Siamo stati insieme, come compagni, quattordici anni, dieci mesi e quattordici giorni. Un’eternità troncata di netto.

Paco era figlio di seconda cuccia di Dox, il pastore tedesco dal pedigree blasonato e una lupa meticcia nera dell’elettrauto qui vicino. Probabilmente il frutto di una delle ultime scappatelle di
Dox, prima di morire avvelenato, quando aveva nemmeno otto anni.
Anche il cane che avevamo prima di lui, Laica, una splendida femmina di pastore tedesco, era morta giovane, prima di aver compiuto i dieci anni, tra atroci sofferenze e con il dubbio che anche
lei fosse stata avvelenata.

Per una decina di anni siamo stata senza cane ma poi è arrivato Dox. Un animale fiero, con un gran senso della guardia e della protezione del suo padrone e di tutti i componenti della
famiglia.

Quando è mancato, il 31 gennaio del 1997, abbiamo sofferto tutti  e tutti decisi: “Basta non prendiamo più un altro cane, si soffre troppo quando un amico se ne va”.

Dopo poche settimane vediamo la cucciolata della lupa nera, che ha partorito proprio quel 31 gennaio, e ovviamente scatta il colpo di fulmine tra Chiara ed il più piccolo, il più
sgraziato ed impertinente … ed in più con una zampina storpia. Probabile prepotenza dei fratelli più robusti e sgomitanti durante una caccia al capezzolo di mamma lupa.

Non eravamo molto propensi a prendere un altro cane, per di più un cane meticcio di semplice pura razza cane.
Ricordate la canzone di Gianni Morandi: Me lo prendi papà? Ovviamente Chiara non ci ha messo molto a convincerci.

Allo scadere del terzo mese, al termine dello svezzamento, è entrato in casa nostra infilato in un mini-zaino.

Come tutti i cuccioli rosicchiava i mobili e le ciabatte, sporcava i tappeti e strappava le tende ma imparava in fretta e in poco tempo era diventato il più ubbidiente e simpatico di tutti
noi. Tanto giocoso ed affettuoso quanto deciso e fermo nel suo senso di difesa della proprietà, quando restava solo a casa di guardia.
Era il re di casa di giorno ma il suo regno è sempre stato il giardino ed ha sempre dormito fuori di casa, spesso su un tappetino anche d’inverno, nonostante che avesse una bella cuccia
calda nel garage.

Era un giocherellone che non si fermava mai. Il veterinario un giorno sentenziò: “vedrete, quando compie un anno, si calma”.

Un tormentone che ci siamo portati avanti scherzando per almeno 12, 13 anni.

Non si calmò nemmeno quando lo operarono alla zampina e per un mese corse in su e in giù dalle scale su tre zampe e con la quarta ingessata.

Non si calmò quando venne “rapito” ai Murazzi di Torino da un gruppo di extra-comunitari che avevano rubato l’autoradio, dall’auto di Simone, lasciata incustodita per pochi minuti,
Sull’auto c’era anche Paco, ancora cucciolo.

Era un sabato mattina e con la famiglia al completo, appena saputo del rapimento, ci siamo mossi per ritrovare il nostro “Pachetto” (è così che lo abbiamo sempre chiamato).

Per tutta la giornata abbiamo chiamato le forze dell’ordine, le radio e le TV private per fare un appello ma fino al lunedì non si sarebbe potuto fare.
La domenica mattina eravamo in sette ad attaccare volantini, nel parco del Valentino, nei viali e nelle vie in zona Murazzi, con la foto di Paco, una promessa di lauta mancia ed il numero del
cellulare da chiamare.
Dopo alcune chiamate di “sciacalli”, arriva la telefonata di uno che ha saputo descrivere il collare che il nostro cucciolo aveva al collo.

Difficilmente qualcuno potrà credere che il sottoscritto abbia passato il pomeriggio “scarrozzando” extra comunitari, spacciatori e perditempo che si divertivano con questo che per loro
era un gioco. Ma non per me. Ho incontrato anche il capo dei pusher di allora.
Paco mi è stato restituito alla sera tardi, quando hanno accettato di intascare “il riscatto” di 250.000 mila lire solo dopo la consegna del “rapito”.
Arriva di corsa come se niente fosse, salta in macchina e lo porto al resto della famiglia che da parecchie ore aspettava in un bar di Piazza Castello.

Lo avevano dato ad un marocchino cieco che lo aveva ribattezzato “Van Damme”.

Non so cosa mi abbia spinto a rischiare così tanto per un cane.

Ora che non c’è più, ora che ricordo tanti episodi e tanti momenti belli, ora lo so. Ora so che ne è valso la pena e forse anche gli altri scopriranno il valore delle cose,
degli affetti, quando la vita avrà fatto il suo corso, quando non ci saranno più e di loro rimarrà solo un ricordo.

Ciao Pachetto, un grande saluto da tutti noi.

Un nonno e tutti i tuoi compagni.

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