Cuore: la religiosità non migliora la salute

Cuore: la religiosità non migliora la salute

La religiosità non aiuta il cuore. Le malattie cardiache colpiscono allo stesso modo individui dalla vita spirituale intensa (di diverse religioni), laici ed atei.

E’ il verdetto di una ricerca della Northwestern University di Chicago, diretta dal dottor Donald Lloyd-Jones e pubblicata da “Circulation”.

Lloyd-Jones e colleghi hanno analizzato i dati sulla salute di 5.500 persone, a diverso tasso di religiosità e spiritualità per anno. Gli studiosi hanno notato come l’incidenza di
episodi cardiaci (morti per infarto, infarti non letali, ictus o la diagnosi di cardiopatie) è risultata inferiore al’1%, ma questo è spiegato dal fatto che il campione non
comprendeva persone con malattie cardiovascolari.

Inoltre, si è osservato come il tasso di eventi cardiaci e la presenza di fattori di rischio ( ipercolesteromia o ipertensione) dei soggetti religiosi è uguale a quello degli
altri.

Vi è però una differenza curiosa: nonostante i volontari con un attiva vita religiosa e spirituale fumassero meno degli altri, presentavano una maggiore incidenza di
obesità.

NOTE FINALI, per approfondire:

Matthew Feinstein, Kiang Liu, Hongyan Ning, George Fitchett, Donald M. Lloyd-Jones, “Burden of Cardiovascular Risk Factors, Subclinical Atherosclerosis, and Incident Cardiovascular Events
Across Dimensions of Religiosity: The Multi-Ethnic Study of Atherosclerosis”,
Circulation 2010

Matteo Clerici

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