduttori in uno scenario politico inglese che assomiglia sempre più all’italico sistema proporzionale.
In ogni caso dagli Usa (emblema è Pete Buttigieg) a molti stati europei, le ultime chiamate alle urne mandano un solo segnale univoco da parte degli elettori: tutti vanno bene,  purchè non uno dell’establishment!
E’ in questa ottica che governi di centro, di centro-sinistra, di destra e di centro-destra appaiono tutti di retroguardia e non rispondono più ai bisogni della società.
Una crisi orizzontale e verticale che ha colpito la classe borghese notoriamente elettrice del centro-destra o del centro-sinistra ha messo in forte crisi qualunque politica mediana e di compromesso e nessun politico è corso ai ripari dopo i primi segnali del 2011-2013 in tutta Europa. In Italia grazie ai cosidetti “professori” abbiamo rimandato scelte e strade che dovevano già essere state decise.
Di fronte a ciò ecco il boom dei 5 stelle!  Forse anche per questo tanti aspetti del sovranismo e del populismo, come i giornali chiamano, si ripercuotono anche nelle politiche economiche di base o di governo, come può essere un “accordo” fra UK ed Europa. Per questo che 11 mesi di tempo forse possono non essere sufficienti per chiarire e scegliere la giusta strada e i giusti accordi-compromessi scaturiti dal voto del Parlamento inglese e quello dell’Unione.
Dalle prime dichiarazioni più o meno ufficiali del primo ministro inglese appare tutto in salita ad iniziare dalle regole, dai trattati, dalle direttive (e regolamenti) di carattere commerciale che il Regno Unito non intende confermare soprattutto nell’agroalimentare di alta qualità, di pregio, tracciabile, sicuro che l’Europa ha impostato già dal 1970-1975 per i prodotti Doc (vino) e Dop (cibo).
Su questo tema l’Europa ( e soprattutto l’area euro poiché ne è un fondante caposaldo di valore diretto ed economico indiretto territoriale) è l’unico continente al mondo ad aver scelto la strada delle proprietà intellettuali, della registrazione di marchi collettivi a denominazione d’origine come “brevetto” a tutela di una regola produttiva non più dettata dalla singola impresa ma da un insieme di imprese dello stesso territorio.
Già a Lisbona nel 1990 io stesso presente avevo constatato la enorme distanza fra mondo del “diritto anglosassone” con il diritto “romano”, da un lato la guida avvocati-magistrati e dalla nostra parte produttori-burocrati ministeriali. Per questo nel 1995, appena ottenuta la Docg per il Franciacorta, quindi appena avuto il riconoscimento più alto “europeo” compreso anche l’iscrizione nella pre-lista delle denominazioni assolute senza bisogno di menzioni specifiche, ho “brevettato” il nome della denominazione come marchio industriale secondo il modello “anglosassone” in 48 paesi del mondo, all’epoca quelli più produttori e più consumatori di vini: tutti gli europei e in più i maggiori fuori UE.
Fu un CdA lungimirante quello della Franciacorta di allora (membri Ricci Curbastro, Rabotti, Cavalleri, Maiolini, Berlucchi fratelli ecc .. ) che seppe essere realista. La stessa cosa fu fatta anche da altri consorzi. Cadendo la Brexit in un momento di crisi commerciale, di voglia di dazi, di barriere economiche (e anche umane… direi) con cali forti di etichette dall’Europa verso l’UK già nel primo mese 2020, appare molto complicato un unico tavolo che deve trovare la quadra.
I consumi finali in generale in UK appaiono in calo per i prodotti normali europei, mentre forse i prodotti Dop-Igp europei sono delle spine nel fianco dei produttori inglesi che si vedono in ogni caso  battuti, sui prodotti di alta gamma e di alto prezzo.
La classe sociale benestante e molto benestante inglese chiedono di continuare ad avere i Dop-Igp sugli scaffali, anche con dazi superiori, ma non sembra disponibile ad accettare norme solo “esclusiviste o eliminatorie” dei prodotti europei. Potranno quindi nascere tanti accordi bilaterali, dipenderà dagli argomenti di forza sul tavolo. Molti inglesi vengono in Italia per turismo, per cultura.
Molti italiani vanno a Londra per lavorare. Che temi mettere nel bilaterale?  Quante commodities inglesi arrivano in Italia a fronte dei vini spumanti, tranquilli, frizzanti, passiti , formaggi, frutta… varcano la Manica?  Molte filiere italiane sono molto preoccupate. L’Europa riuscirà per una volta a dimostrare una solidità comune oltre alla moneta e alla banca unica?
Per l’Italia, diverso che per Francia e Germania, un accordo bilaterale è molto più rischioso soprattutto perché le certificazione, la tracciabilità e la sostenibilità alimentare e nutrizionale è molto più allargata come sistema e come quota. Forse la soluzione non può essere “Sicilia” anche per altre Doc vicinali,  per esempio, ma forse è meglio finalmente puntare sul marchio “Italia” ben declinato secondo regole e mentalità e giurisprudenza della domanda, non dell’offerta.

 

Giampietro Comolli

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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
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