CONSORZI DI TUTELA DEI VINI: URGE UN CAMBIO RADICALE

CONSORZI DI TUTELA DEI VINI: URGE UN CAMBIO RADICALE

Prima che sia troppo tardi… CONSORZI DI TUTELA DEI VINI: URGE UN CAMBIO RADICALE

Cosa succede nei consorzi dei vini? 2018-2019 diverse crisi. Perché? Organismi collettivi di tutela,  diventati proprietà individuale, poca valorizzazione della tutela, debolezza italica della volontarietà, mancanza di guide esperte e competenti, vigilanza repressa, presidenti che fanno i direttori… Urge una svolta almeno di 180 gradi… chi fa cosa… peso e voti della tutela… quote e peso della promozione   

 

Nel 2019, il ministro Centinaio, ha approvato il DM, atteso da tempo, sul riconoscimento dei consorzi vini Dop-Igp. Uno dei tanti dm attesi, dopo il Testo Unico, panacea delle panacee, firmato dal ministro Martina. La legge 238/2016, ultimo aggiornamento, all’art 41 stabilisce la “possibilità” (quindi non l’obbligo) di costituire un consorzio di tutela (quindi non di promozione) per ogni Dop-Igp, quindi uno solo o anche più d’uno per lo stesso territorio.

Come vige la libera volontà di produrre e certificare vini Doc da vigneti iscritti all’albo, così c’è massima libertà di aderire (associarsi) a un consorzio di tutela, sempre riconosciuto dal ministero. Il consorzio rientra nei dettami dell’art 2602 del Codice Civile. E’ fondato da viticoltori, vinificatori, imbottigliatori e qualora rappresenti almeno il 40 delle teste dei viticoltori e almeno il 66% della produzione (uva-vino) dei vigneti iscritti agli albi, rivendicati negli ultimi 2 anni, può svolgere anche le funzioni di vigilanza. Già solo da questa premessa è evidente che la rappresentanza del mondo viticolo si basa su un numero assoluto di teste, per “capite”, mentre le imprese vinificatrici e imbottigliatrici sono rappresentate per peso di vino, per “censo”.

E’ un po’ come mettere sullo stesso scaffale una vigna e una bottiglia: non tutto è assimilabile, soprattutto se si raffrontano parametri di valore ed economici di impresa. Due pesi, due misure, si dice. Il consorzio vive di tre punti fondamentali: la quota associativa da pagare, il numero di voti in assemblea, la suddivisione dei costi per la promozione.

Vigneti e viticoltori

Ma diverse sono le interpretazioni libere: importi tutti uguali, uguali per ogni testa,  crescenti o decrescenti, per capite e per censo assommati, ogni azienda è iscritta in una sola categoria o in più categorie, quante deleghe massime e che validità di voti espressi in assemblea, diversi pesi in base al “tipo” di decisione da prendere, compensazione economiche o di rappresentatività fra categorie, assunzione di responsabilità delle grandi cantine in forma ponderata decrescente, le cooperative sono soci viticoltori&vinificatori&imbottigliatori?

Questi ed altri temi sono stati risolti secondo ipotesi e indicazioni oramai in essere da 20-25 anni: hanno ancora ragione di esistere? Come la Federdoc nel 1998-99 ha cambiato pelle (ne fui il principale artefice) dopo 25-30 anni di continuità operativa e gestionale, oggi anche i consorzi devono innovarsi?

Aleggia un senso più o meno diffuso di sconforto, di rinuncia, di abbandono e di non immedesimazione con il proprio ente.  Mi sembra che dalla Sicilia al Friuli, dalla Lombardia alla Toscana, dall’Emilia alla Puglia molti sono gli scontri già in atto da anni.
Se n’è parlato al recente “megatavolo ministeriale” delle grandi decisioni?
Nel 2018 e 2019 riscontro che la maggior parte dei consorzi di tutela vini esistenti sono entrati in crisi sociale e territoriale, di identità, di bilanci, di rapporti, di rappresentanza… spesso con chiare interferenze esterne.

Gli attuali costi consortili in quote, certificazioni, controlli, bollini hanno una ragione: sono equi o alti a fronte dei servizi? Il costo generale della macchina federativa nazionale ha ragione di esistere?

Eventi promo che sono dei doppioni continuano ad esserci. Le aziende di certificazione sono ancora divise diverse e sparpagliate: non è forse il momento di concentrare sforzi e ridurre costi?

E’ giusto che in tutti i consorzi (soprattutto quelli con crisi pubblica) ai vertici ci siano rappresentanti delle aziende vinicole più grandi? E’ possibile che in certe assemblee consortili 11 persone votanti presenti fisicamente, portanti deleghe di altri 30 soci di peso in voti ma assenti, deliberino ufficialmente con 230 viticoltori singoli non presenti e non deleganti?

Credo che almeno la domanda sia plausibile. E’ la Coldiretti che lancia l’allarme, velatamente indicando colpe, sul consorzio del Brachetto d’Acqui Docg per il calo del 33% delle vendite in un anno. La Coldiretti di Asti si domanda come sta in piedi il territorio del Brachetto d’Acqui dove i ricavi della vendita delle uve sono al di sotto delle spese per produrle: come si può andare avanti!

I consorzi Moscato, Barbera, Brachetto hanno più volte esposto la situazione in Regione Piemonte, ma senza avere risposte.   E’ necessario un rilancio e una spesa maggiore in promozione oppure un aumento del prezzo delle uve prodotte in base a qualità, peso, sanità anche biologica? E che fiducia possono avere i produttori Docg-Doc dell’Oltrepò Pavese di fronte alla assenza di vigilanza e controlli del consorzio e del distretto, e continuare ad aderire al consorzio, pagare quote, quando 5 cantine da sole fanno il bello e il brutto, a volte molto brutto, tempo?

E’ sempre giusto continuare a spendere soldi in promozione e certificazione Docg-Doc consortile? Oggi poi con il rischio dei dazi, protezione, non riconoscimento Docg-Doc (vedi idee balenanti post Brexit) in molti paesi, non sarebbe più opportuno pensare a una altra strada, unica, forte, decisa di un unico soggetto “pesante” che garantisca super-partes la cura dei distretti Docg-Doc ?

C’è da rimarcare, giustamente, che anche la soluzione “megaDoc”, vedi il Piemonte, con massima concentrazione di intenti, vini, gestione, controlli, non ha risolto nulla, anzi creato soluzioni di serie A e di serie B con molto cannibalismo sui grandi numeri e prezzi bassi. Anche i mega-accordi interprofessionali sul prezzo delle uve in Piemonte da 50 anni non hanno risolto, anzi…!
Colpa delle istituzioni, del mercato, dei consorzi?

“I viticoltori non hanno garanzie”, tutti dicono quando qualcosa non funziona, ma poi nei consorzi non hanno peso. Hanno più peso fuori dai consorzi con le proprie organizzazioni sindacali. Perché? Ciò sta bene anche a Coldiretti, Cia, Confagricoltura?  Senza i viticoltori  non c’è vino, i ricatti sui contratti e sull’acquisto obbligato dell’uva sono un segnale di debolezza di tutti, di precariato di impresa, di sudditanza non solo economica anche psichica della grossa cantina che può acquistare le uve e il viticoltore che è obbligato a vendere, a qualunque prezzo.

Sta bene alle istituzioni, Regioni e Ministero, questa situazione? E’ vero che per legge non si può governare il prezzo dell’uva, neppure l’offerta, ma i consorzi di tutela oggi dovrebbero avere più questa funzione che quella della visibilità degli eventi, della promozione.  Il vino Marsala sta attraversando una profonda crisi, il consorzio non esiste più.

In Calabria e in Puglia non arrivano segnali positivi: il numero di bottiglie false di Marsala sono triple di quelle originali e vendute a un prezzo quadruplo.   Il consorzio dell’Orvieto è in totale divisione e da tempo chiede alla regione il blocco di nuovi impianti e revisione delle rese ma ci sono anche problemi di progetti e di costi, senza guardare ai due pilastri storici del governo enoico toscano, chianti classico e chianti, che sono sulle barricate per scelte deontologiche e di menzioni speciali… con tutta la creatività nota italiana!

Meno litigi e più tutela, vien voglia di dire. poi c’è il caso dell’Amarone Valpolicella con il muso di divisorio ancora alto fra consorzio e famiglie storiche, lo stillicidio di soci in altri consorzi dell’appennino emiliano e abruzzese. Però una buona notizia, che reputo intelligente, arriva dalla Liguria Levante, zona La Spezia con la creazione di un unico super consorzio di tutela per tutte le doc della riviera Ligure di Levante: concentrazione, voglia e impegno con tutte le entità pubbliche allineate e pronte a dare una mano. Per quanto? Si perché c’è anche la questione che la mano pubblica è necessaria: finito il sostegno esterno tutto crolla.

Vediamo la fine che fanno anche le associazioni delle strade dei vini!

 

Giampietro Comolli

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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
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