Buoni servizio per il Welfare del futuro

Buoni servizio per il Welfare del futuro

Stabilità contrattuale, emersione del lavoro nero, migliore conciliazione tra lavoro e vita privata, soprattutto per le donne. Sono solo alcuni dei risultati raggiunti
nei Paesi europei maggiormente all’avanguardia in fatto di politiche sociali grazie all’utilizzo dei Buoni Servizio, uno strumento che coniuga efficienza, flessibilità e convenienza
fiscale, mettendo d’accordo impresa, Pubblica Amministrazione e famiglie.

Lo confermano i dati della ricerca “I buoni servizio nelle politiche sociali di alcuni paesi europei. Possibili applicazioni in Italia”, realizzata dall’Università di Genova e
dalla London School of Economics con il contributo di Accor Services Italia e presentata a Roma oggi congiuntamente con la Fondazione per la
Sussidiarietà. La ricerca conferma che l’adozione dei buoni servizio defiscalizzati porterebbe, nel nostro paese, indubbi vantaggi per operai, impiegati, giovani e donne, con
un’emersione del lavoro nero dell’ordine del 20%.  

“Da tempo i Buoni Servizio si sono affermati quale efficace soluzione per rafforzare la domanda e promuovere la qualificazione dell’offerta soprattutto nei servizi alla persona –
spiega Graziella Gavezotti, amministratore delegato di Accor Services Italia – Si tratta di misure che ottengono un vasto consenso per i policy makers e che riescono a conciliare
interessi di attori diversi quali famiglie, Pubblica Amministrazione, aziende e erogatori di servizi sul territorio”.

Ma cosa sono i Buoni Servizio? Si tratta di uno strumento fiscalmente incentivato messo a disposizione dallo Stato verso i privati (singoli cittadini, lavoratori e imprese),
che possono interagire co-finanziando l’utilizzo di tali buoni, con la massima libertà e autonomia rispetto all’erogatore del servizio, l’orario di erogazione e alla tipologia particolare
del servizio stesso. In pratica, si tratta di voucher, cartacei oppure elettronici, che possono essere utilizzati per retribuire i lavoratori che operano nell’ambito dei servizi di
cura, in alternativa o a integrazione dei pagamenti standard con contante, assegno o bonifico.

Versatili e perfettamente adattabili alle politiche di welfare di ogni Paese, i Buoni Servizio consentono, da parte di enti e istituzioni, di fornire aiuti ai privati senza emissione diretta di
denaro, monitorando la destinazione d’uso e innescando un circolo virtuoso fatto di emersione del lavoro nero, stimolo all’occupazione soprattutto femminile, stimolo al tasso di natalità e
ai consumi, maggior gettito fiscale e quindi ulteriori disponibilità di risorse da investire in politiche sociali.

La ricerca realizzata dall’Università di Genova e dalla London School of Economics per Accor Services prende il via dalle esperienze concrete di Regno Unito, Francia e Belgio, evidenziando
come le politiche che adottano il buono servizio si siano dimostrate particolarmente efficaci proprio nel promuovere l’occupazione femminile e nel ridurre gli ostacoli alla
maternità per le donne. Ciò risulta vero in particolare nel caso dei Childcare Vouchers inglesi, strumento introdotto nell’ambito di progetti volti ad aumentare la
qualità, l’accessibilità e la convenienza dei servizi di assistenza ai bambini, migliorare il sostegno al datore di lavoro e rendere il lavoro più attento ai bisogni dei
minori. Con risultati decisamente positivi: ben il 69% degli lavoratori dipendenti che hanno potuto usufruire dei programmi di assistenza ai bambini, inclusi i buoni servizio,
sono donne. Inoltre, quasi un terzo dei datori di lavoro hanno rilevato un effetto positivo sulla produttività dei propri dipendenti, dovuto ai benefici che queste
politiche di conciliazione hanno sull’equilibrio tra vita privata e lavoro.

Diverse le modalità di erogazione del servizio, ma analogo il successo, dei buoni CESU francesi. Gli utenti (datori di lavoro) che hanno utilizzato questi voucher per la
retribuzione di lavoratori dipendenti in attività correlate all’infanzia, la dipendenza e i servizi per la casa (“SAP”, Servicess à la personne) sono passati da
470mila unità nel 1999 a circa 1,3 milioni nel 2006. Non solo: si stima che nei primi tre mesi dall’introduzione dei CESU nel 2006 siano stati creati 36
mila posti di lavoro, il 30% circa dei quali circa attribuibile alla regolarizzazione di lavoro domestico irregolare.

In Belgio, infine, attraverso l’uso massiccio dei Titre Service è stata realizzata una politica di welfare pensata per conciliare l’elevato tasso di disoccupazione tra i
lavoratori scarsamente qualificati e l’alta percentuale di donne lavoratrici, bisognose quindi di aiuto esterno per i servizi di cura della casa e di trasporto di persone con problemi di
deambulazione. Il successo del programma può essere misurato nel rapido aumento degli utenti e dei lavoratori coinvolti: nel 2007 circa 600 mila individui hanno
acquistato 50 milioni di buoni (nel 2004 erano “solo” 5.6 milioni), con un costo per lo Stato di circa 745 milioni di euro, a fronte di un numero di dipendenti che si
è triplicato nel giro di soli due anni, passando dai circa 29 mila del 2005 agli 87 mila del 2007.

Al di là delle peculiarità di ciascuna esperienza, è evidente che lo strumento del Buono Servizio, o voucher di conciliazione, si contraddistingue per numerosi
vantaggi: prima di tutto, garantisce la finalizzazione delle risorse verso bisogni che lo Stato riconosce come meritevoli di tutela, proprio perché può delimitare e
definire con precisione quali tipologie di lavori “socialmente utili” possono essere retribuiti con questa modalità. Al contempo permette al lavoratore, o più spesso
alla lavoratrice, di averelibertà di scelta per quanto riguarda l’erogatore del servizio, l’orario e la tipologia specifica di attività richiesta. Non solo: la
possibilità di scegliere a chi rivolgersi mette in moto un meccanismo di competitività tra i vari enti (profit e non profit) che forniscono questo servizio, che aiuta ad
aumentare l’efficienza complessiva del settore della produzione dei servizi di cura.

Uno strumento quanto mai opportuno rispetto alle esigenze italiane. Basti pensare al divario rispetto alla partecipazione femminile alla forza lavoro in Italia e in Europa: 50,7% contro il 64,5%.
In pratica, oggi nel nostro paese una donna su tre tra i 25 e i 55 anni non lavora per motivi famigliari. Un problema che si riscontra soprattutto al Sud e che contribuisce sensibilmente ad
abbassare il reddito delle famiglie, con evidenti effetti negativi sul tasso di natalità.

L’adozione dei Buoni Servizio secondo le modalità ampiamente sperimentate all’Estero consentirebbero di adottare politiche di welfare innovative, fiscalmente convenienti e dagli indubbi
risultati: i maggiori beneficiari risulterebbero essere, in tutti i casi, i nuclei familiari “tradizionali”, composti cioè da 3-4 persone, le famiglie giovani e
le donne (un beneficiario su due sarebbe proprio di sesso femminile). Ma i vantaggi non si fermano agli ipotetici utilizzatori. Secondo la ricerca, l’introduzione dei Buono Servizio
permetterebbe una emersione del lavoro nero pari al 20% circa delle ore di lavoro complessive remunerate, con una forte ricaduta rispetto al gettito fiscale e all’offerta di
servizi alla persona, sul mercato e quindi anche sul fronte dell’occupazione.

Leggi Anche
Scrivi un commento