Il datore di lavoro o dirigente che minaccia un dipendente per indurlo ad accettare un trattamento peggiorativo rispetto a quello contrattuale può dar luogo al fenomeno sociale definito
come bossing e concretizzare il reato punito dal codice penale di violenza privata.

Infatti, nel caso in esame integra il reato di violenza privata ex art. 610 c.p. la condotta del datore di lavoro e dei dirigenti che abbiano richiesto a numerosi dipendenti di accettare una
novazione del loro rapporto di lavoro, con declassamento da impiegati a operai, minacciandoli che, in caso di mancata accettazione, essi sarebbero stati trasferiti in un altro reparto ed ivi
mantenuti del tutto inoperosi in un ambiente in decoroso (Cassazione – Sezione sesta penale – del 8 marzo-21 settembre 2006, n. 31413).

I fatti

Alcuni dirigenti dell’Ilva spa di Taranto, tra cui il Presidente del Consiglio di Amministratore hanno trovato un metodo tanto originale quanto illecito di gestire gli esuberi di personale. I
dirigenti hanno minacciato numerosi lavoratori dipendenti, in maniera diretta o indiretta, che ove non avessero accettato la proposta novazione del rapporto di lavoro con declassamento dalla
qualifica di impiegato a quella di operaio con conseguente mutamento peggiorativo delle relative mansioni, sarebbero stati trasferiti (come poi avvenuto) alla palazzina Laf, ove era sicuramente
prevedibile l’inevitabile sottoposizione ad un regime lavorativo umiliante e peggiorativo rispetto alle loro legittime aspirazioni, regime consistente nella mancata assegnazione di qualunque
tipo di incarico e attività operativa, sì da dovere trascorrere in un ambiente non decoroso e trascurato le ore prescritte in una situazione di assoluta inerzia, lesiva della
dignità dei lavoratori.

Ciò avrebbe determinato, da un lato, il prevedibile ed inevitabile peggioramento delle loro capacità professionali e, dall’altro, l’avvilimento del loro legittimo diritto ad
espletare un’attività lavorativa decorosa, subordinando il ripristino di un normale rapporto alla accettazione della proposta di novazione, e lasciando perdurare a tempo indeterminato la
negativa situazione descritta a fronte del perdurante diniego opposto dagli interessati.

Dopo essere stati sottoposti a procedimento penale e condannati in primo grado dal Tribunale di Taranto gli imputati appellavano la sentenza.

Con sentenza emessa in data 12 aprile 2005 la Corte di appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, in parziale riforma della precedente sentenza, ha affermato la responsabilità
penale dei dirigenti condannandoli a pene detentive che variavano da quattro mesi ad un massimo di anni uno e dieci mesi di reclusione. Con la medesima sentenza tutti gli imputati sono stati
condannati, per quanto di ragione, al risarcimento dei danni anche in favore della UIL e, confermando nel resto la decisione di primo grado, alla rifusione delle ulteriori spese sostenute dalle
parti civili costituite.

Avverso la suindicata sentenza in data 12 aprile 2005 della Corte di appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, hanno proposto ricorso per cassazione, tramite i rispettivi difensori i
vari imputati.

Rigettando i ricorsi la S.C. ha rilevato che per la sussistenza del fenomeno di mobbing (in questo caso bossing) occorre che diverse condotte, alcune o tutte di per sé legittime, abbiano
un’unica finalità, essendo complessivamente e cumulativamente idonee a destabilizzare l’equilibrio psico-fisico del lavoratore. Affinché ciò avvenga è necessario che
ogni atto sia configurabile come uno dei tasselli di un composito disegno vessatorio. Ovviamente, tali condotte, esaminate separatamente e distintamente, possono essere illegittime e anche
integrare fattispecie di reato.

Conclusioni

Nella fattispecie, il giudice di merito, con pronuncia confermata dalla Suprema Corte, ha rilevato che il fenomeno del bossing, che rappresenta una variante del più generico e diffuso
mobbing (non ancora previsto in modo specifico né nella nostra legislazione né nella contrattazione collettiva) si concretizza in atti e comportamenti con carattere sistematico e
duraturo, quali la violenza e la persecuzione psicologica posti in essere dal datore di lavoro o dai suoi preposti con l’intento di danneggiare il lavoratore al fine di estrometterlo dal
lavoro.