Etichette al veleno e Indiani d’America

Etichette al veleno e Indiani d’America

Molto prima che si coniasse il termine ‘ADHD’, i bambini nativi (termine americano per indicare gli indiani d’America) che frequentavano la scuola venivano etichettati “deboli di mente” (feeble-minded) e spediti con forza verso percorsi di “educazione speciale”, per eliminare l’influenza dei loro genitori e della loro comunità “primitiva”, e ottenere il meglio possibile dal loro (presumibilmente inferiore) intelletto. Alcuni influenti scienziati euro-americani, convinti dell’inferiorità dei genitori nativi, iniziarono presto ad applicare questo pregiudizio ai loro figli, che fossero ribelli, traumatizzati, disattenti o semplicemente vivaci.

Il significato di “debolezza mentale” fu chiarito nel 1910 dall’Associazione Americana per lo Studio dei Deboli di Mente (AASF): “generalmente deve includere tutti i gradi di difetto mentale dovuti a sviluppo mentale arrestato o imperfetto.” La descrizione si spingeva fino a definire le varie sottocategorie: idioti, imbecilli e deficienti, da identificare tramite una nuova tecnologia – il test del QI – che consentisse di ricavare la cosiddetta “età mentale” del soggetto.

La AASF pubblicò diversi articoli pseudoscientifici sulla debolezza mentale sul suo “Journal of Psycho-Asthenics”. Gli articoli comprendevano studi su individui descritti come “ritardati mentali” e altri studi su individui di razza presumibilmente inferiore, delinquenti e/o di bassa morale. Nel 1904, per esempio, il Dr. Martin Barr sostenava che nell’indiano americano “la caratterizzazione morale e intellettuale esistono a malapena”.

Molti autori psicoastenisti erano seguaci della falsa scienza eugenetica: i nativi americani possedevano solo “il minimo di qualità affettive e sociali compatibili con la continuazione della loro razza”. Il suo pensiero contribuì ad avviare il movimento eugenetico americano, che prese di mira gli indigeni chiedendone l’eliminazione. Questi prominenti luminari pianificarono e promossero una campagna pubblica per eliminare le “razze inferiori”, scoraggiando la loro riproduzione e sterilizzando le persone “intellettualmente inferiori” contro la loro volontà.

Lo psicologo americano Lewis Terman face tradurre, e diffuse negli USA, un sistema ideato da due psicologi francesi per determinare la cosiddetta “età mentale” – un concetto molto usato in questi studi di psicologia razziale. Nel 1916 Terman scrisse del “basso livello d’intelligenza riscontrabile con straordinaria frequenza tra indiani, messicani e negri” notando come la loro stupidità sembrerebbe originare dalla loro razza o, perlomeno, dai ceppi famigliari da cui discendono. Terman raccomandò:

“I bambini di questo gruppo dovrebbero essere segregati in classi speciali, e dovrebbero ricevere un’educazione di tipo pratico e concreto. Non possono concepire il pensiero astratto, ma possono essere trasformati in lavoratori efficienti … non è possibile, al momento, convincere la società che (a questi individui) non dovrebbe essere consentito riprodursi.”

Secondo Terman, la delinquenza era un segno di difetto morale, ma “in futuro i test di QI saranno usati per mettere sotto sorveglianza e protezione sociale decine di migliaia di persone dalla mente difettosa.” In accordo con le principali correnti di pensiero condivise da almeno sei presidenti dell’Associazione Psicologica Americana, Terman propose un movimento eugenetico nazionale col fine di “limitare la riproduzione dei deboli di mente in modo da ridurre enormementenon solo crimine, povertà e inefficienza industriale” ma anche l’immoralità”. Il test di Terman è stato usato fino alla metà degli anni ‘60 per determinare i requisiti per la sterilizzazione obbligatoria dei deboli di mente in molti stati USA, e il numero di bambini e adulti che ne furono colpiti rimane sconosciuto. Queste leggi furono studiate e ammirate da psichiatri tedeschi in visita negli USA, incaricati di definire la politica nazista di sterminio razziale.

Con la scoperta del ruolo avuto nell’Olocausto, l’eugenetica fu sottoposta a pesanti critiche dopo la Seconda Guerra Mondiale; eppure il movimento eugenetico riuscì a riciclarsi, con un linguaggio rivisto (più soffice, e privo di riferimenti razziali). Negli anni ‘60 fu all’opera il cosiddetto Servizio Sanitario per gli Indiani, in cui molti medici iniziarono a “darsi da fare in maniera efficace per assumersi le loro responsabilità” sterilizzando migliaia di donne native senza il loro consenso (spesso senza nemmeno dirglielo).

Tutto questo succedeva prima dell’invenzione dell’ADHD, anche se la vecchia etichetta rimase in uso per tutti gli anni ‘70, e lo psicologo educazionale Karl Frankenstein (nome vero!) lo usò nel suo testo Varietà di Delinquenza Adolescenziale:

“La debolezza mentale si rivela come rigidità e facilità alla distrazione, nelle tendenze che persistono così come nella mancanza di perseveranza. Fattori non cognitivi, come una certa inabilità nel resistere alle interferenze delle emozioni o impulsi con processi di pensiero, sono intrinseci …”

Come molti avranno notato, molte delle caratteristiche con cui il Dr Frankenstein descrive la debolezza mentale, sono oggi usate per descrivere l’ADHD. Non si tratta, però, dell’unica somiglianza: questi due disturbi mentali condividono anche l’assoluta mancanza di fondamento scientifico.

I fautori dell’ADHD amano ancora ricordare la “scoperta” di questo disturbo, citando il pediatra inglese George Still che, nel 1902, suggerì come “continui problemi di attenzione” possano contribuire a un “difetto morale” nei bambini, portandoli a comportarsi in maniera aggressiva e provocatoria. Il Disturbo da Deficit d’Attenzione (ADD) venne definito nel 1980 per mezzo di vari “sintomi”, raccolti dall’élite psichiatrica USA per convincere il pubblico dell’esistenza di una nuova malattia mentale. Per essere più precisi, l’ADD rappresentava un tentativo di unificare l’insieme variegato di etichette con cui si descriveva il comportamento molesto dei bambini, in una singola diagnosi da includere nel DSM – il testo sacro della psichiatria. Sette anni dopo, con la IV edizione del DSM, ADD divenne ADHD.

Debolezza mentale e ADHD non condividono solo la descrizione dei sintomi, ma anche l’assoluta mancanza di fondamento scientifico. Lo psichiatra americano Allen Frances, Presidente del Comitato Editoriale che pubblicò il DSM IV, ne è diventato oggi uno dei più convinti oppositori, denunciando che provocò “un’inflazione delle diagnosi di ADHD che sta ulteriormente incrementando il già elevato consumo di farmaci pericolosi da parte dei bambini”.

Oggi l’ADHD viene separato dai “disturbi del comportamento già identificati nell’infanzia” e ricollocato in un nuovo capitolo – quello dei “disturbi neurocomportamentali”. Il test d’intelligenza dei vecchi tempi è stato sostituito da test dal nome altisonante – TAC, Risonanza Magnetica Funzionale e PET – e oggi molti media e riviste mediche, ci sommergono di queste colorate immagini di cervelli. Mancano però di ricordarci come non esista alcun modo di localizzare o diagnosticare ADHD in un singolo cervello. Una revisione accurata di questi “studi” di neuroimaging, pubblicata dal Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, ha ammutolito gli esperti:

“… l’ampia sovrapposizione di valori tra il campione clinico e la popolazione di confronto, al momento preclude ogni possibilità di diagnosi … Non esiste alcuna ‘lesione’ (cerebrale) comune a tutti, o perlomeno a molti, bambini affetti dai più studiati disturbi di … deficit d’attenzione e iperattività …”

Persino il neuroscienziato Jaak Panskepp, uno dei più fervidi sostenitori dell’origine genetica dell’ADHD, oggi ammette che “per la maggior parte … ADHD riflette un malanno più culturale che biologico” mentre lo psicologo Jay Joseph, autore di “L’Illusione Genetica” e “Il Gene Mancante” conclude: “L’evidenza scientifica suggerisce che non esista alcun gene responsabile dei maggiori disturbi psichiatrici.”

Nonostante questo, la teoria genetica continua a essere spacciata per scienza, e i paladini dell’ADHD continuano a diagnosticare (e “curare” con potenti stimolanti anfetaminici) milioni di bambini. Una pseudoscienza bislacca, collegata alla psicologia razziale dell’era schiavista nazista, continua ad avvelenare i nostri figli.

Chiara Danielli
Redazione Newsfood.com

Leggi Anche
Scrivi un commento