“Volevo fare solo l’imprenditore agricolo”. Questo potrebbe essere il titolo di un film tragi-comico che vede protagonista un giovane intenzionato a subentrare nell’azienda di famiglia ed
intraprendere l’attività in agricoltura. Un film che si rileverà una vera e propria odissea, fatta di carte (più di ventitre chili tra domande, documenti, bolli, moduli,
attestati di pagamento), di file interminabili, di peregrinaggi tra un ufficio e l’altro, tra una posta e una banca, tra il Comune, la Provincia e la Regione. Un massacrante “tour de force” che
sfiancherebbe chiunque, anche perché la mole delle pratiche burocratiche e degli adempimenti amministrativi è tale da far desistere dopo le prime drammatiche e amare esperienze di
“contatto” con la macchina dell’apparato pubblico.

Aspetti questi che sono stati denunciati oggi dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori nel corso della Conferenza stampa di presentazione della Petizione popolare rivolta a Presidente del
Consiglio dei ministri per una maggiore semplificazione dei rapporti tra imprese, cittadini e pubblica amministrazione. Rapporti che sono sempre intricati e complessi che portano via tempo,
denaro e alimentano un senso di sfiducia verso le istituzioni.

Ma la “via crucis” del giovane che ha scelto, sulle orme dei genitori, dei nonni, il lavoro nelle campagne è solo un tassello, seppur significativo, di come ci si perde nei meandri della
burocrazia, di come un’attività produttiva diventa una meta sempre più lontana e spesso irraggiungibile, di come le “scartoffie” richieste sembrano una maledizione dalla quale non
si riesce a venire fuori.

Praticamente, un giovane corre dietro alle richieste della pubblica amministrazione per mesi e, in alcuni casi, anche per anni. Ogni volta che si pensa di aver raggiunto l’obiettivo, arriva
puntuale un ulteriore modulo da compilare e da presentare al sempre solerte responsabile pubblico. Una corsa ad ostacoli che fa riempire casa di copie di documenti, con l’aggravante che, in
più di un’occasione, il povero “pretendente” all’azienda agricola di famiglia deve ricorrere all’ausilio di tecnici per cercare di risolvere i “puzzle” che gli vengono proposti dalla
macchina burocratica. Il che significa soldi che nessuno più gli restituirà.

E’ più semplice -commentano i giovani della Cia (Agia-Associazione giovani imprenditori agricoli)- acquisire le quote di una società, anche di grande dimensioni, che subentrare in
un’azienda agricola. Nel primo caso è sufficiente andare da un notaio, registrare l’acquisizione e pagare quanto dovuto. Tutto finisce in un’ora. Nel secondo caso, invece, l’iter si
trasforma in una scalata di ultimo grado, con difficoltà che crescono a dismisura lungo il percorso.

Tuttavia, non finisce qui. Quando finalmente si è raggiunto il traguardo sognato, arrivano altri guai e altri ostacoli. Arriva la gestione dell’azienda agricola che nel nostro Paese
significa un’asfissiante catena burocratica che comprime l’attività, accresce i costi e rende meno competitivi. Il giovane agricoltore passa così dalla classica padella alla brace
e cuoce sotto la fiamma della pubblica amministrazione, una “macchina mostruosa” che pretende sempre adempimenti, carte, documenti. Una “piovra” dai tanti tentacoli. Il sogno del giovane
agricoltore si trasforma così in una dura realtà, alle prese con tutte quelle scartoffie che pensava ormai essere solo un brutto ricordo. D’altronde, voleva fare solo
l’imprenditore agricolo.

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