Etichettatura degli Alimenti: Auricchio (Federalimentare) contesta la legge

Il presidente di Federalimentare spiega perché non serve indicare il luogo d’origine delle materie prime: «Sono i nostri marchi che garantiscono la
qualità».

Quel lontanissimo cugino che sforna provolone e Parmesan nel suo ranch del Wisconsin è una parentela imbarazzante per Gian Domenico Auricchio, 50 anni, da gennaio presidente di Federalimentare e amministratore delegato dell’omonima azienda
di famiglia che produce da 130 anni il vero provolone. In questa sua prima intervista da presidente di Federalimentare replica alle accuse della Coldiretti che, per voce del suo presidente
Sergio Marini, ha accusato l’industria agroalimentare di bloccare la legge sul made in Italy, che prevede l’obbligo di indicare l’origine degli alimenti.

Nel 2004 Federalimentare ha inviato una lettera all’Unione europea per contestare una legge italiana che prevede l’obbligo di indicare l’origine delle materie prime
alimentari, che c’è di male in questa norma?

«Sergio Marini, presidente di Coldiretti, e io siamo freschi di nomina. Una posizione ferma del mio programma per questi quattro anni di governo della Federalimentare, è cercare i
punti che ci uniscono piuttosto che quelli che ci dividono. C’è stato un periodo molto burrascoso tra noi e Coldiretti, ma presto faremo un incontro per appianare i contrasti.
Inevitabilmente dovremo collaborare nell’interesse del Paese».

Sì, ma non ha risposto alla domanda, perché non volete l’indicazione obbligatoria dell’origine dei prodotti agricoli?
«Per quanto riguarda Dop (Denominazione di origine protetta, ndr.) e Igp (Indicazione geografica protetta, ndr.), che sono il fiore all’occhiello della nostra produzione
agroalimentare, devono seguire ovviamente un apposito disciplinare ed è quindi necessario che ci sia l’indicazione d’origine».

Già, ma molti prodotti Igp, per esempio i salumi, sono ottenuti con carni che arrivano da Paesi extraeuropei, perché il consumatore non deve saperlo?
«L’Italia è un Paese di grande trasformazione. Siamo tradizionalmente poveri di materie prime, anche nel settore alimentare. Ma non è solo una questione di
quantità. Sono convinto che la forza del made in Italy sia nella capacità degli imprenditori di selezionare, miscelare e trasformare i prodotti dell’agricoltura».

Certo, la nostra industria agroalimentare è famosa in tutto il mondo ed è nota per la bontà dei suoi prodotti. Il problema è un altro: il consumatore deve sapere
se la materia prima proviene dai nostri campi oppure arriva dalla Cina o da altri Paesi.

«Mi sembra ovvio che il cioccolato, non essendoci il cacao in Italia, lo dobbiamo importare. Ma come si fa a dire che il nostro caffè non è buono?».

Presidente, tutti sanno che l’Italia non è un Paese tropicale, ma non tutti sanno che buona parte dell’olio d’oliva imbottigliato in Italia è ottenuto con
olive che arrivano dalla Turchia, dalla Spagna o dal Nordafrica. Che ci vuole a informare il consumatore?

«Sono convinto che la nostra forza sia la ricetta, il modo italiano di ottenere cibi straordinari. La mia famiglia produce provolone e altri formaggi da 130 anni e rispetta le regole
della Dop. Alla base c’è la qualità, ma soprattutto la grande capacità dei nostri imprenditori di lavorare bene. Sono convinto che il successo
dell’agroalimentare italiano, che vive oggi un periodo di grande favore su tutti i mercati, è dovuto a due fattori: alla qualità e all’aver trasmesso uno stile di vita
unico. Ma come è nata questa formula fortunata? È la grande capacità della nostra industria di aver saputo trasformare le vecchie ricette artigianali in forma industriale,
conservandone la bontà originaria. Per esempio, gli ottimi fichi secchi calabresi ricoperti di cioccolato sono ottenuti oggi industrialmente».

Ma come facciamo a sapere che i fichi sono davvero calabresi o arrivano dalla Turchia?
«È il nostro marchio che garantisce la qualità e la sicurezza alimentare al consumatore».

D’accordo, la nostra industria è perfetta, solo che il consumatore vuole sapere se sta mangiando un cibo prodotto con materie prime italiane oppure no…
«Un’azienda che vuole dare indicazioni lo può fare».

Sì, ma è facoltativo…
«Certo, non si capisce perché debba essere obbligatorio».

Facciamo un esempio, è possibile importare caciotte dalla Germania, dove è consentito l’uso del latte in polvere, mentre da noi è vietato, e poi venderle con un
marchio italiano senza aver l’obbligo di informare il consumatore: le sembra corretto?

«Ripeto, la marca è la vera garanzia per il consumatore. Poi ci sono le truffe. Ecco, quando qualcuno parla di “industria di rapina”, esagera tantissimo. Stiamo parlando invece di
un settore composto da migliaia di aziende e da imprenditori che rischiano ogni giorno e ci mettono la loro faccia. Per non parlare della necessità di rifornirsi sui mercati esteri. Il
caso della pasta è lampante: il grano duro italiano non è sufficiente e non è sicuramente il migliore. In questo caso, conta la nostra capacità di fare bene la
pasta, una tradizione antica. Insomma, siamo noi il made in Italy. Mentre il caso del formaggio di origine tedesco, certo, è scorretto».

La legge sull’etichettatura che voi non volete serve proprio a questo: garantire il consumatore…
«Sì, ma la legge penalizza gli imprenditori seri, con un marchio consolidato, che è la loro firma. Parliamo di piccole e medie imprese di famiglia».

Molti prodotti inscatolati contengono cibi che arrivano dalla Cina, come facciamo a saperlo?
«Insieme agli amici di Coldiretti dobbiamo condurre una battaglia comune nel nome della nostra grande industria agroalimentare. Ma conta l’ultima grande trasformazione: la
ricetta».

In Italia produciamo oltre 12 milioni di cosce per i prosciutti, ma ne importiamo quasi 59 milioni; qualcosa non quadra…
«Non vorrei entrare nel campo tecnico dei metodi di produzione e trasformazione. Le mando una scheda per chiarire. Ci tengo a precisare che non siamo imprese di rapina. Siamo un settore
serio e sicuro indipendentemente dal fatto che lavoriamo materie prime che arrivano dall’estero».

E il consumatore si deve solo fidare di voi, è così?
«Certo, non ci può essere un obbligo, ma solo una facoltà nell’indicare l’origine delle materie prime alimentari. La marca dà tutte le garanzie del caso.
Io che produco solo con latte italiano posso scrivere in etichetta che è tutto italiano, ma perché deve esserci una legge che ci obbliga?».

Giuseppe Altamore

www.stpauls.it

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