Con sentenza del 25 ottobre-13 novembre 2006, n. 37409 la Corte di Cassazione – Sezione prima penale – ha affermato che il datore di lavoro che occupa alle proprie dipendenze lavoratori
extracomunitari privi del permesso di soggiorno viola l’articolo 22 del T.U. sull’immigrazione ed è per questo punito con l’arresto da 3 mesi ad un anno e con l’ammenda di 5.000 euro per
ogni lavoratore.

L’illecito penale sussiste anche nel caso sia stata presentata allo Sportello Unico per l’immigrazione la richiesta volta ad ottenere il nulla osta all’ingresso in Italia per motivi di lavoro.

Fatto e diritto

La Corte di Appello di Milano confermava la sentenza di condanna emessa dal Tribunale della stessa città nei confronti di XX per il reato di cui all’articolo 22 legge 286/98, per avere
occupato alle proprie dipendenze una cittadina extracomunitaria priva del permesso di soggiorno. Rilevava che l’imputato aveva sostanzialmente ammesso il fatto limitandosi a sostenere che aveva
ritenuto in buona fede di poterlo fare in quanto la donna gli aveva mostrato la richiesta per ottenere il permesso di soggiorno. Secondo la Corte il principio di buona fede non era invocabile
da parte dell’imputato in quanto a lui incombeva l’obbligo di prendere visione del permesso di soggiorno prima di assumere la cittadina extracomunitaria, non essendo sufficiente la semplice
richiesta. Inoltre il XX conosceva la situazione della donna in quanto abitava vicino alla sua trattoria, la pena appariva congrua visto che vantava precedenti penali proprio in materia di
violazione delle norme sul lavoro.

Contro la decisione presentava ricorso l’imputato deducendo:

– manifesta illogicità della motivazione nella parte in cui dava per scontato che egli conoscesse la condizione

di clandestina della donna solo perché abitava vicino alla sua trattoria, e nella parte in cui non aveva valutato

che l’assunzione della donna era stata limitata ad una sola settimana di prova, dopo di che, non avendo ricevuto il permesso di soggiorno, la licenziava;

– contrasto tra dispositivo e motivazione nella parte in cui aveva ritenuto che la pena non potesse essere convertita, mentre nel dispositivo veniva confermata la sentenza di primo grado che
invece aveva concesso la conversione;

– intervenuta prescrizione del reato.

La Corte ha ritenuto che il ricorso debba essere dichiarato inammissibile in quanto richiedeva di effettuare una rivalutazione degli elementi di fatto posti alla base della decisione. La
motivazione appariva invece del tutto congrua e logica non potendo l’imputato invocare la sua buona fede, visto che doveva sapere che la legge richiede il permesso di soggiorno per potere
assumere una cittadina extracomunitaria, e visto che anche un’assunzione in prova costituisce instaurazione di un rapporto di lavoro.

Il ricorrente viene, quindi, condannato al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 500 alla

Cassa delle ammende.

Conclusioni

Con la citata sentenza la Suprema Corte ha sostenuto che, in questi casi, non può essere fatto valere neppure il principio della buona fede.

Infatti, il datore di lavoro ha l’obbligo di verificare che il cittadino extracomunitario sia in possesso di  un regolare permesso di soggiorno prima di procederne all’occupazione, non
essendo  sufficiente il fatto che sia stata presentata allo Sportello Unico per l’immigrazione la semplice richiesta volta ad ottenere il nulla osta all’ingresso in Italia per motivi di
lavoro.

Matteo Mazzon