“Etichettatura facoltativa delle carni bovine”

“Etichettatura facoltativa delle carni bovine”

Ci scrive Benito Mantovani e risponde Alfredo Clerici:

Lettera aperta a Fabiano Barbisan, Presidente dell’associazione Unicarve e del

Consorzio L’Italia Zootecnica,

Ma senti Questa!

di Benito Mantovani

“Etichettatura facoltativa delle carni bovine”

ovvero “L’operazione è riuscita, ma il paziente è morto”

Intervistato di recente, il Presidente dell’associazione Unicarve e del Consorzio L’Italia Zootecnica, Fabiano Barbisan, esprime tutta la sua contrarietà all’abolizione dell’etichettatura facoltativa delle carni bovine voluta dalla Comunità Europea. Il suo dissenso a questa eventualità lo ha motivato con la necessità di salvaguardare il reddito degli allevatori e di tutelare il diritto del consumatore ad avere garanzie sulla qualità e sulla sicurezza della carne acquistata.

Condizioni queste, sempre secondo il Presidente Barbisan, ottenibili solamente con l’etichettatura facoltativa delle carni, in quanto la stessa consente di fornire al consumatore, oltre alle informazioni riguardanti il benessere degli animali negli allevamenti, la loro provenienza, età, sesso, razza, permanenza nelle stalle italiane (visto che la quasi totalità dei bovini all’ingrasso sono importati), tipo di alimentazione, ecc.

Per rendere più credibile il suo pensiero, il Presidente Barbisan ha sostenuto che il consumatore deve avere la possibilità di scegliere la carne allo stesso modo con cui, attraverso un marchio, sceglie un vestiario o una borsa in un negozio di abbigliamento.

Pienamente d’accordo con Lei, signor Presidente, ma il marchio di un capo di vestiario non identifica il suo processo produttivo, come avviene con l’etichettatura facoltativa della carne bovina, ma accerta il produttore. Inoltre, il marchio è sempre accompagnato da un’etichetta che riporta la composizione e le caratteristiche del materiale con cui sono stati prodotti quei capi di abbigliamento, elementi sconosciuti, purtroppo, nella vendita della carne bovina.

Quando i responsabili dell’Unicarve, d’accordo con le altre associazioni di allevatori e con quelle di categoria, inneggiavano all’etichettatura facoltativa della carne bovina, prevista dal Regolamento CE 1760/2000, fui l’unico ad essere critico nei confronti di questa norma. Non era difficile intuire che questa norma avrebbe favorito esclusivamente gli enti certificatori, come del resto è avvenuto, inducendo gli allevatori a svolgere il ruolo di “cavalli di Troia: chiedere soldi pubblici per le certificazioni dell’etichettatura facoltativa, per farli incassare
dall’ente certificatore. Spiace che il presidente dell’Unicarve continui a sostenere l’etichettatura facoltativa, anche di fronte all’inefficacia di questa norma ai fini della valorizzazione della carne.

Credo di ricordare, non vorrei sbagliarmi, che l’Unicarve è stata riconosciuta come “Organismo etichettante” con decreto del 11 dicembre 2000, n. 22505 del Direttore della Direzione Generale del Ministero alle Politiche Agricole e Forestali, in base al DM del 30 ottobre 2000 recante “Sistema obbligatorio e facoltativo di etichettatura della carne bovina” il quale, all’art. 2, paragrafo 1 recita:

Gli operatori e le organizzazioni che commercializzano carni bovine provvedono ad etichettare……” Inoltre, l’art. 8 del disciplinare di etichettatura, approvato all’Unicarve, recita: “Il controllo sull’intera filiera e sull’Organizzazione è espletato dal CSQA Srl Certificazioni di Thiene (VI) che verifica la corretta applicazione a tutti i livelli del presente disciplinare”, come, del resto, è previsto dall’art. 6 del Decreto Ministeriale del 30 ottobre 2000.

Ebbene, non ho riscontri, purtroppo, che gli allevatori dell’ Unicarve, in funzione di questo riconoscimento, abbiano visto incrementare il loro reddito. Anzi, anche loro, come viene da Lei continuamente e giustamente denunciato alle autorità politiche, soffrono la crisi del settore come tutti gli altri allevatori. Ed allora mi domando come sia possibile sostenere una norma della CE che non è servita a nulla, se non a far aumentare i costi di produzione, con tanti ringraziamenti da parte degli enti certificatori, i quali, purtroppo, stanno prosperando con i
soldi pubblici stanziati all’agricoltura.

Nel settore agroalimentare, gli enti certificatori, oltre ad incidere negativamente sui costi di produzione, spesso soffrono di “amnesie e di distrazioni” che impediscono loro di accorgersi se qualche loro cliente si “dimentica” di separare le produzioni normali da quelle certificate.

Lo scandalo di questi giorni del biologico contraffatto, scoperto dalla Guardia di Finanza di Verona e, per il passato, la mozzarella di bufala campana Dop alla diossina, quella blu della Granarolo e quella biologica del Cansiglio (TV), sempre blu, così come la carne agli estrogeni, etichettata di qualità da enti certificatori, testimoniano in modo inequivocabile quali sono le garanzie fornite da questi enti, cosiddetti terzi, anche se pagati dal controllato. Se tra questi, poi, annoveriamo un ente certificatore come il Csqa srl, che è di proprietà della Regione Veneto, allora lo scandalo sulle contraffazioni di prodotti muniti di una certificazione di qualità, dovrebbe far riflettere i responsabili veneti della nostra agricoltura a tutti i livelli.

No, signor Presidente! Mentre condivido pienamente i suoi obiettivi, dissento completamente dalle strategie da Lei sostenute per raggiungerli. L’etichettatura facoltativa incentiva il “parassitismo” degli enti certificatori; aumenta i costi di produzione e non dà nessuna garanzia al consumatore! Sono sicuro che Lei non vuole questo!

Non sono certamente la territorialità, l’età anagrafica e il sesso, anche se riportate in una carta d’identità, a trasformare in eccellenza, un prodotto scadente ed insicuro.

Su questo versante, noi veneti abbiamo avuto due esempi eclatanti che hanno fatto conoscere la nostra Regione in tutto il mondo. Mi riferisco al bandito Felice Maniero e a Papa Luciani:
entrambi veneti; entrambi rintracciabili, ma soprattutto tracciabili attraverso la loro “etichettatura” riposta nelle loro azioni: di delinquente quella del primo e di virtuoso quella del secondo, indipendentemente dal fatto che sulle loro carte d’identità non ci fosse scritto: malvagio o santo. Proprio così, signor Presidente!

Ed allora: se la sanità di una carne è un prerequisito, ed è vigilata e controllata rispettivamente dal Servizio Veterinario Pubblico e dal NAS (Carabinieri del Nucleo Antisofisticazioni e Sanità); se il giudizio sulla bontà o meno di una carne è soggettivo; se il ritrovamento del latitante Maniero, così come tutti i responsabili
di frodi agroalimentari, sono sempre stati scoperti, mi può dire, signor Presidente, cosa serve, ai fini della sicurezza del consumatore, l’etichettatura delle carni riferita alla territorialità e all’identità anagrafica degli animali?

Signor Presidente, noi, le nostre mogli, magari sbagliando, le abbiamo potute scegliere in funzione delle loro “qualità oggettive e documentate”, non in funzione del loro processo creativo o per il solo fatto che erano femmine. Ecco perché io non sono favorevole alle donne con il burqa. Ma sono sicuro che, sotto questo aspetto, anche Lei la pensa come me.

Caro Presidente, io credo che, se alle carni, come a tutte le produzioni agroalimentari, non gli togliamo il “burqa”, cioè non saranno identificate attraverso le loro caratteristiche qualitative oggettive, non sarà possibile tutelare il reddito dei nostri allevatori e il diritto del consumatore a conoscere veramente la carne che mangia. Principi questi che Lei dice
di voler tutelare, e che io credo nella Sua buona fede.

Secondo me, signor Presidente, ciò che Lei dimentica è il fatto che l’identificazione oggettiva delle carni, non in modo diretto, ma mediante gli animali che le producono, è sempre avvenuta attraverso le caratteristiche anatomiche degli stessi. Vero sia che il prezzo dell’animale, pagato dal macellaio all’allevatore, avviene, di fatto, in base ad alcuni parametri qualitativi merceologici (razza, età, sesso, conformazione anatomica, tipo di grassatura, ecc.), a differenza del consumatore che, allo stesso macellaio, paga la carne sempre allo stesso prezzo, indipendentemente dall’animale da cui è stata ottenuta.

Non ritiene, signor Presidente, che le carni debbano essere identificate mediante le loro caratteristiche oggettive (contenuto in proteine, grassi, colesterolo, e per la loro tenerezza, ecc.), visto che sono queste le caratteristiche che possono far distinguere una carne normale e/o scadente da una di qualità superiore? Se vogliamo premiare, giustamente, l’allevatore che produce una carne di qualità oggettiva, dobbiamo favorire il consumatore all’identificazione della stessa.

Secondo Lei, il consumatore sarà più propenso ad acquistare una carne munita di una certificazione di processo, oppure una carne identificata dalle sue caratteristiche nutrizionali oggettive? A tal riguardo, allego alla presente, come esempio, una “autocertificazione” riguardante una carne di suino presente in alcune macellerie e catene di supermercati che sta riscuotendo grande interesse presso il consumatore, garantendo, in questo modo, dei buoni risultati economici all’allevatore.

Mi creda, signor Presidente, obbligando il consumatore a scegliere le carni in funzione del processo produttivo, e non in base alle loro qualità oggettive, si favorirà il macellatore ed il macellaio, ma si penalizzerà l’allevatore ed il consumatore, come del resto sta succedendo da sempre.

LA RISPOSTA DI ALFREDO CLERICI

(Tecnologo Alimentare)

Gentile direttore,
pur non conoscendo nel dettaglio la vicenda descritta dal sig. Mantovani, vorrei esprimere le mie opinioni su due temi di carattere più generale, pure evidenziati nella “lettera aperta.

Certificazione
Come sanno gli addetti ai lavori e come è facilmente intuibile da tutti coloro dotati di un po’ di buon senso, l’efficacia di un certificato dipende da due fattori: dalla validità della norma di riferimento e, a parità di norma, dalla serietà e professionalità dell’Ente certificatore. Orbene, come pure è facilmente riscontrabile, il numero di
certificati emessi ha subito (e sta continuando a subire) un aumento esponenziale che, mi pare, sia ormai inversamente proporzionale al valore aggiunto attribuibile ai certificati stessi.

In altre parole, si potrebbe, grosso modo, affermare che, “tutti certificati = nessuno certificato”.

In realtà, non è proprio così e, come detto, ciò dipende essenzialmente dalla serietà di chi i certificati li rilascia: illuminanti, a questo proposito, le parole del sig. Mantovani “… la carne agli estrogeni, etichettata di qualità da enti certificatori, testimoniano in modo inequivocabile quali sono le garanzie fornite da questi enti, cosiddetti terzi, anche se pagati dal controllato. Se tra questi, poi, annoveriamo un ente certificatore come il Csqa srl, che è di proprietà della Regione Veneto, allora lo scandalo sulle contraffazioni di prodotti muniti di una certificazione di qualità, dovrebbe far riflettere…”.

Riassumendo:

  • per il produttore: vantaggi più o meno significativi, in funzione di vari fattori, ma, di sicuro, aumento di costi (diretti ed indiretti) e, si sa, per contenere i costi i sistemi sono tanti…
  • per il consumatore: se tutti sono certificati, per lui cosa cambia?

La “territorialità”

Scrive ancora il sig. Mantovani: “se la sanità di una carne è un prerequisito, ed è vigilata e controllata rispettivamente dal Servizio Veterinario Pubblico e dal NAS (Carabinieri del Nucleo Antisofisticazioni e Sanità); se il giudizio sulla bontà o meno di una carne è soggettivo; … mi può dire, signor Presidente, a cosa serve, ai fini della sicurezza del consumatore, l’etichettatura delle carni riferita alla territorialità…”

Ciò che qui è denominata “territorialità” corrisponde ad uno degli argomenti che più hanno tenuto banco in questi ultimi anni, a proposito della “qualità” dei prodotti alimentari.

Per due volte si è tentato (senza successo) di imporre per legge l’obbligo di indicare in etichetta l’origine geografica dei prodotti, basando ciò su di un assunto che ho così descritto in uno dei tanti miei articoli dedicati a questo argomento:

Il ragionamento parrebbe questo:

  1. il consumatore italiano preferisce prodotti italiani, fabbricati con materie prime italiane, ma
  2. se non c’è una legge che impone di indicarne l’origine, difficilmente l’industria lo farà e quindi,
  3. al consumatore italiano, non potendo individuare l’origine, viene impedita una scelta consapevole, ecc. ecc.

Ammettiamo pure che il punto 1) sia vero (se non altro per spirito patriottico…): il problema non è questo.

Qualcuno si sente di affermare che, prescindendo da ogni altro fattore, un prodotto fabbricato con materie prime italiane sarà sempre migliore di uno fabbricato con materie prime straniere?

Noi no.

E non è forse vero che un’industria seria e competente riuscirà ad ottenere prodotti accettabili anche partendo da materie prime non eccellenti, mentre un’industria mediocre (o peggio) non potrà che ottenere prodotti mediocri (o peggio), anche partendo da buone materie prime, indipendentemente dall’origine delle materie prime stesse?

Secondo noi, sì.

Certo, se fossimo produttori di materie prime italiane (es. allevatori, agricoltori, ecc.) o anche Associazioni che hanno il compito di tutelarne gli interessi, le ragioni per richiedere l’indicazione obbligatoria dell’origine in etichetta le avremmo, e ben chiare.

Ma questa, come direbbe Lucarelli, è un’altra storia.

Dott. Alfredo Clerici
Tecnologo Alimentare

Newsfood.com

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