Mentre in Italia si fa sempre più pressante l’esigenza di mettersi nel piatto prodotti classici e genuini, protetti da un marchio che ne certifichi la provenienza e che ne tuteli
il nome tradizionale, dall’altra parte del mondo si sperimentano “frutti ibridi”.
Il nome, lo sappiamo, non presenta bene, ma bisogna fare attenzione: non si tratta di prodotti geneticamente modificati, ma di frutta 100% naturale e controllata. Tuttavia la novità
c’è: la frutta che conquista l’America nasce dall’incrocio di qualità molto diverse tra loro per creare prodotti nuovi e gustosi.
Sono nati così, ad esempio, il nectaplum (nettarina e prugna), pluot (prugna e albicocca) e peacotum (pesca, albicocca e prugna). Risultato? Un successo che ha portato ad un giro
d’affari da 100 milioni di dollari.
Tanto che i nuovi ibridi stanno per essere lanciati sul mercato internazionale (Italia compresa), rappresentando un aiuto sia per il consumatore che ricerca gusti nuovi, sia per i problemi
derivanti dal clima e dal surriscaldamento della superficie terrestre.
La frutta ibrida, quindi, si presenta come un prodotto con buone possibilità di gradimento e dalla varietà molto ampia, se consideriamo che la Zaiger’s Genetics di Modesto,
California, ha creato oltre 200 tipi di “nuovi frutti”.
Insomma, per soddisfare il consumatore americano del terzo millennio madre natura non è sufficiente: bisogna trovare nuove strade, sperimentare e “ibridare”.
E per quelli italiani? Tra non molto lo sapremo.