DAZI USA, COSA COLPISCONO REALMENTE, QUANTO VALGONO, A CHI SERVONO

DAZI USA, COSA COLPISCONO REALMENTE, QUANTO VALGONO, A CHI SERVONO
Milano, 14 ottobre 2019

Dazi usa vero o falso, perchè?
DAZI USA, COSA COLPISCONO REALMENTE, QUANTO VALGONO, A CHI SERVONO

 

PERCHE’ IN QUESTO CASO L’EUROPA E’ “UNICA” E PER ALTRE QUESTIONI PIU’ IMPORTANTI L’EUROPA MEDITERRANEA E’ DIVERSA DAL RESTO DELL’EUROPA, PERCHE’ L’AGRICOLTURA EUROPEA E’ “UNICA” QUANDO FARE IL FLORICULTORE A SANREMO E’ MOLTO PIU’ DIFFICILE, COMPLICATO, LABORIOSO, PROBLEMATICO E CON COSTI MAGGIORI CHE FARLO A UTRECHT NELLA PIANURA FERTILE OLANDESE?
L’intera UE, senza differenze, è totalmente colpevole di non aver rispettato una sentenza del WTO del 2011 sul commercio internazionale nella produzione (violazione alle regole sottoscritte) di aerei AIRBUS, il superjet passeggeri prodotto da un Consorzio di imprese-paesi fra Francia Germania UK e Spagna dal 1968 al 2006. Cosa vecchia ma di uso attuale!
Nessun altro paese europeo ha avuto interessi e guadagni nel consorzio che ha usufruito di importanti aiuti di Stato (solo quegli Stati e per 18 mld/euro mai del tutto restituiti dal Consorzio) contro le indicazioni WTO e nell’ambito della concorrenza leale della produzione dello stesso aereo statunitense fabbricato da Boeing.
Come al solito una Europa a due velocità, con due sistemi, con due modelli diversi. Gli USA ora tirano fuori la questione vecchia, secondo la politica del neo-protezionismo Usa di Trump. Una parcella presentata da Trump che si aggira sugli 11 mld/$, ma per tutti i 28 stati d’Europa, non solo i 4 moschettieri all’arrembaggio.
In primis la mannaia “ daziaria” si abbatte su componenti, meccanica, strumenti legati a tutti i sistemi di trasporto aereo, ma il resto picchia anche sull’agroalimentare, partendo dai prodotti “europei” più concorrenti sul mercato statunitense delle etichette “americane”. Una posizione voluta in primis dalle lobbies del settore americano, dalle grandi multinazionali che operano su più mercati, più continenti, chiedendo non solo “mano libera”, ma cercando un oligopolio commerciale interno. Secondo me non solo, ma anche poi come esportazione.
In più questo attacco è sferrato su prodotti europei di alto profilo e valore aggiunto con storie uniche nel mondo e da millenni a favore di prodotti diversissimi, che appaiono simile per diversi trucchi e metodi, ma di prezzo notevolmente più basso, più concorrenziale. Avrà effetto questo attacco “ trumpista” ?
Fra gli alimentari, i prodotti che vedrebbero incrementare i dazi Usa, sono solo di due tipi: quelli che gli Usa non hanno e quelli che sono antagonisti ma soprattutto “ALTERNATIVI” a quelli prodotti in Usa: pecorino, olio di oliva, whisky, cheddar, burro, confetture, vini, ecc… a corollario rammento che la Boeing è oggi in forte crisi per i problemi trovati a bordo del Max737.
La risposta UE sul tema non deve essere speculativa, didattica, equipollente in termini economici e di contromisura in valore, ma deve essere visto – volenti o nolenti, colpevoli o non colpevoli riguarda in questo caso anche paesi UE che non ci hanno guadagnato – in modo molto più complementare ai principi, diritti, rispetto del commercio internazionale: io rispetto le TUE scelte, tu rispetti le mie PREROGATIVE.
Questa è la chiave: puntare tutto su valore commerciale, volumi di vendita, pesi economici, bilanci… si rischia come al solito di non saper cogliere opportunità che ci sono sempre in qualunque decisione. Combattere gli Usa seguendo la loro strategia, dal 1990 ci vede, come Europa e Italia, perdente.
Non abbiamo ottenuto nessun riconoscimento univoco e globale dei nostri prodotti alimentari Doc-Aoc perché poi c’è sempre da disquisire anche su automobili, energia, petrolio, banche, assicurazioni. E’ giusto? Il vino italiano in Usa vale 1,5 mld/euro. Ma è anche vero che le bollicine enoiche italiane non sono scambiabili con nessun altre. Allora? Diverso è il discorso dell’olio Evo che vale 0,45 mld/euro, i formaggi a pasta dura di 0,21 mld/euro e in totale l’export agroalimentare italiano vale oltre 4,2 mld/euro, il 10% del totale.  
Già oggi, pre-dazi, i vini italiani (e europei) subiscono tasse e accise federali, oltre a dazi doganali a carico dell’importatore Usa, stato per stato, tutto versato al Ministero del Tesoro americano. Una bottiglia di “bollicine made in Italy spumante e frizzante con tappo e gabbietta”, già oggi, subisce imposte di 20 centesimi/dollaro/litro e accise di 159 centesimi/dollari/litro: una domanda Usa cresciuta negli ultimi 5 anni di circa il 50% in volume. Capibile quindi l’interesse a favorire “bollicine” di casa, grazie anche ai progetti Ocm-Usa del vino. Utili per le vendite, ma utili anche per formare e informare il consumatore?
     
Trovo le scelte strategiche-politiche del 2017-2018 del sistema Ice-Federvini-Uiv-Federdoc-Assoenologi non preventive della situazione “dazi” nota da quando Trump ha sempre dichiarato di mettere prima gli Usa.
Non è fondamentale fare progetti per “incrementare” le vendite di vino, è indispensabile e urgente fare subito progetti culturali, di conoscenza informazione e formazione sul vino italiano-europeo, totalmente diverso, non paragonabile con quello americano: non parliamo di industria, di brand, di lobbies, di commercio.
L’Italia e la UE devono far capire al consumatore finale americano che il vino del vecchio continente è in primis un fatto di cultura produttiva, di legame territorio-uomo-vitigno, di proprietà collettiva, di proprietà intellettuale e quindi le Aoc-Doc sono prodotti totalmente diversi, non sono concorrenti, sono un altro mondo, una altra storia, uno spessore e profilo totalmente diverso. Comunicare le differenze, il valore aggiunto, le narrazioni millenarie: addirittura dire che il Prosecco è da sempre il luogo-vitigno di quel vino, come è lo Zibibbo per Pantelleria, come è il Nebbiolo per Barolo, il Brunello per Montalcino, l’Ortrugo per Piacenza. Tutta una storia diversa che lo Chardonnay, il Cabernet, lo Shiraz, il Merlot della California che possono essere migliorati anche da mosto diversi, che possono essere anche vini migliori… ma sicuramente diversi in caratteristiche e tipologie.
E’ come se dicessimo che il Vin Santo trentino è uguale al Passito di Pantelleria. Vorrei vedere, mi piacerebbe leggere che il “partenariato commerciale” del vino italiano fosse unito con voce unica, su questo aspetto.
Io lo feci già nel 1990 a Lisbona, ma restai solo, senza il supporto necessario, fu come lanciare un sassolino nell’Oceano. Non facciamo il solito errore di credere che si può convincere, di portare dalla nostra parte chi ha una mentalità/metodo/processo diverso: la soluzione unica è il dato di fatto legale-giuridico del magistero che va sostenuta.
      

 

Giampietro Comolli

Redazione Newsfood.com
© Riproduzione Riservata

Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

Mob +393496575297

Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
Curatore Rubrica Assaggi in libertà

Redazione Newsfood.com
Contatti

Leggi Anche
Scrivi un commento