«Ci sono voluti tre anni, un tempo lunghissimo per un settore produttivo sottoposto a continue pressioni da parte di un mercato liberalizzato, per ottenere una vittoria dovuta sul caso
Parmesan che ora auspichiamo possa funzionare da apripista per tanti altri casi di contraffazione ai quali assistiamo, per ora, impotenti».

Il presidente del Coordinamento delle Centrali Cooperative Agricole e Agroalimentari (Fedagri- Confcooperative, Legacoop Agroalimentare, Agci Agrital e Ascat Unci), Paolo Bruni, commentando la
sentenza della Corte di Giustizia Europea, ha posto l’accento sulla necessità di insistere su questa strada per arrivare ad una tutela completa e valida delle eccellenze agroalimentari
italiane nel mondo.

«La sentenza europea sollecita un’attenzione maggiore sul fronte dei controlli – ha aggiunto Bruni – quindi ben venga l’azione del Ministero delle Politiche Agricole di adeguamento della
normativa comunitaria che autorizza gli Stati membri ad intervenire con sanzioni, qualora si scovi la produzione o la commercializzazione impropria di un prodotto tutelato».

Per avere una stima di quanto incida l’agropirateria sul comparto agroalimentare italiano basti pensare che solo sul mercato Usa, tra i prodotti attribuibili alla categoria dell’Italian
Sounding (prodotti che contengono un legame esplicito con l’Italia), solo il 10,6% corrisponde a prodotti realmente italiani, mentre l’89,4% corrisponde a prodotti realizzati al di fuori
dell’Italia che pertanto rientrano nella categoria dei prodotti imitativi.

Per ogni prodotto italiano presente sul mercato statunitense, ve ne sono più di otto che imitano o, quantomeno, fanno riferimento all’Italia e mediamente, per ogni dollaro di prodotto
‘nostrano’ acquistato dal consumatore americano, 10,6 dollari vengono spesi nei prodotti imitativi