Carlo Ruta: Il Mediterraneo oltre il Jihad e le crociate, intervista di Mascia Maluta

Carlo Ruta: Il Mediterraneo oltre il Jihad e le crociate, intervista di Mascia Maluta

Palermo, 06/07/2017

Intervista a Carlo Ruta: Il Mediterraneo oltre il Jihad e le crociate
di Mascia Maluta

Incontriamo il Professor Carlo Ruta a Palermo, in occasione della presentazione del suo ultimo libro “Il Mediterraneo oltre il Jihad e le crociate” presentato alla Fondazione Whitaker, Villa Malfitano, a cura della Soprintendenza del Mare, con il contributo di relatori importanti ed appassionati della storia del Mediterrano, come il Professore Sebastiano Tusa, archeologo e direttore della Sopraintendenza del Mare della Regione Sicilia, Francesco Vergara Caffarelli, storico della Sicilia moderna e direttore della Biblioteca centrale della Regione siciliana e Pina D’Alatri, docente e giornalista.

 

Carlo Ruta è un saggista e studioso di storia del mondo mediterraneo. E’ autore di numerosi saggi, tra i più recenti “Guerre solo ingiuste”, Mimesis, 2010; “Narcoeconomy”, Castelvecchi, 2013; “Il crepuscolo della Sicilia islamica”, Edi.bi.si, 2014, “Cristiani e musulmani nella Sicilia normanna “, Edizioni di storia e studi sociali, 2015; “Storia del viaggio in Sicilia”, Eds, 2016; “In viaggio tra Mediterraneo e storia” (con Sebastiano Tusa), Eds, 2017.

 

Ha curato e introdotto cronache e resoconti odeporici* di varie epoche, ha condotto studi su alcuni aspetti delle’età dei lumi, ha diretto collane di libri e ha firmato reportage per diverse testate giornalistiche.

 

Nel suo ultimo libro ci propone una riflessione sulle relazioni tra l’Europa e il mondo islamico e in particolare sul Mediterraneo come area di connessione fra etnie e culture diverse, com’è arrivato a quest’ultimo lavoro?

“Questo lavoro nasce come conseguenza di quello precedente, è un breve saggio di storia lungo tragitti epocali ma con uno sguardo all’oggi, dopo anni in cui mi sono dedicato allo studio del Mediterraneo, un mare che viene rappresentato come luogo di conflitti, accentuato dagli storiografi che da sempre cercano di enfatizzare questo aspetto conflittuale del Mediterraneo. La storia non è altro che contemporanea e deve servire alle esigenze di oggi,un momento in cui il bisogno di puntualizzare gli aspetti conflittuali e negativi prevale sull’autenticità della realtà storica. Io invece ritengo che il Mediterraneo sia stato un luogo di relazioni, un mare di pace e di contaminazioni.  La storia ha i suoi tempi che sono diversi, esistono i tempi lunghi delle relazioni e delle contaminazioni e quelli brevi dei conflitti.

I tempi lunghi delle contaminazioni e comunicazioni costituiscono il tempo primario, antropologico, pieno e plenario. Le relazioni sono sempre esistite e l’uomo è un animale sociale e politico, come diceva Aristotele, che non può vivere senza relazioni. Le guerre e i conflitti sono le patologie delle relazioni, un tempo derivato e breve in cui nessuno, nessun popolo, nemmeno quello più guerriero che sia esistito sulla terra, può accettare di vivere in uno stato di guerra perpetua, perché la guerra significa sofferenza per tutti. Non esistono popoli che vivono per la guerra e noi oggi abbiamo il dovere di dirlo con chiarezza, soprattutto in una situazione storico sociale in cui viene detto che esistono ideologie che sono fondate sull’elemento conflittuale e guerresco.

l’Islam non è un’ ideologia di guerra ma di relazioni, perché fin dall’inizio si è interfacciata con altre religioni. Abbiamo bisogno di ristrutturare il significato della storia, che è sempre andata in direzione del dialogo, delle comunicazioni e non della guerra. Non esistono scontri di civiltà, come invece oggi viene detto, ma in realtà le diverse civiltà hanno sempre ricercato un confronto reciproco, si sono sempre contaminate e hanno convissuto pacificamente. Ci sono stati i tempi dei conflitti, ma sono sempre stati tempi alquanto limitati e non tempi assoluti.”

Viviamo in un paese in cui sentiamo che la nostra cultura è fortemente di matrice mediterranea e si riflette nelle nostre abitudini, nella nostra cucina e nelle nostre  tradizioni.

Lei crede che le diverse religioni presenti sul nostro territorio stiano influenzando un allontanamento progressivo creando tensioni pericolose?

“Sicuramente la religione ha avuto un ruolo importante, però io credo sia fondamentale precisare quale siano le vere responsabilità, certamente la religione non è la causa, non è il fondamento storico e ideologico dei conflitti, ma ha fornito l’ideologia di quegli scontri che poi nascono da motivi di interessi materiali profondi e ben delineati. Le società moderne e contemporanee sono soprattutto subordinate agli interessi economici. Non è corretto sostenere che la battaglia di Lepanto ha costituito l’elemento decisivo e cruciale di uno scontro di civiltà, tra la Cristianità e l’Islam ottomano, ma invece si è trattato di due sistemi imperialistici che si confrontavano e che utilizzavano le diverse religioni come ideologie. Possiamo dedurre che le diverse ideologie religiose hanno influito ma non hanno costituto la base dei conflitti che evidentemente era in altre direzioni.”

Possiamo sostenere che in un ipotetico stato ideale, in cui non ci siano interessi economici, questi conflitti sarebbero meno evidenti?

“Io penso di si, nel momento in cui mancano le tensioni derivanti da interessi economici e materiali, quindi coloniali imperialistici di egemonia politica, vengono meno anche i conflitti religiosi. Sono due aspetti connessi, la struttura e il fondamento sono sempre gli interessi materiali, che da sempre hanno prima messo in relazione i popoli e li hanno uniti in un egemonia di interessi simili, ma quando in seguito si è arrivati alla patologia derivante dalle disfunzioni degli interessi economici, queste ideologie hanno messo gli uni contro gli altri, subentrando le propagande politiche, religiose ed ideologiche che sono servite anche in un certo senso a regimentare i popoli.”

Oggi siamo a Palermo, in Sicilia, ultimo lembo a sud dell’Italia, una città di grande integrazione, quanto ha influito la cultura e la mentalità siciliana che ha concesso questo aspetto così evidente in questo territorio, rispetto ad altre realtà nel nostro paese, dove ancora oggi vengono salvate tante vite di profughi che arrivano disperati a cercare una terra di salvezza?

“Palermo ha un’importanza notevole, perché ha una storia interculturale ed interetnica di grande spessore. Quando l’Italia ancora non conosceva i problemi di integrazione così come si presentano oggi, qui in Sicilia erano aspetti già presenti da tanto tempo. Possiamo dire che la Sicilia abbia precorso i tempi e che gli scontri e le relazioni che si sono incrociate nel Mediterraneo rappresentino oggi un patrimonio culturale e di relazioni caratteristici di questa regione.  In particolare quattro città sono il simbolo di una terra interculturale, la prima è Palermo, ma seguono Messina, luogo di transito da oriente a occidente, da nord a sud, e due città più piccole, Mazara del Vallo e Sciacca. Città che racchiudono dentro di loro il dna interetnico, che hanno tradizioni lontanissime di forte influenza araba e che hanno avuto un’importanza notevole nel periodo arabo normanno. Raccolgono l’eredità di un territorio in cui esistevano relazioni interculturali fra cristiani, musulmani, ebrei e greci e rappresentano la realtà di un momento emblematico di una popolazione che si vuole relazionare senza conflitti con le altre etnie.”

Possiamo concludere che proprio dalla Sicilia parte la speranza per il nostro paese di superare queste problematiche ed arrivare a un’integrazione completa e reale?

“Certo, la speranza parte proprio dalla Sicilia e da queste quattro realtà di territorio e in primo luogo proprio da Palermo. L’auspicio è che questa mia riflessione possa contribuire a dare qualche risposta utile alle diverse domande di conoscenza e alle problematiche del presente diffuse anche in altre realtà territoriali nel nostro paese più lontane dalla nostra.”

Mascia Maluta
Inviata Speciale
Newsfood.com

*Odeporico.
È una parola rara, morente. … Certo, usare questa parola è un modo per elevare ciò a cui ci si riferisce, e riveste quello stesso viaggio di un’aura poetica, gli dà una sfumatura di esperienza esistenziale, di ricerca – e in questo si rivela interessante.

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