Il 19 febbraio 1906, William Kellogg dimenticò le pannocchie sul fuoco. Invece di buttarle, ne fece una sfoglia friabile: erano nati i fiocchi di mais,l’intuizione che il fratello medico
sfruttò per far accettare i cereali ai grassoni che curava. E che poi conquistò il mondo.
Chi aveva la gotta, chi affogava nel colesterolo, chi si dannava per l’obesità straripante, a rischio continuo di esplosione delle coronarie. I pazienti del dottor Kellogg, luminare
della medicina che nella sperduta campagna di Battle Creek, nel Michigan, aveva aperto un sanatorio per danarosi grassoni, soffrivano soprattutto di una cosa: mangiavano troppa carne.
Cominciavano la mattina, a colazione, ad ingozzarsi – come del resto allora abitudine comune – con lardose salcicce di porco, abbondanti razioni di quarto di bue grigliato e untuose,
indigeribili salse di condimento che intingevano il tutto. E continuavano la giornata con allegre e abbondanti libagioni di caffeina, tabacco, alcol che, unite alle scorpacciate di dolciumi,
mettevano a dura prova i loro già provati sistemi cardiocircolatori. John Harvey Kellogg, fedele seguace della Chiesa avventista del Settimo giorno, era invece un vegetariano inveterato,
convinto che la continenza dei cibi, come del sesso, fosse la medicina più efficace per il corpo, strapazzato dagli eccessi. E ai suoi pazienti come cura disintossicante somministrava
soprattutto cereali, ricchi di fibre e di facile digestione. Aveva un problema, però.
La sua agiata clientela non amava i cereali. Non li mangiava volentieri e, potendone, ne faceva tranquillamente a meno. Trovare il modo per far mangiare ai degenti del sanatorio i cereali fu il
rovello che tormentò a lungo il dottor Kellogg, finché un giorno il fratello più giovane, William Keith Kellogg, che lo aiutava nella gestione, si cacciò in un
guaio. Scordò in cucina le pannocchie di grano sul fuoco, che andarono così oltre cottura. Impossibile servirle per la cena. Fu lì che al giovane William scattò
l’idea. Invece di buttare le pannocchie spappolate, decise di schiacciarle per bene, passarle fra due rulli e creare una sfoglia sottile, da tostare e poi sminuzzare. Avvenne così che
nacquero i fiocchi di mais tostati, i corn flakes, che trovarono subito il gradimento dei difficili e viziati palati dei pazienti del dottor Kellogg. Un successone, tanto che il giovane
William, più portato agli affari, fiutò subito il business. E così decise di non limitare gli appetitosi e salubri corn flakes ai degenti del sanatorio. Ma di lanciarli sul
mercato con un’apposita produzione.
Era il 19 febbraio 1906, cento anni fa. Quel giorno dallo stabilimento di Battle Creek, a fianco del sanatorio e della Chiesa avventista che lì aveva posto le sue basi, uscì la
prima scatola di corn flakes del dottor Kellogg. Da allora i fiocchi di mais tostati hanno rivoluzionato il modo di fare colazione, prima in America e poi nel mondo intero. Alla carne di maiale
e di bue, gli americani sostituirono velocemente il latte e i corn flakes, come pasto di inizio giornata. Fiocchi di mais che si sono man mano arricchiti di frutta, malto d’orzo, riso soffiato,
varianti che si sono affiancate al prodotto di base. In Europa i corn flakes sbarcarono nel 1938, e solo nel 1956 i primi fiocchi di mais furono disponibili sul mercato italiano. Ma è
negli ultimi trent’anni che l’abitudine americana dei Kellogg’s è diventata costume alimentare nazionale, anche da noi. La dieta avventista del settimo giorno, fatta di cereali immersi
nel latte, ha scalzato in buona parte delle famiglie italiane il cappuccino e brioches, o il caffè mattutino coi biscotti e il pane, che da sempre avevano dato il buongiorno al Belpaese.
Con tanto di approvazione dei dietisti, attenti all’apporto di fibre alimentari.
La cucina del sanatorio del dottor Kellogg nel frattempo s’è ingrandita, ed è diventata una multinazionale. Oggi la Kellogg’s produce oltre 240 milioni di scatole di corn flakes
all’anno, in 35 stabilimenti dispersi in 28 paesi, con oltre 28.000 dipendenti e una commercializzazione in 160 paesi al mondo, che mangiano tutti all’americana. O meglio, alla vegetariana
secondo le prescrizioni della Chiesa avventista del settimo giorno. E se le scatole della Kellogg’s prodotte da quel febbraio 1906 ad o ggi venissero messe in fila, coprirebbero una distanza
pari a 160 viaggi, andata e ritorno dalla luna. William Keith Kellogg, come il fratello John Harvey, a forza di verdurine e cereali, camparono entrambi oltre i 90 anni, e fecero in tempo a
vedere la loro casuale invenzione trasformare le abitudini alimentari di mezzo mondo. Quando William morì, nel 1951, a 91 anni compiuti, la Kellogg’s aveva già raggiunto i cinque
continenti. Il suo nome era diventato sinonimo in tutto il mondo di fiocchi di grano. E il piccolo centro del Michigan, Battle Creek, la capitale mondiale della prima colazione. Non solo del
settimo, ma di ogni giorno.

Piarangelo Giovannetti

Avvenire

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