La Cia rileva che nel 2006 gli acquisti delle famiglie sono cresciuti e le vendite oltre frontiera hanno raggiunto la cifra di 1,8 miliardi di euro. E’ un patrimonio da tutelare. Il
presidente Politi: “per questo motivo insistiamo sull’esigenza della difesa multilaterale delle indicazioni d’origine nell’ambito delle trattative Wto”.

Una crescita del 2,2 per cento per cento. E’ questo l’aumento che hanno fatto registrare nel 2006, rispetto all’anno precedente, gli acquisti di prodotti agroalimentari a
denominazione di origine da parte delle famiglie italiane, mettendo così a segno un valore alla produzione stimato in circa 4,6 miliardi di euro ed un fatturato al consumo che si
avvicina ai 9,3 miliardi di euro. Lo sottolinea la Cia-Confederazione italiana agricoltori la quale ricorda che l’Italia è da tempo leader incontrastata in Europa nelle Dop
(Denominazione di origine protetta), Igp (Indicazione geografica protetta) e Stg (Specialità tradizionale garantita) e che, nonostante rappresentino ancora un settore di nicchia e
facciano i conti con il continuo assalto da parte dell’agropirateria internazionale, questi prodotti sono un vero “fiore all’occhiello” per il “made in
Italy”, visto che nello scorso anno le vendite oltre frontiera hanno raggiunto la cifra di 1,8 miliardi, registrando una crescita tra il 4 e il 5 per cento nei confronti del 2005.

La Cia rileva che i prodotti italiani a denominazione d’origine sono 159 (71 sono in lista d’attesa), il 21,5 per cento del totale di quelli europei (741 prodotti, con 245 domande
di riconoscimento). Primeggiamo precedendo la nostra rivale storica in gastronomia, la Francia, con 152 prodotti a denominazione d’origine, mentre gli altri paesi sono distanziati in
maniera notevole. Ai primi posti troviamo Portogallo e Spagna con 104 prodotti, Grecia, Germania e Regno Unito, rispettivamente con 84, 67 e 29 prodotti.

Gli aumenti più marcati negli acquisti domestici -afferma la Cia- sono stati conseguiti dai formaggi (più 6,7 per cento), dai salumi (più 5,4 per cento) e dai prosciutti
(più 3,6 per cento) e dagli oli extravergini (più 2,5). Dati che dimostrano che le famiglie italiane, dopo la flessione del 2003 (meno 4,4 per cento) e i lievi aumenti del 2004
(1,1 per cento) e del 2005 (più 1,6 per cento), sono tornate ad acquistare in maniera consistente prodotti tipici e di qualità.

Tra i 159 prodotti italiani riconosciuti dall’Ue (107 Dop e 52 Igp) troviamo -sottolinea la Cia- 49 ortofrutticoli, 38 oli, 33 formaggi, 28 a base di carne (in particolare prosciutti,
salumi, insaccati) e 11 di altre categorie, come panetteria, spezie e non alimentari.

Per quanto riguarda le singole categorie di prodotti tipici a denominazione di origine, la spesa -sostiene la Cia- è così ripartita: 65 per cento i formaggi, 16 per cento i
salumi, 18,4 per cento i vini, 0,3 gli oli extravergine d’oliva, 0,3 gli altri (ortofrutticoli, pane, miele).

Tra i formaggi -segnala la Cia- spiccano, nella graduatoria in valore degli acquisti domestici, il Grana Padano, il Parmigiano Reggiano, la Mozzarella di bufala campana; tra le carni troviamo,
invece, i Prosciutti di Parma e San Daniele, lo Speck dell’Alto Adige. Meno brillante è stato l’andamento per alcuni prodotti ortofrutticoli e di panetteria.

La Cia evidenzia che gli acquisti di tali prodotti sono concentrati per il 65,5 per cento negli iper e supermercati, il 18,5 nei negozi tradizionali e il 16,0 per cento negli altri canali di
vendita.

Quello italiano non è, quindi, un primato europeo soltanto simbolico e di immagine, pur rilevante, ma è anche economico. L’intero “pianeta” delle Dop, Igp e Stg
italiane -ribadisce la Cia- dà lavoro, tra attività dirette e indotte, a più di 300 mila persone e rappresenta una risorsa insostituibile per l’economia locale, in
particolare per alcune zone marginali di montagna e di collina che, altrimenti, non avrebbero molte altre possibilità di sviluppo.

Tra le regioni italiane, in testa -sostiene la Cia- è l’Emilia Romagna con 25 prodotti tipici, seguita dal Veneto (21 prodotti), dalla Lombardia (20 prodotti), dalla Toscana (19
prodotti), dalla Sicilia (15 prodotti), dal Piemonte, dal Lazio e dalla Campania (12 prodotti), dalla Puglia (11 prodotti) e dalla Calabria (10 prodotti). Un numero di riconoscimenti che
è destinato, comunque, ad aumentare, in considerazione del fatto che sono in lista d’attesa per i marchi Dop e Igp molte produzioni.

C’è poi il problema delle falsificazioni e delle imitazioni. Ogni anno il nostro Paese perde più di 2,5 miliardi di euro a causa del crescente assalto
dell’agropirateria sui mercati internazionali. Dai prosciutti all’olio d’oliva, dai formaggi ai vini, ai salumi è un continuo di “tarocchi” che provocano
conseguenze rilevanti alle nostre Dop, Igp e Stg, che rappresentano la punta di diamante del “made in Italy” nel mondo. Per questa ragione il presidente della Confederazione
Giuseppe Politi insiste molto sull’esigenza della difesa multilaterale delle indicazioni d’origine nell’ambito delle trattative Wto. “Essa -ha detto- è una
priorità assoluta; è una questione centrale per paesi come quelli europei, in particolare l’Italia, le cui produzioni agricole hanno nella qualità, nella
tipicità e nel legame con il territorio le loro prerogative essenziali”.

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