Canapa, Canna-lex: lo sdoganamento della cannabis in nome dello sviluppo sostenibile

Canapa, Canna-lex: lo sdoganamento della cannabis in nome dello sviluppo sostenibile

Milano, 4 dicembre 2016
La canapa può contribuire alla protezione ed allo sviluppo ambientale sostenibile e potrebbe rendere possibile la sostituzione di molti materiali tossici.

 

Avv. Fabio Squillaci
per Newsfood.com
Canna-lex: lo sdoganamento della cannabis in nome dello sviluppo sostenibile

fingers-holding-a-marijuana-leafLa capacità di orientare il futuro della vita umana e non sul nostro pianeta ha assunto negli ultimi anni dimensioni inedite, conferendo all’umanità un potere ed una responsabilità senza precedenti. Le potenzialità offerte dalla rivoluzione industriale, infatti, hanno reso la specie umana ecologicamente dominante, dotandola della possibilità di plasmare il destino proprio e di buona parte dell’ecosistema terrestre.
Un numero crescente di analisi mette in discussione la sostenibilità a lungo termine delle attuali tendenze nella produzione e nel consumo di cibo. La volatilità dei prezzi, le restrizioni di accesso alle materie prime e l’interconnessione dei mercati mondiali, così come la crescente vulnerabilità dei sistemi di produzione alimentare ai cambiamenti climatici nonché la perdita di agro-biodiversità, secondo recenti studi, in futuro renderanno il cibo ancora più inaccessibile per i poveri. Ci sono molti punti di vista differenti su ciò che costituisce un sistema alimentare sostenibile, e ciò che rientra nel campo di applicazione del termine sostenibilità. In senso stretto il concetto di sostenibilità implica l’uso di risorse a tassi che non superino la capacità di rinnovamento della Terra stessa.
Una delle prime dichiarazioni ufficiali hanno affermato che ‹‹lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i loro propri bisogni››.

La tutela dell’ambiente comporta il mantenimento di ecosistemi sani in modo che possano fornire beni e servizi vitali per gli organismi compreso gli esseri umani. Ciò determina un’attività di prevenzione dell’aria, del consumo di suolo, dell’inquinamento delle acque e della perdita di biodiversità.
Poiché il consumo di risorse, i processi di produzione industriale e di smaltimento dei rifiuti hanno un grande impatto sull’ambiente, la gestione di siffatti processi richiede l’applicazione di programmi economici razionali. La sostenibilità ambientale, pertanto, si propone di promuovere la produzione senza esaurimento, attraverso metodologie tendenzialmente in linea con il processo di rigenerazione delle materie prime.

La canapa, grazie alle sue numerose proprietà benefiche e agli usi trasversali, può contribuire alla protezione ed allo sviluppo ambientale sostenibile. Un aumento dell’uso della canapa potrebbe rendere possibile la sostituzione di molti materiali tossici con altri naturali nonché, per ciò che concerne la coltivazione in sé, soprattutto se fatta organicamente, potrebbe contribuire alla riduzione dei gas serra. Con queste premesse il disegno di legge in procinto di essere pubblicato si incastona in uno scenario legislativo da tempo sensibile al progetto di sostenibilità ambientale ed alimentare (da ultimo si veda la L.166/2016). Con questo contributo si pone l’accento su alcuni aspetti dell’intervento normativo, sicuramente da segnalare in quanto punto di rottura rispetto ad una tradizione di contrasto a suddetta materia.
cannabisLa presente legge (lo ricordiamo già approvata il 22 novembre 2016 ed in attesa di pubblicazione, previa ratifica) reca norme per il sostegno e la promozione della coltivazione e della filiera della canapa (Cannabis sativa L.), quale coltura in grado di contribuire alla riduzione dell’impatto ambientale in agricoltura, alla riduzione del consumo dei suoli e della desertificazione e alla perdita di biodiversità, nonché come coltura da impiegare quale possibile sostituto di colture eccedentarie e come coltura da rotazione.
Il comma 1(art.1) definisce infatti le finalità della proposta, volta alla promozione della coltivazione della canapa mediante la creazione di una filiera nazionale.
Il comma 2 precisa, inoltre, che la legge si applicherà alle coltivazioni di canapa delle varietà ammesse iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi dell’articolo 17 della direttiva 2002/53/CE del Consiglio del 13 giugno 2002, le quali non rientrano nell’ambito di applicazione del Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309.
Su questa doppia condizione, va ricordato però che sia la canapa coltivata per la produzione di fibre, utilizzata per scopi industriali, sia quella utilizzata per la produzione illecita di stupefacenti, appartengono alla stessa specie cannabis sativa. Le due varietà (la seconda sarebbe la cannabis sativa indica) differiscono tra loro per alcune caratteristiche morfologiche e per un basso tenore, in quella da fibra, di tetraidrocannabinolo (THC), l’agente psicotropo della cannabis.

Nel disegno legislativo (comma 3), il sostegno e la promozione riguarderanno la coltura della canapa finalizzata: 
a) alla coltivazione e alla trasformazione; 
b) all’incentivazione dell’impiego e del consumo finale di semilavorati di canapa provenienti da filiere prioritariamente locali; 
c) allo sviluppo di filiere territoriali integrate che valorizzino i risultati della ricerca e perseguano l’integrazione locale e la reale sostenibilità economica e ambientale; 
d) alla produzione di alimenti, cosmetici, materie prime biodegradabili e semilavorati innovativi per le industrie di diversi settori; 
e) alla realizzazione di opere di bioingegneria, bonifica dei terreni, attività didattiche e di ricerca.

Tra gli utilizzi dalla canapa coltivata elencati (art. 2) quello volto ad ottenere “alimenti e cosmetici” è stato corredato della precisazione: ‹‹prodotti esclusivamente nel rispetto delle discipline dei rispettivi settori››. L’utilizzo della canapa è contemplato anche per l’ottenimento di semilavorati (quali fibra, canapulo, polveri, cippato, oli o carburanti) o per forniture alle industrie e alle attività artigianali di diversi settori, compreso quello energetico: in questo caso, ai sensi del comma 3, la canapa può anche costituire biomassa, ma soltanto per l’autoproduzione energetica aziendale, nei limiti e alle condizioni previste dalla disciplina dei combustibili.
Ne discende che la coltivazione delle varietà di canapa, previste dalla legge, è consentita senza necessità di autorizzazione, rappresentando un momento di discontinuità con la normativa esistente. In Italia la coltivazione di canapa ad uso agroindustriale è infatti attualmente regolata dalla normativa europea e da due circolari applicative. Chiaramente la legge subordina la coltivazione a taluni vincoli procedurali, in particolare imponendo (art. 3) al coltivatore di conservare i cartellini della semente acquistata per un periodo non inferiore a dodici mesi, nonché di conservare le fatture di acquisto della semente per il periodo previsto dalla normativa vigente.

Il Corpo forestale dello Stato è l’organo deputato ad effettuare i controlli (art.4), compresi i prelevamenti e le analisi di laboratorio, che si dovessero rendere necessari sulle coltivazioni di canapa: la procedura, per i campionamenti con prelievo della coltura, prevede che la presenza obbligata del coltivatore e l’obbligo di rilasciare un campione prelevato in contraddittorio all’agricoltore stesso per eventuali controverifiche. Ai sensi del comma 6, in particolare, si prevede che gli esami per il controllo del contenuto di tetraidrocannabinolo delle coltivazioni devono sempre riferirsi a medie tra campioni di piante, prelevati, conservati, preparati e analizzati secondo il metodo prescritto dalla vigente normativa dell’Unione europea e nazionale di recepimento. Le operazioni di controllo del contenuto di tetraidrocannabinolo della canapa, secondo il metodo europeo per l’accertamento del tenore di tetraidrocannabinolo nella canapa, seguono il disposto fissato prima dai regolamenti n. 771/74 e n. 2188/84, poi nel reg. (CE) n. 421/86 della Commissione, indi dal reg.(CE) n.112/2009.

Poiché è fatto salvo ogni altro tipo di controllo da parte degli organi di polizia giudiziaria eseguito su segnalazione e nel corso dello svolgimento di attività giudiziarie è presumibile che tali procedure si estendano anche a tali organi. In ogni caso, chi svolge i controlli a campione lo fa, secondo il comma 2, verificando la percentuale annua prevista dalla vigente normativa europea e nazionale; il medesimo vincolo (comma 3) opera nel caso di campionamento eseguito da parte del soggetto individuato dal soggetto di cui al comma 1: anche qui, le modalità di prelevamento, conservazione e analisi dei campioni provenienti da colture in pieno campo, ai fini della determinazione quantitativa del contenuto di tetraidrocannabinolo (THC) delle varietà di canapa, sono quelle stabilite ai sensi della vigente normativa dell’Unione europea e nazionale. Qualora all’esito del controllo il contenuto complessivo di THC della coltivazione risulti superiore allo 0,2 per cento ma entro il limite dello 0,6 per cento, nessuna responsabilità è posta a carico dell’agricoltore che ha rispettato le prescrizioni di legge. Il comma 7 aggiunge che il sequestro o la distruzione delle coltivazioni di canapa impiantate nel rispetto delle predette disposizioni possono essere disposti dall’autorità giudiziaria solo qualora, a seguito di un accertamento effettuato secondo regola, risulti che il contenuto di THC nella coltivazione è superiore allo 0,6 per cento; anche in tal caso è esclusa la responsabilità dell’agricoltore.
Il testo licenziato dall’assise parlamentare non incide neppure marginalmente sul Testo Unico sugli stupefacenti (DPR 309/1990). L’intenzione iniziale era di superare le difficoltà connesse agli obblighi di certificazione del basso dosaggio di tetraidrocannabinoli nella canapa sativa destinata alla coltivazione, escludendo la canapa sativa da coltivazione dalla tabella delle sostanze stupefacenti (in cui sarebbe ricaduta la sola cannabis indica che ha comunque un contenuto di tetraidrocannabinolo sempre superiore, e spesso di gran lunga all’1%). Il testo si è quindi attestato sul contenuto dell’articolo 32, comma 6 del regolamento (UE) 17/12/2013, n. 1307/2013.
In ordine al destinatario del “margine di tolleranza” fissato tra 0,2% e 0,6% nella definizione di “agricoltore”, potrebbe rientrare chi svolge l’attività di imprenditore agricolo, di cui all’articolo 2135 del codice civile, ovvero chi si qualifica come coltivatore diretto. Si rammenta peraltro che, ai fini del sostegno allo sviluppo rurale da parte del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR), per “agricoltore” s’intende un agricoltore in attività ai sensi dell’articolo 9 del regolamento (UE) n. 1307/2013.
Il disegno di legge non definisce però i limiti di THC tollerabili negli alimenti, demandando ad un decreto del Ministro della salute, da adottare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, la determinazione dei livelli massimi di residui di THC ammessi.
Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, compatibilmente con la normativa europea, destina annualmente una quota delle risorse disponibili a valere sui piani nazionali di settore di propria competenza, per favorire il miglioramento delle condizioni di produzione e trasformazione nel settore della canapa (art.6). È altresì previsto che una quota delle risorse, iscritte annualmente nello stato di previsione dello stesso Ministero, possa essere destinata al finanziamento di progetti ricerca e sviluppo per la produzione e i processi di prima trasformazione della canapa. Una quota delle risorse iscritte annualmente nello stato di previsione del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali può essere destinata, con decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, al finanziamento di progetti di ricerca e sviluppo per la produzione e i processi di prima trasformazione della canapa, finalizzati prioritariamente alla ricostituzione del patrimonio genetico e all’individuazione di corretti processi di meccanizzazione. In tal senso l’art.8 assegna al Ministero, in primis, ed alle articolazioni governative decentrate, in secundis, l’onere di promuovere azioni di formazione in favore di coloro che operano nella filiera della canapa. La promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa interessa, da un lato, la produzione agricola, di competenza esclusiva regionale, dall’altro, la normativa in materia di sostanze stupefacenti e psicotrope, e, quindi la tutela della salute, attribuita alla competenza concorrente dello Stato e delle regioni (terzo comma dell’art. 117 della Costituzione). Poiché però la norma contempla una finalizzazione affinché si diffonda, attraverso specifici canali informativi, la conoscenza delle proprietà della canapa e dei suoi utilizzi nel campo agronomico, agroindustriale, nutraceutico, della bioedilizia, della biocomponentistica e del confezionamento è anche in riferimento a tali ulteriori ambiti di utilizzo che andrà valutata la concreta articolazione delle competenze, secondo il principio di sussidiarietà.
In chiusura il disegno di legge prevede un sistema di garanzia per i consumatori (art.9). In particolare il comma 1 attribuisce al Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali il compito di promuovere il riconoscimento di un sistema di qualità alimentare per i prodotti derivati dalla canapa ai sensi dell’articolo 16, paragrafo 1, lettere b) o c), del regolamento (UE) n. 1305/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 dicembre 2013.
Il rinvio è alla norma fondamentale sul sostegno allo sviluppo rurale da parte del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR) ed attiene in primo luogo (lettera b) ai regimi di qualità, compresi i regimi di certificazione delle aziende agricole, dei prodotti agricoli, del cotone e dei prodotti alimentari, riconosciuti dagli Stati membri in quanto conformi ai seguenti criteri:
i) la specificità del prodotto finale tutelato da tali regimi deriva da obblighi tassativi che garantiscono: caratteristiche specifiche del prodotto, particolari metodi di produzione, oppure una qualità del prodotto finale significativamente superiore alle norme commerciali correnti in termini di sanità pubblica, salute delle piante e degli animali, benessere degli animali o tutela ambientale;
ii) il regime è aperto a tutti i produttori;
iii) il regime prevede disciplinari di produzione vincolanti, il cui rispetto è verificato dalle autorità pubbliche o da un organismo di controllo indipendente;
iv) i regimi sono trasparenti e assicurano una tracciabilità completa dei prodotti.
In alternativa (lettera c) il rinvio attiene ai regimi facoltativi di certificazione dei prodotti agricoli riconosciuti dagli Stati membri in quanto conformi agli orientamenti dell’Unione sulle migliori pratiche riguardo ai regimi facoltativi di certificazione per i prodotti agricoli e alimentari.
Tale intervento legislativo merita un plauso perché è il risultato di un processo di affrancazione da dogmi proibizionistici in ragione dell’interesse superiore di uno sviluppo sostenibile. Anche la scelta della tutela per il consumatore attraverso il ricorso a certificazioni ed etichettature, rappresenta una garanzia figlia della tradizione italiana ed europea. La ricerca di modelli di sviluppo in grado di conservare le risorse del pianeta è una sfida fondamentale per il futuro dei suoi abitanti. Si tratta di favorire la transizione da un’economia di prodotto ad una economia di sistema, da un approccio alle risorse di tipo dissipativo ad un approccio di tipo conservativo, un salto culturale verso una sostenibilità economica e ambientale che deve interessare l’intera società, partendo dalla valorizzazione del territorio e dalla collaborazione dei diversi interlocutori, puntando sull’efficienza dell’uso delle risorse, che va ben oltre le energie rinnovabili, partendo dalle materie prime e scarti locali e da una serie di tecnologie integrate, dalla riqualificazione di aree deindustrializzate, da un nuovo rapporto tra agricoltura, industria e accademia, dalla creazione di casi studio locali su cui verificare gli effetti delle innovazioni, accelerando il processo di trasformazione dei risultati di ricerca in nuovo sviluppo. La canapa può rappresentare uno strumento adeguato a questo approccio atteso che è una coltura polivalente dalla quale si possono ricavare fibre, steli e semi. La fibra viene oggi utilizzata per la carta da sigarette, materiale isolante e biocompositi. Il filamento della canapa, il legnoso nucleo interno dello stelo, sono utilizzati per lettiere per animali e delle costruzioni. I semi di canapa, i piccoli dadi, hanno un alto valore nutritivo, l’olio di canapa ha un profilo di acidi grassi eccellente e unico. Entrambi sono utilizzati per l’alimentazione umana e per la produzione di mangimi. A causa delle sue proprietà uniche, in particolare i suoi benefici ambientali e l’alta resa di fibre tecniche naturali, la canapa è una coltura preziosa per la bioeconomia. Lo sviluppo di un’economia che cresca rispettando l’ambiente e riducendo la dipendenza da risorse non rinnovabili, come i combustibili fossili, appare come obiettivo prioritario delle politiche europee, su cui concentrare risorse e investimenti nella ricerca e sviluppo e formazione, nel funzionamento dei mercati e nel sostegno alla competitività. Le nostre società sono sistemi aperti che derivano da azioni umane e si basano su esigenze, desideri, visioni. Gli esseri umani hanno la possibilità e la responsabilità di valutare sistemi alimentari in modi nuovi, per riconoscere la necessità di equilibrare il sistema con le risorse disponibili, e per accettare un obbligo morale verso le generazioni future. Quando le persone sono viste come parte integrante dell’ecosistema, soggette come tali a tutte le leggi naturali e le conseguenze della sopravvivenza dello stesso, è intuitiva la necessità di costituire agroecosistemi più sostenibili per il lungo periodo. Oltre alla nostra attuale forza dirompente nell’ecosistema, siamo in grado di progettare sistemi che chiudono i cicli dei nutrienti, attraverso una maggiore dipendenza dalle energie rinnovabili, attraverso la riduzione delle inefficienze nella produzione. In sintesi, abbiamo urgente bisogno di nuove alternative per affrontare le sfide attuali e future di fronte i nostri sistemi alimentari. L’agroecologia rappresenta un’opzione promettente, in grado di fornire le soluzioni per migliorare la sicurezza alimentare e la nutrizione, ripristinare e mantenere in buona salute ecosistemi, fornendo mezzi di sussistenza sostenibili e dotati di resilienza rispetto ai cambiamenti climatici. I paesi, le organizzazioni intergovernative e altre parti interessate dovrebbero sostenere le reti esistenti e promuovere nuove iniziative come le reti contadino-ricercatore. Infine, esistono diverse opportunità per gli attori pubblici e privati ad investire nell’ agroecologia, dando vita ad un processo utile per realizzare il suo pieno potenziale. L’agroecologia, pertanto, fornisce un approccio orientato all’azione per sviluppare sistemi alimentari alternativi e trasmissibili alle generazioni future.

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[1]  D.Pimentel Economic and environmental threats of alien plant, animal, and microbe invasions, College of Agriculture and Life Sciences, Cornell University,2000

[1] La presente direttiva è relativa al catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole e riguarda l’ammissione delle varietà di barbabietole, di piante foraggere, di cereali, di patate, di piante oleaginose e da fibra in un catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole le cui sementi o i cui materiali di moltiplicazione possono essere commercializzati secondo le disposizioni delle direttive relative rispettivamente alla commercializzazione delle sementi di barbabietole (2002/54/CE), delle sementi di piante foraggere (66/401/CEE), delle sementi di cereali (66/402/CEE), dei tuberi-seme di patate (2002/56/CE) e delle sementi di piante oleaginose e da fibra (2002/57/CE) (art.1) .

[1]Molti degli effetti dei cannabinoidi sono dovuti alla sua azione nel sistema nervoso centrale: il THC provoca un aumento della liberazione di dopamina. La Cannabis sativa, se usata come droga, viene generalmente fumata. Gli effetti sono rapidi e durano fino a quattro ore. Tra questi i più comuni sono: benessere, felicità o euforia, dissociazione di idee, cambiamenti della percezione (vista, udito, tatto), rallentamento del tempo e perdita di attenzione; mentre raramente si verificano casi di allucinazioni o illusioni. Di solito c’è anche un aumento dell’appetito e possono esserci anche effetti negativi come ansia, panico o paranoia. Per un’analisi più approfondita si veda Luigi Manconi, Legalizzare la droga: una ragionevole proposta di sperimentazione, Milano, 1991; Giancarlo Arnao, Tutte le droghe del presidente. Argomenti, storie e proposte contro il proibizionismo, Milano, 1996

[1] La scelta di subordinare la coltivazione di canapa al rispetto delle discipline dei rispettivi settori di applicazione rappresenta una scelta dovuta ma censurabile da un punto di vista sistematico-legislativo. Il rinvio a cascata, infatti, cela rischi interpretavi e di coordinamento spesso significativi e come tali idonei a creare zone grigie dove l’illegalità trova sovente terreno fertile.

[1] La prima, la n.1 del Ministero delle politiche agricole e forestali, emanata il 8 maggio 2002 definisce, compatibilmente con le disposizioni della regolamentazione comunitaria vigente in materia ed al fine di agevolare gli Organi di controllo operanti sul territorio nello svolgimento della istituzionale attività di controllo e repressione, il regime di sostegno a favore dei coltivatori di canapa destinata alla produzione di fibre; la seconda, emanata dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali il 22 maggio 2009 è relativa alla produzione e commercializzazione di prodotti a base di semi di canapa per l’utilizzo nei settori dell’alimentazione umana. All’estero, la coltivazione e produzione della canapa industriale è in atto in molti paesi europei (Francia, Germania, Regno Unito, Belgio, Polonia, Romania, etc.) ed è autorizzata a determinate condizioni in diversi paesi nel mondo.

La Francia, ad esempio, non ha mai interrotto completamente la coltivazione della canapa sul suo territorio, ma ha provveduto a disciplinare la produzione attraverso la qualificazione delle varietà coltivabili e l’organizzazione dei circuiti di produzione. Tale strategia ha permesso non solo di riprendere la produzione industriale fin dal 1973, ma ha anche consentito di raggiungere una migliore qualificazione nelle competenze acquisite. Per essere qualificata “canapa industriale” e poter essere coltivata in Francia la canapa a fibre da coltivare deve appartenere, secondo la normativa europea, ad una varietà nella quale il tasso di THC sia pari o inferiore allo 0,2. È prescritto un divieto generale per quanto riguarda la produzione, la vendita e l’impiego di canapa non omologata, classificata come sostanza psicotropa (Code de la Santé, art. R513286). Su circa 20.000 ettari coltivati a canapa in Europa, la Francia, con più di 11.000 ettari (oltre la metà delle superfici europee), è il leader europeo nella produzione di canapa industriale davanti a Germania (circa 2500 ettari) e Regno Unito (circa 1.500 ettari).

In Belgio la produzione di canapa industriale è ripartita dal 2009 e si colloca principalmente nella Vallonia, ma non vi è ancora sufficiente informazione sulle opportunità offerte dalla coltivazione della canapa e sulle tecniche di raccolta; mancano inoltre sul territorio belga anche le imprese di prima trasformazione, in particolare quelle addette alla sfibratura. La coltivazione della canapa a fibre è soggetta ad una regolamentazione rigorosa che permette di garantire la tracciabilità e la conformità dei raccolti. Soltanto le sementi certificate e presentate nel catalogo comunitario delle varietà vegetali sono autorizzate. Il loro tenore di THC è rigidamente inferiore allo 0,2%. Tutte le coltivazioni di canapa devono essere dichiarate e sottoposte al controllo allo stadio della fioritura.

[1] Si rammenta che l’anagrafe delle aziende agricole fu istituita ai sensi dell’articolo 14, comma 3, del decreto legislativo 30 aprile 1998, n. 173, all’interno del Sistema informativo agricolo nazionale (SIAN): esso, integrato con i sistemi informativi regionali, raccoglie le notizie relative ai soggetti pubblici e privati, identificati dal codice fiscale, esercenti attività agricola, agroalimentare, forestale e della pesca, che intrattengano a qualsiasi titolo rapporti con la pubblica amministrazione centrale o locale. Nella misura in cui l’attività prevista nell’articolo in commento rientri in tale casistica, quindi, i relativi dati potrebbero rifluire nel sistema di interoperabilità dei servizi messi a disposizione dal SIAN, intesi quali servizi di interesse pubblico, anche per quanto concerne le informazioni derivanti dall’esercizio delle competenze regionali e degli enti locali nelle materie agricole, forestali ed agroalimentari. Il SIAN è interconnesso, in particolare, con l’anagrafe tributaria del Ministero dell’economia, i nuclei antifrode specializzati della Guardia di finanza e dell’Arma dei carabinieri, l’Istituto nazionale della previdenza sociale, le camere di commercio, industria ed artigianato.

[1] La normativa europea è imperniata sull’organizzazione del mercato della canapa, che rientrava nel campo di applicazione del regolamento (CE) n. 1234/2007 del Consiglio dell’Unione europea relativo all’organizzazione comune dei mercati nel settore agricolo e a disposizioni specifiche per quanto riguarda alcuni prodotti di questo settore (regolamento unico OCM e successive modificazioni). Secondo quanto stabilito dal regolamento (CE) n. 73/2009 del Consiglio della Unione europea e dai reg. (CE) n.1120/2009, reg. n. 1121/2009 e reg. n. 1122/2009 della Commissione europea, la coltivazione della canapa industriale è soggetta ad alcune restrizioni e gode di un regime di aiuti, in particolare, alla trasformazione della canapa destinata alla produzione di fibre.

[1] Il presente regolamento dovrebbe includere tutti gli elementi essenziali riguardanti il pagamento del sostegno unionale agli agricoltori e stabilire altresì le condizioni di accesso ai pagamenti che sono inestricabilmente collegate a tali elementi essenziali. Dall’esperienza maturata, infatti, con l’applicazione dei vari regimi di sostegno agli agricoltori è emerso che in alcuni casi il sostegno è stato concesso a persone fisiche o giuridiche il cui obiettivo commerciale non era, o era solo marginalmente, connesso a un’attività agricola. Secondo il citato co. 6 dell’art. 32, relativo alle condizioni di accesso agli aiuti, ‹‹Le superfici utilizzate per la produzione di canapa sono ettari ammissibili solo se il tenore di tetraidrocannabinolo delle varietà coltivate non supera lo 0,2 %››.

[1] L’art. 9 così recita ‹‹1. Non sono concessi pagamenti diretti a persone fisiche o giuridiche, o ad associazioni di persone fisiche o giuridiche, le cui superfici agricole sono principalmente superfici mantenute naturalmente in uno stato idoneo al pascolo o alla coltivazione e che non svolgono su tali superfici l’attività minima definita dagli Stati membri a norma dell’articolo 4, paragrafo 2, lettera b). 2. Non sono concessi pagamenti diretti a persone fisiche o giuridiche, o ad associazioni di persone fisiche o giuridiche, che gestiscono aeroporti, servizi ferroviari, impianti idrici, servizi immobiliari, terreni sportivi e aree ricreative permanenti. Ove opportuno, gli Stati membri possono, in base a criteri oggettivi e non discriminatori, decidere di aggiungere all’elenco di cui al primo comma altre aziende o attività non agricole analoghe e possono successivamente decidere di ritirare tali aggiunte. Una persona o un’associazione di persone che rientrano nell’ambito di applicazione del primo o del secondo comma è tuttavia considerata “agricoltore in attività” se fornisce prove verificabili […]››

[1] La normativa vigente consiste in una mera circolare, emanata dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali in data 22 maggio 2009 è relativa alla produzione e commercializzazione di prodotti a base di semi di canapa per l’utilizzo nei settori dell’alimentazione umana. La circolare ammette l’uso alimentare di semi di canapa e derivati, ferma restando la necessità di adottare adeguati piani di controllo per garantire la sicurezza dei prodotti e le responsabilità primarie degli operatori del settore alimentare. In ordine alle possibili modifiche di questo quadro ordinamentale, il Governo, in sede legislativa nella Commissione di merito, ha accolto l’ordine del giorno 0/1373179718592987/XIII/1, considerando che il Ministero della salute ha da tempo avviato con il coinvolgimento dell’Istituto superiore di sanità un’attività finalizzata alla fissazione dei limiti di THC negli alimenti.

[1] Al fine di garantire lo sviluppo sostenibile delle zone rurali il regolamento si concentra su un numero limitato di obiettivi essenziali, concernenti il trasferimento di conoscenze e l’innovazione nel settore agricolo, forestale e nelle zone rurali, potenziare in tutte le regioni la redditività delle aziende agricole e la competitività dell’agricoltura in tutte le sue forme e promuovere tecnologie innovative per le aziende agricole e la gestione sostenibile delle foreste, l’organizzazione della filiera agroalimentare, compresa la trasformazione e la commercializzazione di prodotti agricoli, il benessere degli animali, la gestione dei rischi inerenti all’agricoltura, la salvaguardia, il ripristino e la valorizzazione degli ecosistemi connessi all’agricoltura e alle foreste, la promozione dell’uso efficiente delle risorse e il passaggio a un’economia a basse emissioni di carbonio nel settore agroalimentare e forestale, nonché l’inclusione sociale, la riduzione della povertà e lo sviluppo economico nelle zone rurali. In questo contesto è opportuno tener conto della varietà di situazioni cui sono confrontate le zone rurali con caratteristiche diverse o con differenti categorie di potenziali beneficiari, nonché di obiettivi trasversali quali l’innovazione, l’ambiente, nonché la mitigazione dei cambiamenti climatici e l’adattamento ad essi. La mitigazione dei cambiamenti climatici dovrebbe consistere sia nel limitare le emissioni di carbonio nel settore agricolo e forestale, provenienti principalmente da fonti come l’allevamento zootecnico e l’uso di fertilizzanti, sia nel salvaguardare i depositi di carbonio e potenziare il sequestro del carbonio in relazione all’uso del suolo, nel cambiamento della destinazione d’uso del suolo e nella silvicoltura.

[1] La Commissione Europea, convinta della necessità di rilanciare la competitività a partire dai temi della sostenibilità ambientale e dell’innovazione, ha pubblicato il 13 Febbraio 2012 la prima strategia dedicata alla bioeconomia “Innovating for Sustainable Growth: A Bioeconomy for Europe”

[1]L’agroecologia è stata variamente definita come l’ecologia dell’agricoltura, lo studio delle funzioni ecologiche in agricoltura, e il matrimonio dell’agricoltura e l’ecologia. Più specificamente,  l’agroecologia è definita come l’applicazione dei concetti e principi ecologici alla progettazione e gestione di agroecosistemi sostenibili (Gliessman, 1998). Questo concetto ha catturato l’attenzione di agricoltori e accademici che sono alla ricerca da tempo di modi innovativi per incrementare la produttività e la sostenibilità dell’agricoltura, mantenendo intatto un ambiente che deve garantire la qualità della vita. Si veda la relazione nell’ Agroecology for Food Security and Nutrition Proceedings of the FAO International Symposium 18-19 settembre 2014, Roma

Articolo di Fabio Squillaci

per Newsfood.com

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avv-fabio-squillacijpgCHI E’ FABIO SQUILLACI

Fabio Squillaci è avvocato, specializzato in Professioni Legali ed allievo del Corso Galli in Napoli. Ha svolto con profitto lo stage ex art. 73 D.L. 69/2013 affiancando un giudice penale presso il Tribunale di Cosenza.
Da sempre amante delle interazioni tra il diritto e le altre scienze, ha collaborato in diverse attività di ricerca. In qualità di cultore della materia collabora con i docenti per lo svolgimento di attività seminariali e di esercitazione, nonché per lo svolgimento degli esami di profitto.
Autore di varie pubblicazioni su Persona e danno, diritto.it, Camminodiritto e Salvis Juribus, Newsfood.com; ha di recente pubblicato la monografia “Il diritto storto”.

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