Esercizio abusivo della professione anche se fornito gratuitamente e per una sola prestazione occasionale

La sesta sezione penale della suprema Corte di Cassazione, con sentenza 20 novembre 2007, n. 42790, ha stabilito che l’esercizio abusivo della professione (ovvero l’esercizio senza la
prescritta abilitazione) può comportare la pena detentiva fino a sei mesi o la multa fino a 516 euro.
Nel caso in questione, la Cassazione ha confermato quanto asserito dal Procuratore Generale nella sua funzione di pubblica accusa ed ha rinviato alla Corte d’appello per un nuovo giudizio di
secondo grado in contrapposizione a quanto sostenuto dal Tribunale, che non avrebbe verificato la natura della prestazione compiuta dall’imputato e la sua eventuale inquadrabilità tra
gli atti «propri« della professione di ragioniere, abusivamente esercitata.

Fatto e diritto – Il Tribunale aveva assolto un individuo che non era iscritto all’Albo Professionale dall’accusa di esercizio abusivo della professione di ragioniere.
L’indagato, in particolare, esercitava abusivamente l’attività di Ragioniere e svolgeva incarichi professionali redigendo e presentando atti al curatore fallimentare nominato dal
Tribunale per il fallimento di una società.
Il Tribunale, dunque, aveva ritenuto valide le sue giustificazioni, fondate sul fatto che la sua prestazione professionale era stata fornita gratuitamente per motivi di amicizia.
Il Procuratore Generale aveva impugnato l’assoluzione pronunciata dal Tribunale in quanto aveva ritenuto non essere necessario che l’individuo fosse abitudinario all’esercizio abusivo, ma
ritenendo sufficiente per la condanna qualunque esercizio della professione ove mancasse tale abilitazione statale.

La decisione della Corte di Cassazione – Per la Corte di Cassazione, se manca il titolo per esercitare, si incorre nel reato di esercizio abusivo della professione, ed è
sufficiente un solo atto ad integrare tale reato.
Nel caso di specie, però, il Tribunale non aveva verificato la natura della prestazione effettuata dall’imputato e la sua eventuale inquadrabilità tra gli atti
«propri« della professione di ragioniere.
Tale verifica avrebbe dovuto essere effettuata, in quanto l’eventuale riconducibilità della prestazione dell’imputato tra quelle c.d. tipiche (riservate alla professione di ragioniere)
avrebbe reso configurabile, nella specie, l’ipotesi criminosa prevista dall’art. 348 c.p., non rilevando, in contrario, l’unicità dell’atto, né la gratuità della
prestazione e il consenso del destinatario.
La Cassazione, dunque, ha confermato l’annullamento della sentenza di primo grado rinviandola per il giudizio alla Corte d’Appello, che dovrà accertare se la prestazione posta in essere
dall’imputato costituisca un atto «proprio« della professione di ragioniere. In caso affermativo, la Corte d’Appello dovrà valutare la sussistenza dell’elemento
soggettivo, attenendosi al principio di diritto secondo cui, ai fini della configurabilità del delitto di esercizio abusivo di una professione, non è necessario il compimento di
una serie di atti, ma è sufficiente il compimento di un’unica ed isolata prestazione riservata ad una professione per la quale sia richiesta una speciale abilitazione, mentre non rileva
la mancanza di scopo di lucro nell’autore o l’eventuale consenso del destinatario della prestazione, in quanto l’interesse leso, essendo di carattere pubblico, è indisponibile.

Suprema Corte di Cassazione, sezione sesta penale , sentenza n. 42790 del 20 novembre 2007
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