Buoni pasto: il 15 marzo il 'no ticket day'

Conto alla rovescia per lo sciopero dei buoni pasto, un business da 2,5 miliardi di euro l’anno. Giovedì prossimo, il 15 marzo, i ticket non saranno accettati in bar, ristoranti, tavole
calde e nei negozi di alimentari. Nessun esercizio pubblico infatti, su tutto il territorio nazionale, convenzionato con le varie società emettitrici di buoni sostitutivi della mensa,
accetterà i tagliandi come forma di pagamento della consumazione. La protesta è stata indetta dalla Fipe, la federazione italiana pubblici esercizi della Confcommercio che conta
230mila imprese, cui si è aggiunta anche la Fida, che rappresenta la realtà del dettaglio alimentare di Confcommercio e che conta circa 60.000 associati. Entrambe le federazioni
si sono infatti schierate contro la sentenza del Tar del Lazio che di recente ha annullato alcune parti, le più importanti, del Dpcm 18 novembre 2005 che disciplinava il settore. Una
sentenza che ha risposto al ricorso di una società emettitrice e contro la quale la Fipe e la Fida hanno presentato a loro volta un ricorso al Consiglio di Stato con la richiesta di una
sospensiva.
Ma la mobilitazione degli esercenti metterà in ginocchio oltre 2 milioni e mezzo di lavoratori. Un malcontento prevedibile e anche annunciato da alcune associazioni di consumatori per il
‘no ticket day’ che, secondo le stime dell’Adoc costerà agli utenti circa 13,75 milioni di euro. E Carlo Pileri, presidente dell’Adoc, chiede che venga istituita “una Commissione per
vigilare sui processi di vendita dei ticket, sui sistemi delle commissioni, sulla puntualità dei rimborsi e anche sull’attualizzazione del valore di mercato degli stessi buoni pasto. Che
non tralasci insomma, il punto di vista dei consumatori, spesso gli unici veri vessati in questa vicenda”.
A parlare di “grave danno per la filiera” equiparabile a 100 milioni di euro e di un possibile “ritorno al Far West” in merito alla sentenza del Tar è Edi Sommariva, direttore generale
della Fipe. Oltre al ‘no ticket day’, sono previste altre iniziative: dalla rescissione dei contratti capestro alla richiesta di sospensione della gara Consip (pubblica amministrazione). “Con
la sentenza del Tar si tornerà alla pratica del massimo ribasso da parte delle società emettitrici – spiega Sommariva – disposte a scendere fino al 20-22% pur di vincere la gara.
Sconto che graverà sulle commissioni agli esercenti che potrebbero tornare ai livelli di prima, fino al 10% da quel 5-6% ragionevole cui si era giunti con il decreto del 2005”.
Ad avvantaggiarsi della situazione saranno soprattutto i datori di lavoro, secondo la Fipe, che acquistano i coupon di un certo valore, quasi sempre entro 5 euro e 29 centesimi (senza oneri
contributivi né trattenute fiscali) con un forte sconto, tanto che alla fine li pagano circa 4 euro. Ma sono “gli esercenti a rimetterci di più in quanto vengono rimborsati con
forti ritardi e grandi difficoltà”. A loro viene poi applicata una commissione onerosa che è fondamentale per gli emittitori per recuperare gli sconti..

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