LA FRANCIA SCOPRE L’ITALIA

I VITIGNI INTERNAZIONALI A CACCIA DEGLI AUTOCTONI ANTICHI

L’ESEMPIO DEL CHENIN NELLA LOIRA

 

L’Italia da sempre è terra dei vitigni autoctoni o alloctoni diventati tali, o vitigni che hanno avuto mutazioni generiche e variazioni vegetative naturali al punto di diventare una cultivar autonoma o una varietà a se stante. Pensiamo ai diversi Moscati e Malvasie che approdati, circa 3000 anni fa almeno,  sulle sponde marittime italiane, dalle isole Venete alle riviere Etrusche,  o altre piante di vite di uva rossa arrivate sulle banchine Calabresi nelle prealpi Retiche e negli appennini emiliani-lombardi, quale percorso genetico hanno compiuto. Viti Apianae e viti Labrusche diventate nel tempo, da selvatiche a domestiche, da uve tutte rosse a bianche e rosate e grigie, da Moscati alle Malvasie, dai Vermentini ai vari Aromatici, dai Trebbiani ai Sangiovese.

L’Italia di fine secolo XIX° registrava circa 1000 vitigni diversi, e quanti vini Docg-Doc ancora oggi contemplano la presenza di piccoli vitigni del territorio. quei vitigni che spesso sono matrici e marchi della identità territoriale soprattutto in un periodo enologico dove tutti, in primis gli enologi italiani, hanno puntato ai vitigni internazionali quasi a creare territori a monovitigno assoluto, in purezza e al 100%. E’ vero che certe uve internazionali , per esempio il Pinot Nero nero, non gradiscono miscugli strani, ma è anche vero che una piccola presenza di vitigni tipici caratterizzano, differenziano i vini nostrani, uscendo dallo standard, dalla anonimato, dalla normalizzazione con una impronta di territorio e di storia. Finiti i grandi territori di Chardonnay o Sauvignon o Riesling o Merlot in purezza? No di certo, anzi un grande territorio francese di vini come la Loira, scopre l’importanza di un antico vitigno, il Chenin, già presente, valido anche come vino in purezza, ma assai importante per le sua caratteristiche enologiche.

Nato da un vinacciolo… si direbbe, il caso della vita-vite… di una pianta di Savagnin,  un vitigno che ha un percorso molto diversificato geograficamente, parente stretto  del Sauvignon e già diffuso in sud Africa, in Usa, in Argentina, in Australia quindi sicuramente meritevole del termine internazionale. In un recente libro francese “Les caves se rebiffent” cui ha collaborato anche il prof . Mario Fregoni, viene esaltato il binomio territorio/vitigno Chenin proprio grazie a studi specifici di interazione, coltivazione, adattamento, genetica. Quello che giustamente il prof Fregoni ed altri autori fanno notare è che lo Chenin si trova a suo agio anche con i recenti cambi climatici in atto nell’Europa meridionale e continentale essendo una uva a maturazione tardiva, molto resistente alle malattie parassitarie dell’ambiente e il vino ottenuto non ossida facilmente.

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Adattissimo per produrre vini tranquilli e spumanti di lungo invecchiamento, a seconda delle zone, vini che durano anche 50 anni.  Un vino di una volta, qualcuno potrebbe dire, che oggi grazie ai contributi tecnici e scientifici può correre in aiuto a tanti alti vini più suscettibili al clima, alla siccità, alle temperature elevate ed essere adattabile a territori assai diversi. Un vitigno a bacca bianca che bene si sposa anche con Chardonnay, Sauvignon, Trebbiano, Verdicchio, Malvasia di Candia Aromatica. Una pubblicazione da leggere, per trovare qualche interessante “introduzione” nei Colli Piacentini, ma non solo.

 

 

 

Giampietro Comolli
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Giampietro Comolli
Editorialista Newsfood.com
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