Per gli affezionati della “tazzina” l’ennesima buona notizia: 3-4 caffè al giorno non causano ipertensione né cardiopatia ischemica e, anzi, i composti fenolici contenuti nel
caffè potrebbero avere un ruolo preventivo verso le malattie cardiovascolari. A sostenere tale affermazione sono la SINU (Società Italiana di Nutrizione Umana) e la FoSAN
(Fondazione per lo Studio degli Alimenti e della Nutrizione).
L’incontro viene aperto dalla Prof. Marisa Porrini (Vicepresidente SINU) che spiega: “la meta-analisi, oggetto dell’odierna presentazione, è frutto di un bando di concorso, indetto nel
2005 dalla nostra società, per approfondire i rapporti tra consumo di caffè e patologie cardiovascolari”. “SINU infatti – prosegue Porrini – fra i suoi attuali indirizzi operativi
e scientifici, mira anche a promuovere progetti di lavoro su tematiche specifiche nel settore dell’Alimentazione e Nutrizione Umana ed anche nel 2008 e nel 2009 assegneremo due nuove borse di
studio su questo tema”.
“I dati parlano chiaro – esordisce Conti, presentando i risultati della ricerca Consumo di Caffè e Rischio di Cardiopatia Ischemica: una Meta-analisi, già pubblicata on-line dalla
Rivista NMCD (Nutrition, Metabolism and Cardiovascular Disease) – e mettono in evidenza che il consumo abituale e moderato di caffè non appare legato a un aumento del rischio di
cardiopatia ischemica”.
E spiega: “Considerando gli studi effettuati negli ultimi decenni sulla relazione tra consumo abituale di caffè e rischio di cardiopatia ischemica e i dati spesso contrastanti, si
è provveduto ad un esame sistematico di tali studi. Riferendosi sempre ad un consumo di caffè in tazze (ovvero una quantità da caffè all’americana), con un consumo
minore o uguale a 2 tazze di caffè (pari a circa 3-4 tazzine di espresso bar o 3 tazzine se preparato con la moka) non emerge alcuna associazione significativa fra consumo di
caffè e rischio di Cardiopatia Ischemica”.
Complessivamente, questa ricerca sistematica quantitativa, condotta su 13 studi caso-controllo e su 10 studi di corte, per un totale di oltre 440.000 soggetti esaminati, indica che un consumo
quotidiano da lieve a moderato di caffè, ossia quello abituale nei paesi occidentali, non è associato ad un aumento del rischio di cardiopatia ischemica.
Questa dichiarazione è confermata anche da Borghi che, illustrando l’azione stimolante della caffeina sul Sistema Nervoso Centrale, sull’apparato cardiovascolare, sul rilascio delle
catecolamine e sul metabolismo in generale, ha evidenziato come il sistema cardiovascolare sembra in grado di sviluppare tolleranza agli effetti della caffeina.
Dice Borghi: “Premesso che – documenti alla mano – ingerire circa 200-250 mg di caffeina può aumentare, entro breve tempo dalla assunzione, la pressione arteriosa sistolica di 3-14 mmHg
e la pressione arteriosa diastolica di 4-13 mmHg nel soggetto normoteso, è bene ricordare che la caffeina è contenuta in numerose bevande e la loro assunzione, soprattutto nei
consumatori occasionali, può aumentare i valori della pressione arteriosa, la frequenza cardiaca e attivare il sistema simpatico. Si è notato tuttavia che se la caffeina viene
ingerita attraverso il caffè, l’effetto sulla pressione risulta però molto più modesto e a volte accompagnato allo sviluppo di una condizione di tolleranza. Il consumo
abituale di caffè non sembra quindi associato ad un incremento del rischio di comparsa di ipertensione arteriosa”.
Fa eco ai colleghi Fausta Natella: “I dati contrastanti, probabilmente causati dalla difficoltà a discriminare tra il consumo di caffè e altri fattori di rischio associati al suo
consumo hanno provocato, negli anni, un dibattito senza fine. Ultimamente però alcuni lavori hanno messo in evidenza l’esistenza di una associazione a forma di J tra il consumo di
caffè ed il rischio cardiovascolare”.
“Ciò vuol dire – spiega la ricercatrice dell’INRAN – che un consumo moderato è associato ad un minor rischio cardiovascolare rispetto ad un consumo nullo piuttosto che
particolarmente elevato. Il caffè poi contiene numerose molecole ad attività protettiva tra le quali i composti fenolici (potenti antiossidanti) che sono biodisponibili,
posseggono un’elevata attività antiossidante, sono in grado di inibire l’ossidazione delle LDL (Low Density Lipoprotein) e l’aggregazione piastrinica (entrambi fattori determinanti
nell’insorgenza della cardiopatia ischemica). Attraverso il consumo di caffè, il loro contributo antiossidante – nella dieta giornaliera – è fino al 40-60%”.
In accordo con i colleghi conclude e ribadisce Amleto D’Amicis: “Nell’implicazione del possibile rischio cardiovascolare è importante non dimenticare che il metodo di preparazione del
caffè può influire sugli effetti sulla salute: il caffè espresso influenza la pressione arteriosa meno di quello “bollito” (per intenderci alla Turca). E l’influenza sul
possibile rialzo pressorio deve essere valutata anche su altre abitudini voluttuarie (fumo e alcool) che modulano sia le caratteristiche farmacocinetiche della caffeina ma anche e,
negativamente, il rischio cardiovascolare globale sia dei soggetti normotesi che dei pazienti già ipertesi”.

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