ECONOMIA ITALIA – URGE USCIRE DALLO STALLO DI SFIDUCIA

ECONOMIA ITALIA – URGE USCIRE DALLO STALLO DI SFIDUCIA

Economia Italiana: in attesa del nuovo piano di rilancio del governo Conte 2

Milano 27 gennaio 2020
Ora che le elezioni in Emilia hanno graziato la continuità del Governo…

Speriamo che si pensi in grande. La nostra economia necessita che si esca da uno stallo di sfiducia e di rinuncia. Alcuni asset economici devono guadare allo sviluppo privato e al contenimento pubblico. La stagnazione è peggio della regressione

Sono oramai moltissimi i libri, i testi, le ricerche economiche sullo “stato dell’arte” del paese Italia. Ma i nostri governanti, politici, ne hanno letto qualcuno? Con la vecchia politica (qualcuno la rimpiange) c’era una sorta di “riconoscimento” del livello superiore di certi politici chiamati anche statisti, o uomini di governo. Oggi è difficile. Cosa è successo?

Internet, twitt, giovani all’arrembaggio, 5stelle, sardine, precorrere i tempi, mancanza di scuola politica, assenza dei partiti, mancanza del tessuto politico locale, rincorsa sempre contro qualcuno, carenza di progetti, mancanza di saggio mix politica-del-fare, assenza di dialogo e tutto basato sull’arrivismo personale e attaccamento alla poltrona?

“il potere logora chi non ce l’ha” ha fatto storia, ma era ben chiaro per chi la pronunciava la voglia di non arrendersi facilmente di fronte alle asperità politiche. Oggi? Come si fa a riconoscere la competenza politica? Con la risonanza magnetica o con i risultati per i cittadini.

“Dall’uomo della strada all’uomo social” il passo è stato dirompente, me senza crescere in competenza, rispetto, legando interessi individuali a scelte politiche.  Oggi c’è più astio fra i politici che una volta, e non fa bene. Come non fa bene l’eccesso di buonismo. Ma non è neanche corretto, oggi, vedere che prima di tutto vengono i “parametri economici”: meglio avere consenso da un dirigente industriale o finanziario piuttosto che da un operaio?

E’ un paradigma che non sta in piedi. E questo determina – a tutti i livelli – scelte economiche molto particolari: meglio affidare o perseguire una soluzione o progetto sociale-civile attraverso banche, assicurazioni, finanza, industriali oppure direttamente al “percettore finale” di cui si conosce tutto e di cui si è certi che percepisca? Senza demagogia, ma una certa patrimoniale ben definita e ben indirizzata non in modo lineare, può essere meglio che un aumento indiscriminato e orizzontale del bollo auto, del prezzo della benzina, delle tasse scolastiche, del 2% dell’iva su tutti i prodotti, dal pane quotidiano all’orologio Rolex?

E’ giusto vivere ogni momento con l’assillo della spada di damocle della politica monetaria che sovrasta l’economia domestica? Politiche fiscali austere hanno colpito di più la popolazione meno abbiente congelando, eliminando o abbassando anche i servizi sociali minimi, togliendo opportunità di lavoro e di negozio, tarpando le ali alla fiducia in se stessi.

E’ questa la politica economica innovativa riformista?

E’ accettabile una politica, da qualunque parte partitica e colore venga, in cui l’uguaglianza economica, la diffusione reddituale e l’equilibrio sociale sia raggiunto aumentando la povertà generale? Questo modello economico, poi, accentua ancor più il risentimento e l’ingiustizia economica e sociale ed è normale che poi il sovranismo, il populismo, il relativismo sociale trovi molto consenso politico. Basta vedere quanto sia il parallelismo fra crisi economica e crescita di questi fenomeni.  In economia, per avere dei frutti crescenti diffusi e duraturi, o si persegue e si punta sulla domanda (di beni e servizi, anche pensioni, stipendi, lavoro, infrastrutture, socialità, circolarità…)  oppure si agisce tramite l’offerta e la produzione (pmi, associazioni, burocrazia, manifatturiero, regioni, Stato… ). Sono opposte scelte.

Ma l’Italia deve saper scegliere e non divagare a seconda del capo di turno, soprattutto se capi di troppa breve durata e lungimiranza. Oggi per l’Italia è fondamentale che 1 euro speso in più dallo Stato determini un aumento maggiore del Pil.

Ma la stagnazione non aiuta: essere fermi è peggio che avere la depressione.

Ogni investimento si automoltiplica di più fuori dalla depressione. Ovvero per pagare una crescita del debito-deficit pubblico, l’unica leva sono le imposte. Tutto il resto serve per rimandare e ingigantire il problema. Non mi sembra che le ultime politiche del Tesoro e di Banca d’Italia siano state utili. Ha fatto 10 volte tanto Draghi da Bruxelles dando all’Italia un respiro di qualche miliardo di euro l’anno!  Il grave errore è aver utilizzato e continuare a utilizzare male questo “vantaggio” economico reale.

Dal punto di vista dell’offerta, poi, l’Italia ha il 98% di imprese di tutti i settori con meno di 10 dipendenti fissi: imprese deboli, bloccate, senza economie di scala e capacità di nuovi investimenti (ecco il calo enorme dei mutui per le imprese).  Gli aumenti dei salari, anche tramite l’uso più ampio del cuneo, possono diventare dei finanziatori della spesa pubblica e della spesa pensionistica solo se le imprese crescono, acquisiscono, aggregano. Stare fermi deprimendo le attività generali di impresa, una produttività di impresa manifatturiera inferiore a quella delle stesse imprese francesi o tedesche, non serve a nessuno e non si fa valore aggiunto: l’impresa regge un po’ di anni poi chiude. Occorre che capitalizzino, prima degli ammortamenti defiscalizzati. E’ da questo che si capisce che da troppi anni manca una politica industriale italiana (dalla caduta dell’auto di Torino) e che il paese non ha saputo prendere le giuste misure al cambio del valore-politica monetaria con l’arrivo dell’euro.

Non è l’euro il problema.

Lo studio dello sviluppo della spesa sanitaria e pensionistica non è stato affrontato in modo giusto. Lo stesso errore oggi c’è se non si agisce in base al cambio demografico, al clima, allo spostamento di asset, alla difesa delle produzioni, a risposte autorevoli di dazi e protezionismo. Occorrono politiche economiche urgenti, sulla domanda in primis e sull’offerta dopo, che stimolino investimenti anche piccoli, anche indiretti. Ma occorre almeno che lo stato dimostri “efficienza” ovunque e in ogni parte: se Roma non riesce da anni a risolvere la questione “rifiuti” nessuno si fida. Si deve aumentare il lavoro e la liquidità circolante (non ferma in borsa o in banca), in modo che il prodotto lordo vendibile cresca di più del capitale e del lavoro. il miglioramento base della domanda è dato dal miglioramento delle infrastrutture, bloccate da anni insieme a un errato indirizzo di scolarizzazione non in sintonia con un paese che è manifatturiero per il 60% della forza lavoro. esperti di comunicazione non servono alle imprese manifatturiere. L’Italia è l’ultimo paese in Europa.

Un Governo attento deve saper trovare soluzioni  reali

Un Governo attento deve saper trovare strumenti reali, fattori, esercizi in grado di fare aumentare gli investimenti della domanda(consumatore) e della offerta (piccole imprese). E’ evidente che poi non si devono creare buchi neri “senza fondo “ e “senza futuro” come Alitalia e Ancelor Mittal. Qui c’è grave incapacità politica, soprattutto approssimazione e ingerenza su cui evidentemente nè commissari strapagati e neppure giudici possono stravolgere e lasciar correre.

Non sono assolutamente convinto, come asserisce qualcuno, che un toccasana forte e indispensabile sia un ulteriore incremento dell’export: Germania insegna e un paese turistico-paesaggistico non può dimenticarsi di fornire il mercato interno ai massimi livelli. Meglio ridurre il debito che incrementare l’export: certo ci sono prodotti che hanno ancora spazi verso l’estero, ma tutto deve essere programmato e previsto.

Dove sono finiti i soldi della BCE ?

I bassi tassi di interesse dovrebbero stimolare le imprese a fare investimenti: le banche italiane hanno avuto molte iniezioni di liquidità dalla Bce. Dove sono andati a finire? In ogni caso l’Euro contribuisce a tenere bassi gli interessi e quindi a non far crescere il debito pubblico. Negli ultimi 10 anni (2009-2019) le esportazioni italiane sono cresciute del 45% a fronte di un Pil cresciuto del 2% in totale, con un +25% di aumento anche della qualità industriale che consente scambi di prodotti di diverso peso specifico. Tutte le imprese italiane hanno fatto bilancio grazie alle esportazioni.

Ora occorre un cambio drastico: tutto deve ruotare attorno ad una economia green che vede il territorio agrario-ambientale (anche quello non destinato alle produzioni agricole) essere al centro delle politiche economiche nazionali: sostenibilità senza razionalità, senza ragionamento, senza orizzontalità e verticalità bilanciati non si va da nessuna parte.

Occupazione e lavoro

Questo è il campo della maggiore occupazione e lavoro: ma è obbligo per il Governo di pensare ad un piano-progetto almeno generazionale (25-30 anni) e non meno. Per questo che un eccesso o un appiattimento governativo a una politica maggioritaria improntata alla globalizzazione (di prodotti, di web,…) e al totale liberismo commerciale e imprenditoriale non rappresenta la soluzione reale e quindi è un miraggio effimero per come è oggi l’Italia economica e l’Italia occupazione. Creerebbe una ulteriore diseguaglianza sociale a tutti i livelli medio-bassi per una errata ridistribuzione del reddito e dei servizi pubblici. Già oggi tutto questo è evidente nelle megalopoli americane e cinesi: c’è un esempio da non imitare, soprattutto che non calza con il modello europeo e italiano in modo particolare.

 

Giampietro Comolli

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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
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