“Bufala caffé”, così Napoli sfida Starbucks

Il bar volta pagina, rompendo i soliti cliché. L’idea è dei “Fratelli La Bufala”, un marchio lanciato nel 2002 dalla società Emme Sei che, sfruttando il successo
della sua nutrita catena di ristoranti e pizzerie, oltre 50 entro la fine di quest’anno e quasi tutti di proprietà, punta ora a rinnovare anche la tradizionale concezione dei bar
proponendo i suoi “Bufala caffè” che stanno per arrivare anche a Milano.
«La gente è stufa dei soliti caffé, un po’ noiosi e obsoleti e anche piuttosto omologati» sostiene Luca D’Angelo che con Geppi Marotta, il creativo del
gruppo, Paolo Aruta e Massimo Sanità, ha dato vita a questo nuovo polo della ristorazione alternativa ispirata ai principi della tradizione culinaria partenopea rivisitati secondo il
gusto attuale. «I Bufala Caffè sono un’oasi di ospitalità accessibile a tutte le ore, sono un po’ un mix di bar, rosticceria e salumeria con prodotti tipici e
freschi basati sul ricco repertorio di specialità napoletane e sull’elaborazione del pane, andando a coprire un vuoto di mercato che all’estero è stato riempito da
marchi come Starbucks e Caffè Nero» spiega il manager che anticipa il progetto dell’azienda di aprire 10 “Bufala Caffè”, di cui due già attivi, nel corso di
quest’anno.
La ricetta, come per i ristoranti “Fratelli la Bufala”, è sempre la stessa: ripetere anche da noi il boom del “casual dining”, un filone che è esploso negli Stati Uniti proponendo
a chi non ama i “fast food” una versione evoluta della classica trattoria per mangiare fuori casa bene e a prezzi contenuti. Il tutto, come tiene a sottolineare D’Angelo, «in una
cornice easy, versatile e familiare legata alla tradizione della sana cucina rurale ma con elementi innovativi chiaramente riconoscibili, come ingredienti particolari nelle pietanze quali ad
esempio la carne di bufalo, la scelta del menu che non prevede il pesce, e soprattutto il design moderno e confortevole, che proiettano i nostri locali in una dimensione contemporanea e
industriale».
E qui sta la novità. Perché soprattutto in Italia il business della ristorazione è tuttora ancorato a un modello di gestione familiare e artigianale, piccole realtà
per lo più con un solo punto vendita. «Anche se non siamo fratelli — spiega scherzando D’Angelo — noi non offriamo una bufala ma fatti concreti, una grande
coerenza e fiducia nello sviluppo del nostro progetto trainato da un team affiatato dai vertici al personale dei ristoranti, un vero e proprio clan se vuole». Un clan alla guida di
un’azienda che nel 2007 fatturerà oltre 40 milioni di euro a fronte dei 30 milioni del 2006, con l’intento di tagliare il traguardo dei 100 milioni entro il 2010, e che si
prepara a mettere radici anche all’estero.
«Siamo già presenti a Londra, Barcellona, Miami e Hannover — racconta D’Angelo — anche dai mercati esteri arrivano risposte positive alla nostra formula e
riceviamo richieste per aprire nuovi punti vendita sia dal Medio Oriente che dal Far East». E per alimentare la sua crescita internazionale la Emme Sei ha scelto la strada della
quotazione in Borsa: «Prevediamo di sbarcare a Piazza Affari entro i prossimi 36 mesi; ci sentiamo maturi per il mercato azionario, una scelta strategica richiesta anche dalla
necessità di affrontare investimenti considerevoli nel futuro».

Enrico Maria Albamonte

www.repubblica.it

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