Cittadino consumatore

Il mensile economico Business ha pubblicato nel numero di maggio i risultati di un sondaggio condotto da TNS Infratest sul rapporto che hanno i consumatori con le etichette dei prodotti,
alimentari e non alimentari. Se ne ricavano alcuni elementi estremamente significativi, particolarmente per chi, come i panificatori, opera nel campo del fresco e ha di fronte, quali fortissimi
competitori, prodotti di media-lunga durata quali il pane conservato e quello precotto. Dall’indagine emerge – e ci sembra un dato quasi scontato – che l’attenzione maggiore del cliente
è rivolta alle etichette dei prodotti alimentari (78%). Meno scontato invece il fatto che vengano considerati elementi da analizzare con maggiore attenzione la data di scadenza (84% )
gli ingredienti ( 54 % ) e la provenienza del prodotto (47%). Le modalità di conservazione – elemento spesso determinante per la salubrità dell’alimento – raccolgono solamente un
33% di importanza e il peso del prodotto un misero 20%. Non meraviglia dunque che il 90 % dei consumatori ritengano positiva la nuova norma che obbliga i produttori a rendere più
visibile la data di scadenza, a fronte di un 45% che ritengono che la stessa, attualmente, sia riportata con poca chiarezza.

Conseguenza abbastanza ovvia di quanto sopra, il fatto che data di scadenza, ingredienti e provenienza siano ritenuti, rispettivamente dal 42%, dal 36% e dal 24%, elementi da evidenziare in
etichetta con maggior rilievo di quanto non avvenga attualmente.

Si tratta di elementi che devono essere ponderati con particolare attenzione, soprattutto se comparati con quelli emersi dall’indagine che PublicaRes ha condotto per conto della Federazione e
che sono stati presentati nel corso di ABTech a Milano. Tutto indica che, il consumatore non è distratto e disattento, come alle volte si è portati a ritenere, ma che,
sensibilizzato da un quadro di incertezza permanente nel campo dei prodotti alimentari, vuole sapere sempre meglio che cosa mangia, conoscendone vita, morte e miracoli; e, soprattutto, essendo
certo di saper distinguere con chiarezza, la freschezza, la durata, gli ingredienti e la provenienza di ciò che mette in bocca.

Per contro, l’atteggiamento delle istituzioni non sempre sembra essere così coerente con queste aspettative: basterà infatti ricordare la durissima opposizione che ha trovato
nelle aule parlamentari, in occasione della legge di conversione del decreto Bersani, l’obbligo di riportare in etichetta il termine conservato. Oggi esso è divenuto legge, ma anche nei
recenti incontri avuti in sede ministeriale, in relazione all’emanazione del “decreto dei dodici mesi”, abbiamo avuto l’impressione che le tesi dell’industria del pane che considerano inutile e
superfluo evidenziare lo stato di conservato del pane susciti attenzione e, oseremmo dire, una sorta di timore, negli ambienti ministeriali. E’nota la tesi dell’industria secondo la quale la
conservazione rappresenterebbe un servizio aggiunto al consumatore in grado di utilizzare il prodotto in tempi più lunghi, così come è del tutto evidente che, se di
elemento positivo si tratta, dovrebbe essere l’industria stessa ad avere interesse per prima ad evidenziarlo. Ma evidentemente così non è, e lo dimostra anche la pubblicità
di Barilla, contro la quale ci siamo battuti lo scorso anno lungamente proprio perché suggeriva allo spettatore che il suo era un pane fresco o comunque equivalente al pane fresco. Si
noti come la sentenza del tribunale di Roma, che ancor oggi non abbiamo digerito, abbia dato il via libera alla ripresa di quello spot non certo negando le nostre ragioni, quanto piuttosto
affermando, a nostro avviso in modo estremamente discutibile, che il consumatore sa che Barilla produce prodotti conservati e che tale elemento è sufficiente perché non si crei
confusione tra fresco e conservato. Dunque, anche se abbiamo ripetutamente sottolineato nelle sedi ministeriali la necessità di evidenziare questo stato di conservazione (che già
oggi dovrebbe essere obbligatorio sulla base delle nuove norme), non siamo per niente certi che esso troverà coerente e precisa applicazione nel decreto in preparazione.

Ma nell’indagine che abbiamo citato vi è un altro elemento per noi determinante: la richiesta del consumatore di conoscere la provenienza del prodotto. Una delle proposte reiteratamente
presentate dalla Federazione in materia di impasti crudi surgelati e pane precotto è quella di evidenziare data, luogo e produttore, essendo oggi possibile produrre in Romania un pane
precotto che verrà completato nella cottura sotto casa nostra sei mesi più tardi, senza che chi lo consuma ne sappia nulla. Che industriali, importatori e grande distribuzione non
ne vogliano sapere è del tutto ovvio. Sarebbe altrettanto ovvio, però, che le istituzioni, che tanto spesso invocano l’interesse del cittadino consumatore, si ponessero
effettivamente dalla sua parte operando scelte coerenti con quanto continuamente enunciato.

www.fornaioamico.it

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