Etichette alimentari in dialetto e italiano? La tomba dell’economia!

Etichette alimentari in dialetto e italiano? La tomba dell’economia!

Firenze – Il ministro delle Politiche Agricole, Luca Zaia, voce autorevole nel settore e quindi da prendere sempre in seria considerazione qualunque cosa dica, oggi, durante la trasmissione TvKlausCondicio, ha fatto sapere di avere intenzione di rendere obbligatorio, sulle etichette alimentari, la dicitura in italiano e nello specifico dialetto, per cui – secondo il nostro
ministro – dovrebbero esserci indicazioni di questo tipo: radicchio di Treviso / radicio de Treviso; focaccia ligure / fugassa; il pane biscottato campano /fresella; gli gnocchi sardi / malloreddus.

Che ci siano dei produttori che per meglio specificare il proprio prodotto usano termini dialettali, non e’ una novita’: ovunque si trovano freselle e malloreddus (come li chiamano a Cagliari, mentre a Sassari gli identici gnocchetti li chiamano cicciònese… chissa’ quale dovrebbe essere obbligatorio…). Ed e’ altrettanto noto a chiunque produca usando un termine gergale per l’etichetta che, o si tratta di un marchio su cui si investono milioni per farlo conoscere, oppure ci si limita ad un mercato territorialmente ristretto.

Ognuno e’ libero e valuta alla bisogna. Altro e’ cio’ che ha intenzione di fare il ministro Zaia, cioe’ l’obbligatorieta’: cioe’ tutti i produttori sono condannati o ad investire milioni sui propri marchi o ad essere aziende con mercati limitati. La tomba dell’economia!

Su questa storia del dialetto, se si va oltre la tradizionale boutade estiva per tenere le pagine dei giornali, si corre il rischio di farsi male. Se, come auspica il ministro Zaia, il dialetto fosse reso obbligatorio a scuola, avremo schiere di ragazzi che parleranno un italiano stentoreo, un presunto buon dialetto e continueranno ad essere gli ultimi in Europa a conoscere
l’inglese.

E comunque, visto che se volessero diventare produttori di alimentari sarebbero obbligati ad altrettanta etichetta in dialetto, non ne avrebbero grande nocumento linguistico, ma sicuramente dovrebbero limitarsi al mercato locale. Altro che Pmi (piccole e medie imprese) coi loro giganteschi problemi proprio perche’ Pmi, il nostro ministro auspica un’economia legata al quartiere (i dialetti sono diversi anche da quartiere a quartiere nel medesimo centro abitato). Altro che “made in Italy”, il ministro del Governo sta lavorando per il “made in Forcella”, “made in San Frediano”, “made in Testaccio”, “made in Niguarda”, “made in Mirafiori”, etc…

Vincenzo Donvito, presidente Aduc

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