Saranno i negozi di vicinato a salvare i centri storici cittadini da degrado e abusivismo?
Nella sala del Consiglio della Camera di Commercio di Roma di Via dé Burrò 147 (piazza di Pietra), lunedì 30 maggio c’è stato il convegno “Esercizi pubblici e centri storici”, organizzato dalla Fiepet (Federazione italiana esercenti pubblici e turistici) associata a Confesercenti. Discussi i problemi della categoria, dalla movida al “tavolino selvaggio”. Ma anche di decoro e del cambio d’identità degli esercizi commerciali, ormai in gran parte in mano a stranieri poco rispettosi delle regole del gioco.

Convegno Centri storici.Confcommercio-1di Maurizio Ceccaioni
La lunga e articolata discussione nella sala del Consiglio della Camera di Commercio di Roma, gremita di operatori e pubblico, è stata introdotta dalla presidente nazionale Fiepet Esmeralda Giampaoli. Accanto a lei, Chiara Rai, direttore responsabile del quotidiano nazionale L’Osservatore d’Italia e giornalista de Il Tempo, che ha moderato gli interventi su un tema sentito come quello degli esercizi pubblici nei centri storici delle città d’arte. Dopo il messaggio di saluto del sottosegretario del Ministero Beni Culturali e Turismo, Dorina Bianchi, si sono affrontate le problematiche a livello generale, ma si è arrivati ben presto nello specifico, parlando della coesistenza della movida notturna nelle principali città italiane con la qualità della vita dei residenti. Centri storici ostaggio di un esercito di “nottambuli” annoiati, figli dell’opulenza ormai decaduta di quest’Italia, indolenti di regole di comportamento civile, restii a ordinanze comunali e Codice penale. Gente che, come in una sorta di “Second life”, va alla ricerca di un’identità negata da una società che li considera e fa di tutto per farli sentire “bamboccioni” che stanno sulle spalle di genitori e nonni.
Ma con Stefano Bollettinari, direttore Confesercenti Emilia Romagna, Luca Amato, coordinatore Fiepet-Piemonte e Santino Cannamela, presidente Fiepet Toscana, si è anche parlato di “tavolino selvaggio” e della desertificazione dei centri storici, con molti esercizi ormai in mano a stranieri. Sulle tematiche endemiche della Capitale, hanno fatto sentire la loro voce il presidente Confesercenti Roma, Valter Giammaria e quello della Fiepet-Roma, Pietro Lepore. Intervenuti anche i presidenti dell’Associazione Lupe, Fabio Mina, Assoristoratori, Roberto Torretti e Claudio Pica per l’Associazione esercenti pubblici esercizi (Aeper), tutte aderenti a Fiepet Confesercenti.
La movida, madre di tutti i problemi per gli esercenti del centro storico romano (ma anche torinese e milanese), non è solo una questione di “ordine pubblico”, dati gli schiamazzi, le indecorose scene di orinatoi a cielo aperto tra le case e le risse spesso sanguinose fino alle prime luci del mattino. Un problema che va affrontato da diversa angolatura, con maggiore presenza dello Stato sul territorio. Ma sono emersi pure i problemi dell’occupazione del suolo pubblico per il cosiddetto “tavolino selvaggio”.
Tanti esercenti sono in regola coi pagamenti e con i metri quadrati occupati, ma molti fanno come gli pare, spesso con la complicità di chi dovrebbe controllare. Ci sono stati commercianti che nonostante ordinanze e diffide fatte dal Comune, hanno continuato a occupare, spesso abusivamente, vaste porzioni di strade e marciapiedi. Un caso su tutti, piazza Navona, dove con la scusa del “ricatto occupazionale”, ci volle una sentenza del Tar Lazio per far rispettare un’ordinanza di sgombero del comune di Roma.
Secondo Fiepet-Confesercenti, che solo a Roma conta su un centinaio di revoche di licenze per occupazione di suolo pubblico nonostante si chieda di aumentare la disponibilità di spazi per favorire occupazione e turismo, in Italia non si possono usare due pesi e due misure nell’attribuzione degli spazi pubblici. Giusto colpire chi non rispetta le leggi, dicono, ma va usata maggiore tolleranza verso i commercianti onesti specie per alcune soprintendenze “troppo rigide”, cercando soluzioni condivise come già successo a Venezia e Firenze.
L’incontro, pensato anche per essere un’occasione di confronto tra i candidati a sindaco di Roma che dovrebbero avere maggiori probabilità di andare al ballottaggio, Virginia Raggi (M5s) e Roberto Giachetti (Pd), ha visto solo la presenza della “grillina”. Ma era in buona compagnia, coi candidati alla presidenza del I municipio di Roma (Centro storico)  Stefano Tozzi (Fratelli d’Italia-Meloni) e Maurizio Esposito, colonnello dei Carabinieri per la lista che sostiene Alfio Marchini. Per la lista di Roberto Giachetti in Consiglio comunale, era presente l’ex questore di Roma dall’agosto 2010 a giugno 2012, Francesco Tagliente.
Virginia Raggi, tra tante idee in programma, pensa a un forte rilancio dei mercati rionali perché «con gli esercizi di vicinato sono il cuore pulsante di quella Roma che vogliamo promuovere e rilanciare», ed è convinta che la soluzione ai tanti problemi del centro storico siano risolvibili mettendo attorno a un tavolo tra commercianti, amministrazione e residenti, per trovare un punto di equilibrio. Perché «se è vero che la città deve essere di tutti e i residenti non devono essere invasi dal “tavolino selvaggio” è altrettanto vero che la situazione economica per i commercianti non è delle migliori e solo nel 2014 ci sono stati più di 200 suicidi tra gli imprenditori. Rispetto delle regole da parte di tutti per una pacifica convivenza nella città. «Il nostro compito sarà quello di riportare ordine in un settore che necessita essere rilanciato nel rispetto di tutti».
Quello del commercio non è solo un settore che ha bisogno di regole certe e di chi le faccia rispettare, ma principalmente di un costruttivo confronto con le amministrazioni, condividendone gli obiettivi strategici e di una maggiore tutela contro l’invasione di commercianti stranieri che stanno occupando strategicamente, a livello commerciale, interi quartieri, specie a Roma.
Qualcosa sta tentando di fare la regione Lazio, che nei giorni scorsi ha presentato un bando regionale da 10 milioni di euro per lo sviluppo e la sostenibilità di reti d’impresa per il commercio “su strada”, con il sostegno all’economia nelle zone urbane ed evitare la desertificazione del territorio. Buone intenzioni che vengono vanificate se non si tutela chi sta in regola ed è poi costretto a chiudere per troppe tasse e burocrazia, per una concorrenza sleale di gente, in maggioranza immigrati cinesi, con negozi e magazzini che vendono spesso merce di bassa qualità o addirittura illegale, come confermato da esponenti della Guardia di Finanza, Carabinieri e Agenzia delle Entrate qualche giorno fa, durante un seminario per giornalisti.
Attualmente circa il 25% dei negozi nei vari quartieri della Capitale è in mano a egiziani, cinesi, marocchini, del Bangladesh, indiani, pachistani, albanesi, secondo un’attenta divisione delle attività per etnia, come denunciato da una recente indagine della Cna di Roma.
Sono pochi gli strumenti che hanno i nostri “controllori” per contrastare questo fenomeno che comincia da alcuni porti del nord Europa, dove i controlli sono facilitati e vigono facilitazioni fiscali. Punti di accesso al nostro continente dove arriva il 74% delle merci provenienti da paesi terzi e di queste. Di queste, solo Anversa, Amburgo e Rotterdam, che stanno in cima alla classifica per aver saputo prima e meglio adeguarsi ai nuovi requisiti logistici ed economici richiesti dal mercato, gestiscono il 20% delle merci che arrivano in Europa via mare. E di quel 37% di merci che poi vanno nell’Unione europea, quelle che arrivano da noi lo fanno principalmente su gomma, con maggiori emissioni inquinanti e congestione delle strade, a scapito dei cittadini della nostra economia.

Maurizio Ceccaioni
Corrispondente da Roma
Newsfood.com