Enea, presentati i dati del progetto PefMed, finanziato dalla Ue per ridurre l’impronta ambientale

Enea, presentati i dati del progetto PefMed, finanziato dalla Ue per ridurre l’impronta ambientale

Impronta ambientale, da Enea e Federalimentare nuovi strumenti per rafforzare l’economia circolare nel settore agroalimentare nel Mediterraneo

Maurizio Ceccaioni

Roma, 28 maggio 2019 – Presentati ieri a Roma, durante il convegno ‘Product Environmental Footprint: un’opportunità per rafforzare l’economia circolare nel settore agroalimentare, i risultati del progetto europeo PefMed, organizzato da Enea, in collaborazione con Federalimentare e Ministero dell’Ambiente.

Il progetto Pefmed (Product environmental footprint across the Med), finanziato dall’Unione europea con circa 2 milioni di euro, è stato finalizzato alla promozione d’impegni volontari da parte delle imprese, per valutare l’impronta ambientale delle proprie attività (prodotti/servizi/organizzazioni), come le emissioni di gas a effetto serra.

L’iniziativa coordinata da Enea, si è svolta in un arco temporale dal 1° novembre 2016 al 30 aprile 2019 e ha coinvolto oltre 200 imprese di Grecia, Francia, Portogallo, Slovenia, Spagna e Italia, con iniziative atte a ridurre l’impronta ambientale.

Convegno Enea Product Environmental Footprint

Durante il convegno sono state presentate oltre 60 ‘best practice’ nel settore agroalimentare (disponibili su pefmed-wiki.eu), si è discusso di tecnologie e fatto il punto sugli strumenti concreti individuati per migliorare la sostenibilità della filiera agroalimentare mediterranea, con particolare riferimento a sei i prodotti di largo consumo come olio d’oliva, vino, acqua in bottiglia, mangimi, salumi e formaggio.

Nelle nove le filiere dell’agroindustriale prese in esame nei sei Paesi interessati dal progetto, è stata testata una metodologia comune per la valutazione dell’impronta ambientale dei prodotti nel loro ciclo di vita, secondo il metodo europeo Pef (Product Environmental Footprint). Sia per individuare le maggiori criticità ambientali, ma pure per promuovere una produzione di prodotti a basso impatto ambientale nel mercato europeo e la competitività delle aziende.

Se l’obiettivo era quello di definire un business plan sostenibile per ogni azienda, imprenditori ed esperti hanno associato, in parallelo al metodo Pef, un set di indicatori socio-economici riguardanti diritti umani, condizioni di lavoro, salute e sicurezza, patrimonio culturale, governance e impatti socio-economici sul territorio.

Come ha poi spiegato Caterina Rinaldi, ricercatrice Enea e coordinatrice del progetto, «Si è trattato di una vera e propria strategia di eco-innovazione e di marketing, in grado di individuare aree di intervento e soluzioni tecnologiche e gestionali, e ridurre gli impatti sia ambientali che socio-economici di prodotto e filiera, con un’attenzione al territorio e agli strumenti di politica economica disponibili”.

«Il metodo e gli strumenti utilizzati nel progetto – ha poi chiosato Rinaldi – hanno dimostrato di essere efficaci per aziende e filiere e potrebbero servire a rispondere adeguatamente ai bisogni dei consumatori, soprattutto se associati ad uno schema di certificazione, come ad esempio il marchio nazionale ‘Made Green in Italy’ del Ministero dell’Ambiente».

Nella foto durante Cibus Connect 2019, da dx Ivano Vacondio, Ettore Prandini, Carlo Maria Ferro, Massimiliano Giansaldi, Gian Domenico Auricchio, Paolo De Castro

Da parte sua, il presidente di Federalimentare, Ivano Vacondio, ha detto: «Ritengo che la partecipazione al progetto PefMed sia stata decisamente positiva su diversi fronti e la Federazione ha dimostrato ancora una volta, come il settore alimentare sia attento e sensibile ai temi della sostenibilità e delle dichiarazioni ambientali di prodotto.Tuttavia permangono aree da sviluppare ulteriormente, per consentire un uso credibile e di successo della Pef. Per esempio, sviluppare ulteriormente le regole di categoria di prodotto (le Pefcr), aumentare la rappresentatività delle banche dati e rendere la Pef fattibile anche per le piccole e medie imprese».

Queste azioni sono sempre più importanti per il rispetto del Protocollo di Kyoto e il pacchetto Clima-Energia, con gli obiettivi dichiarati dalla Ue, di ridurre entro il 2020, i “gas serra” del 20% (o del 30% in caso di accordo internazionale); i consumi energetici del 20% aumentando l’efficienza energetica; e coprire il fabbisogno di energia elettrica, con almeno il 20% di produzione da fonti rinnovabili.

Per ‘Impronta Ambientale’, ci si riferisce a quella metodologia messa a punto nel 1990 dall’ambientalista svizzero Mathis Wackernagel e da William Rees, docente presso l’Università della British Columbia, che permette di monitorare l’uso delle risorse naturali sul nostro pianeta, per uno sviluppo sostenibile delle nostre attività.

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