BREXIT PER GLI INGLESI… cosa cambia per il Made in Italy e per gli Italiani?

BREXIT PER GLI INGLESI… cosa cambia per il Made in Italy e per gli Italiani?

COSA STA SUCCEDENDO A CAUSA DELLA BREXIT PER GLI INGLESI? E PER L’AGROALIMENTARE MADE IN ITALY?

PARTONO I PATTI BILATERALI PER SINGOLI PRODOTTI O COMPARTI?

A ROMA INCONTRO COLDIRETTI-PRINCES PER I PELATI ITALIANI NEL REGNO UNITO

 

Ma l’accordo “leave” della Brexit ci sarà? Il 29 marzo 2019 è alle porte e tutto è ancora incerto

Anche nel Regno di Elisabetta II problemi di governo interno si trasferiscono sui rapporti con l’estero.

La figura del governo conservatore inglese, con il loro aplomb e la lunga storia di monarchia costituzionale, non è poi tanto diversa dalle figure che altri governi europei, e non solo, stanno facendo in questo inizio 2019…. senza dimenticare che la UE non è da meno.

Una Unione Europea solamente basata sul “soldo” non va da nessuna parte: i principi dei padri fondatori e il Trattato di Roma (oltre a Schengen e Maastricht ) chiedevano una Europa unita sulla pace, sul sociale e civile. Difficile trovare un Commissario Europeo superpartes sul tema bilancio degli stati membri.

Con la Brexit l’Italia rischia di perdere 12 miliardi di entrate e la Germania quasi 60 mld di euro. In più l’Italia dovrà sborsare 1,4 mld di euro l’anno di quota aggiuntiva (e così in proporzione, tutti i paesi europei) per conservare intatto il bilancio UE perdendo la quota UK .

Ma non è possibile ridurre le spese fisse di Bruxelles e Strasburgo con plenarie e spostamenti vari? Non dimentichiamo che ci sono 100.000 italiani che hanno un datore di lavoro inglese.

La Brexit ha già fatto calare il valore della Sterlina, al cambio da 1,25 a 0,87 euro

Per gli inglesi, cosa vuol dire Brexit?  

Nel brevissimo periodo è possibile – anche con il no-leave – che il bilancio britannico migliori di circa 9-10 mld di euro determinato da risparmi di quote verso UE, incassi molto superiori dei dazi doganali. Nel lungo termine ci sarà invece una spesa sociale maggiore, un minor gettito fiscale, una economia più debole, consumi ridotti.

Le cifre reali purtroppo si faranno solo a resoconto. Tutti concordano in questo, anche quei Commissari europei così bravi nell’ interpretare le sfere di cristallo. Per fortuna da 10 anni a questa parte, uno per l’altro, non ci beccano.

Brexit, politiche Usa, situazione sud-America, scelte politiche e embargo Russo, fermenti medio Oriente, Cina in frenata… sono tutti fattori di economia reale ben più incidenti del deficit di bilancio o del debito pubblico italiano.

L’UK oggi importa molti prodotti, dall’ingegneria meccanica all’agroalimentare. Solo i brand auto britannici potrebbero guadagnarci, ma anche la finanza si troverebbe a perdere servizi e imprese. Il gap fra redditi bassi e alti aumenterà.

La spesa media mensile della famiglia inglese scenderà dalle attuali 2050 sterline (nb: la famiglia italiana spende per consumi al mese circa 2550 euro). Minor manodopera dall’estero a basso costo, porterà un aumento dei salari.

Nel lungo periodo la spesa per consumi aumenterebbe, azzerando i vantaggi iniziali, con perdita di posti di lavoro e riduzione delle importazioni soprattutto dall’Europa. Fornitori Usa, Cinesi, Indiani entrerebbero più facilmente sul mercato.

Unica alternativa, sperata dai britannici, è che le imprese UE costruiscano impianti sull’isola invece di chiudere i battenti. Ma ci vuole molto tempo e non è detto che succeda.        

 

Alcuni dati import-export dell’agroalimentare Regno Unito-Italia e altre economie

L’UK importa alimentari e vini per circa 58 mld di euro valore alla dogana ed è il 6° paese al mondo nella spesa annua di importazione dell’agroalimentare, il 70% proviene da paesi UE. Nel 2018 i cittadini inglesi hanno speso 256 mld di euro in cibo con una autoproduzione intorno al 45%. Per l’Italia il mercato UK vale 3,3-3,5 mld euro l’anno di cui 1,1-1,2 dei soli prodotti targati dop-igp-docg e siamo in graduatoria il 6° fornitore per valore, il primo per il vino, il primo per i vini spumanti con il Prosecco. Il Regno Unito rappresenta per l’Italia il 4° paese al mondo per esportazione: 4 bottiglie di prosecco docg-doc ogni 10 varcano la Manica, 2 barattoli di pelati su 10, 1 forma di Grana Padano e Parmigiano ogni 8 esportate. Inoltre per regioni come Calabria, Campania, Basilicata, Sicilia la destinazione del  Regno Unito vuol dire il 15-17% di tutto il valore esportato.

Per l’Italia, quali temi scottanti per un no-leave

Tanti gli aspetti e i problemi negativi per tutti i paesi dell’Europa, in particolare come abbiamo visto per la Germania (forse per questo la borsa tedesca sta vivendo alcune giornate al ribasso), ma per l’agroalimentare italiano  alcune problematiche potrebbero essere molto difficili se non si corre ai ripari  con opportune scelte, anche di accordi BtoB con imprese o con settori e comparti della importazione e distribuzione (come in Canada). Una ulteriore svalutazione della sterlina, previsto un tasso globale del 20%, potrebbe comportane un costo maggiore dei prodotti di alta qualità. Dazi e accise non farebbero altro che accentuare il gap fra prezzo di ingresso e costo al consumo. Norme e documenti diversi e aggiuntivi porterebbero a un aumento di burocrazia e costi per le imprese italiane a esportare. Potrebbero cadere anche gli accordi e riconoscimenti dei Dop, Igp, Docg italiani (come anche quelli francesi). Leggi e norme giuridiche di commercio internazionale richiederebbero una nuova etichettatura, linee di produzione diverse,  nuove forniture per adeguarsi all’etichetta semaforo. Infine l’e-commerce è un sistema molto forte in UK e diffuso anche nell’agroalimentare con un fatturato nel 2018 di 145 mld euro pari al 7% del Pil inglese (2300 mld di euro) contro una vendita online italiana meno attrezzata, meno organizzata, meno dinamica, meno autonoma, meno diretta dai produttori che fattura solo 28 mld di euro nel 2018 (1700 mld di euro di Pil italiano) ma che potrebbe tornare molto utile per chi si attrezza bene e sviluppa il sistema.

 

Martedì 12 febbraio ore 15,00
Via XXIV Maggio 43 a Roma
Prima intesa bilaterale Italia-UK sul pomodoro
per anticipare effetto Brexit – Coldiretti/Princess

L’appuntamento è per martedì 12 febbraio alle ore 15,00 in Via XXIV Maggio 43 a Roma, presso gli uffici nazionali della Coldiretti, per la firma dell’accordo tra due entità non governative, Coldiretti e Princes, il gruppo che controlla il più grande stabilimento per la trasformazione del pomodoro in Europa, a Foggia.
Come dicono i fautori – il primo patto per valorizzare le relazioni commerciali tra l’Italia e la Gran Bretagna che rappresenta una destinazione privilegiata per la produzione agroalimentare italiana per una maggiore competitività della filiera del pomodoro italiano. Filiera di pregio fondata sul riconoscimento della qualità del prodotto e dell’impegno per condizioni eque e dignitose del lavoro nei campi. 

Partecipano:  Jill Morris, Ambasciatrice del Regno Unito in Italia, Paolo De Castro, Primo Vicepresidente Commissione agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento Europeo;  Ettore Prandini, Presidente Coldiretti; Gianmarco Laviola, Amministratore Delegato Princes Industrie Alimentari 

 

 

Giampietro Comolli
Newsfood.com

Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

Mob +393496575297

Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
Curatore Rubrica Assaggi in libertà

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